giovedì, giugno 18, 2009

Svaghevole

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Se il gusto della parola si impasta con la voce e si fa suonare come un unico gioco alto e altro?

Strumenti voce fiato pausa stelle parole movimenti macchine da scrivere nuvole.

Ieri a Villa Ada dopo che i podisti, i camminatori persi e i padroni trascinati dai cani si sono ritirati e la musica ha cacciato per un’oretta le zanzare me lo sono chiesta.
Esiste più un’arte “sola”? Ha più senso dividere in generi? O meglio ha senso indicizzare l’arte? Si può parlare di competenze da mescolare?
Sulle note di voce di John De Leo.

lunedì, giugno 15, 2009

A mezzo respiro

Sono confusa. Confusa a mezzo respiro


Ormai penso che lle donne si mettano sui tacchi alti per inebriarsi nell’alta quota e perdere di vista un paio di pensieri.


Credo chi i tubini neri ti lascino sospesa fuori dal tempo anche se ti danno la curva di una clessidra.

Credo che quando ti chiedono di scriver qualcosa di più lungo di un raconto è davvero la volta buona che non lo fai

Come quando si chiede troppo ferocementee una spiegazione si ha spesso in ritorno una bugia.


Quando si ci attacca troppo al desiderio di una persona solo in nome del proprio ego allora si diventa sentimentalmente sterili.


Se si cerca di trovare una normalità alla propria frenesia decidendo che è ora di fermarsi anche se non è quello che ci si aspetta allora si ci sta pugnalando alle spalle.

Però anche la rigidità in posizioni troppo acuminate è un tradimento contro se stessi.


Pranzi romani, treni, incontri da film, scenate da telenovela, il caldo e i cocomeri, i passepartout

la pelle di carta di riso, il fumo del narghilé, i concerti a venire.


Niente da fare ogni inizio estate sono sempre persa nella confusione più totale.


IN CUFFIA: the veils - the letter

domenica, maggio 17, 2009

Distesi al sole


Se c’è il sole c’è da piazza Venezia fino al Quadraro. Percorro Roma a zig zag. Avete visto piazza Venezia alle 6,30 di mattina, il cielo sbiadito dalla freschezza dell’aria appena colorata dal sole? Nemmeno un turista. Solo qualche impiegato di corsa. Siete mai arrivati di fronte ai Fori Imperiali prima ancora dei camioncini delle bibite? Li avete mai visti tanto vuoti e persi in un tempo che non sapete contare? E non capire più se si è in anticipo o in ritardo. Dubitare di essere gli ultimi e non i primi?
Chiudersi per ore in una sala come in un paese straniero senza sapere nemmeno se fuori il sole ha iniziato a consumare gli odori nei colori del mezzogiorno. Siete mai usciti di corsa e avete sbattuto contro lo stordimento di una periferia alle due del pomeriggio? Con la sovrapposizione di ogni riferimento e rapiti dal ciarlare delle ragazzine uscite da scuola? E avete pensato che era bello? Il silenzio e le girandole sui terazzi delle case basse di un quartiere dormitorio che si prepara il caffé mentre tu ti perdi a trovare una improvvisata sala prove? Tranquillizzata dall’inaspettata vitalità rosicchiata in tante botteghe e laboratori nei sottoscala e nei cortili.

Il cuore ci sta scivolando verso i piedi. Il cuore è troppo pieni di pensieri, il pensiero di non appartenersi e la necessità di rimanere in piedi. Roma dalle sei di una mattina alla prima alba di quella successiva.


Dedico questo pensiero al Campidoglio, al tram 3 (che non è più tram), alla vineria di San Lorenzo e alla nuova colonizzazione di Trastevere, alla fermata della metro di Porta Furba e all’ignoto di Cinecittà. Al mare di Ostia e alle biciclette. Al 780 e al viadotto del Maiana. A Porta Portese, a Centocelle e al Pigneto.
Ricordando che mi persi non so come per la Garbatella.


In una vecchia gelateria appena dietro Piazza Navona la commessa mi scambia per l’ennesima straniera e sorride quasi soddisfatta quando capisce che sono italiana.


IN CUFFIA: UNA GIORNATA PERFETTA, VINICO CAPOSSELA

giovedì, aprile 23, 2009

Esempio a mezzatinta



L’ultima che ho sentito è davvero eccezionale. Superba.
Un’amica di fronte all’assoluta certezza di avere sprecato per l’ennesima volta tempo con un coglione chiude in bellezza con la certezza che niente, nemmeno come amante ha un senso. E se alla fin fin non regge nemmeno in quello, che diavolo sta succedendo?

Perché lei povera aveva fiutato la fregatura e aveva lasciato ogni speranza per qualcosa di serio. Alla fine non che nella vita tutto debba essere sempre perfetto.

Ma questo certo non strappa una risata. La cosa meravigliosa è come il fallito amante abbia con un menefreghismo assoluto dato la colpa alla troppa birra. Che l’alcol si sa gioca brutti scherzi, ma di certo rincoglionisce e ti fa tirare il freno a mano, non il contrario. Insomma quando mai con una birra in più qualcuno ha fatto una performance alla “già fatto”?
Che poi passa tutto, succede tutto e tutto è umano. E’ il come ti ci poni che fa la differenza.
Lei dubbiosa si interrogava sul fatto che vabè può starci per una volta, ma la seconda diventa noioso soprattutto se all’altra metà sembra andare bene così e il tutto si verifica a ruota. Poi a quel punto che puoi fare se non riderci? Sapesse riderci anche lui magari sarebbe la cosa migliore.

Ma quello che la sconvolge è: ma davvero la birra fa di questi effetti? Da che mondo e mondo si tramanda con le chiacchiere tra donne nelle serate a gallineggiare che la birra da il problema opposto, e credo anche l’emisfero maschile se interrogato potrebbe confermare. Quindi? PERCHE’?

Ma tanto ormai non credo valga più la pensa saperlo.

Poi c’è chi ha a che fare con vigliacchi cronici che pensano che negare sia sempre l’unica via di uscita, anche quando non ha senso perché in effetti non hanno fatto nulla. Ed il punto è questo.
Che puoi dire ad un’amica che sta di fronte ad una persona che fa il perseguitato senza che ce ne sia ragione? Ma chi mai ha nascosto un’amante senza avere una moglie?
Contento lui tu stai serena lasciagli fare tutto da solo. Prima o poi si stuferà no?

E di fronte all’incontro con l’uomo comodino (inteso come il mobile) ti cadono le braccia e la voglia di riderci. Non si può portare dietro chi ha come scopo della vita farti da cuscino e plasmarsi su di te senza nessuna verve. L’uomo comodino in effetti non ha mai avuto un grande mercato adifferenza della donna comodino. Si sa l’universo femminile sentimentalmente parlando non è né pratico né incline ad accontentarsi.

Poi dobbiamo alla signorina C. la grande teoria del 90%. Basti sapere che tale teoria incrina sensibilmente la mia fiducia nella coppia e mi fa capire come di sicuro anche io sono tra quelle che se mai troverò davvero l’uomo giusto scapperò a gambe levate. Salvo poi pentirmene amaramente quando starà con un'altra (ma trovando il suo fidanzamento un alibi consolante al mio egoismo)

Del resto come dicevo ieri ad un amico per telefono: gli uomini funzionano con Nero o Bianco, le donne ragionano solo nelle Sfumature di grigio.

Per le amiche, per quelle con cui ti ritrovi a parlare fino a tardi,per quelle a cui piace la birra e la voglia di ridere, per quelle che sorseggiano vino rosso, per quelle che comunque vada sanno riderci sopra.
Per quelle con cui sai riderci.
Perché tra le une e le altre ne collezioniamo davvero troppe.


PS : e alla fine ieri sono giunta alla conclusione che Kant era uno di quelli che si è fatto prendere la mano ed è andato per la tangente.

martedì, aprile 07, 2009

Bisogna imparare a non credersi troppo sto cazzo


Usare le giuste parole e dare il giusto peso ad ogni pezzo.

“Devi essere capace.
Se sei capace e hai qualcosa da dire le persone ti capiranno. Potranno non essere d’accordo ma saranno in grado di capire ed argomentare. Fornire argomenti su cui discutere è tanto valido quanto trovare soluzioni. Forse più importante. La soluzione ha bisogno di un argomento.
Ricordate che non si è padroni di tutto ma bisogna essere abbastanza intelligenti da trattare con sicurezza quello che si sa e imparare quello che non si conosce. Accertatevi sempre che le fonti siano rispettose della verità, ma anche dell’intelligenza del lettore”

(parole sante per ricercatori in fase di evoluzione da un professore che ci crede nel non credersi troppo sto cazzo!)


Quando si scrive per un pubblico si scrive PER GLI ALTRI. Per passare qualcosa. Non per dimostrare la propria presunta intelligenza. Dico presunta perché a volte nei merletti di pensieri arditi e di un vocabolario ricercato non si trova che una vuota autocelebrazione. E’ un bel modo per impachettare la propria superficialità e sentirsi “fighi”.
Nello scrivere una relazione di ricerca, un saggio, un’analisi comparativa ho il dovere di usare termini tecnici e secchi. E’ una scrittura per addetti ai lavori che con quel vocabolario impastano ogni giorno il loro pane quotidiano. E non c’è modo di impressionare il lettore con frasi ad effetto e tantomeno con parole altisonanti perché chi legge ha abbastanza dimestichezza con l’argomento per guardare al contenuto e non alla forma. O meglio pretende una forma corretta che veicoli un contenuto concreto.
Un contenuto concreto dovrebbero pretenderlo, senza vergogna e con tutte le ragioni di questo mondo, anche i generici lettori dei quotidiani, dei magazine, delle varie riviste più o meno ufficiali che ci stanno invadendo.
Chi scrive, se ha davvero intenzione di scrivere per un lettore, deve essere abbastanza INTELIGENTE da far passare qualcosa nelle sue parole.

Che pena invece trovare persone, e sono tante, che si schermano dietro ad un vocabolario altisonante e presuntuosamente colto per dire nulla. Che rabbia vedere come certe persone sfruttino un certo linguaggio sicuri dell’ignoranza del pubblico, solo ed esclusivamente per regalarsi un’iniezione di volgare autostima basata su una presunta superiorità intellettuale. Che sconcerto capire che molti di loro in realtà credono sinceramente di dire qualcosa di intelligente. Paura nel vedere come tutti si sentano in diritto di parlare di tutto, anche di ciò di cui ignorano completamente le basi, solo in nome della loro tanto sventola “cultura” che a volte non è che la diligenza con cui hanno studiato mnemonicamente i manuali universitari e nulla più.

Sembra questo il periodo in cui sulla carta stampata e nel web tutti possano dire tutto con una superficialità disarmante. E se è giusto che avvenga in una scrittura privata e senza pretese mi chiedo se non sia “criminale” farlo per mestiere.

La cosa che mi fa più pensare è come questo vizio si stia tanto diffondendo tra i più giovani. Mi aspettavo forse di più dalla mia generazione?

Mi viene da dire a mio nonno che non è lui che è scemo, ma il giornalista che ha perso il contatto con il mondo.
Che non deve chiedere a me “che vol di?” ma a chi scrive se sa minimamente di cosa sta parlando, e se non si vergogni lui di giocare a fare il superiore senza diritto nella tranquillità di non essere beccato in fragrante.

Scrivere è ormai considerato un gioco e chiunque ha in mano una qualsiasi laurea si sente in diritto di mettere due parole in croce e pubblicarle senza una ragione specifica.
Stranamente poi sono proprio le persone che hanno meno da fare e da dire che si impegnano di più in questo gioco.
Perché nessuno ha il coraggio di prenderli tra le braccia e dirgli con affetto: che cazzo stai a fa?

E non vale la scusa che se non ti capiscono è solo e sempre il pubblico ad essere ignorante e tu l’eterno incompreso.
Lo stile poi è un portatore sano di qualità ben precise, e se qualità non ce ne sono è assurdo e infantile pretenderlo.
Per tutte le forme di comunicazione contemporanee. Lo vedo anche nelle foto, nel disegno, nella musica, nel cinema.

Quando si ha un contenuto valido, se davvero si ha qualcosa da dire, lo si sa comunicare in qualunque forma. Altrimenti significa che c’è davvero qualcosa che non va.



PS: ringrazio G. e M. che stanno lavorando tantissimo per essere degni e capaci di scrivere su una testata nazionale. Li ringrazio per essere tanto intelligenti da sapere quanto è dura e quanto bisogna lavorarci senza sentirsi “sto cazzo” ma facendosi l mazzo
Ringrazio il professore che vuole farci crescere e non solo farci gongolare nel nostro ego perché “una laura se la può prendere chiunque basta saper leggere e scrivere e avere abbastanza tempo a disposizione” la vita è altra cosa.
Ringrazio A. e G. che con me leggono, rileggono e mi/si/ci correggono.
Ringrazio il blog, perché qui sì che ho diritto di cazzeggiare a piacimento con le parole senza pretendere nulla. Piccolo graffio di libertà.

mercoledì, marzo 18, 2009

confini storici

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Si scusò per la sua assenza in una stanza vuota . Si consolò nel perdono dell’eco della sua voce che rimbalzava sulle costolette dei libri della biblioteca.
Fotografò a colori vecchie foto in bianco e nero e ne trasse il dubbio sul “vero”


Si dimenticò che la strada era storica per gentile speculazione di una ricostruzione post bellica.
Non si dimenticò del buco nello stomaco. Si ricordò di quel calore e della fame di resistere.
Poi mi chiese se mai anche io non avessi nulla da dire.

Sapendo tutto delle mie bugie continuò ad ignorarle senza mentire.


Era di pioggia che non si vede, ma si sente solo il bagnato addosso. Era di questa stagione.


Al bordo della primavera decisi di vivere allungo di crepacuore.

venerdì, marzo 13, 2009

a zonzo


Ci veniva da ridere
Sarebbe venuto da ridere anche a voi

Anzi sono sicura che il nostro impatto comico sia stato di un’efficacia salvifica.
Tre figure che camminano guardinghe nella parte bassa della città di Danzica, quella dove le strade hanno l’andamento delle montagne russe e i marciapiedi sono isole che spuntano a fatica tra una crosta di fango e l’altro.

L’ultima mattina per noi prima di imbarcarci per Roma, una pioggerellina sottile e l’audace idea di visitare una galleria di arte contemporanea con un workshop “sghicio” che fa tanto fico . Fa tanto vacanza alternativa.
A nostra discolpa va detto che questo piano “losco” non era certo farina del nostro sacco. Fosse stato per noi probabilmente avremmo passato la mattina uggiosa nel rassicurante e caldo ventre del museo di arte contemporanea.
Però voci di pub ci avevano assicurato che la galleria meritava di essere vista e Blu mi aveva confermato il tutto mettendomi solo in guardia sullo stato di semi cantiere del quartiere dove si trovava la galleria. Il problema delle voci da pub è che sono sempre truccate dall’alone pacifico dell’alcol e il giorno dopo ti ricordi tutto a metà. Dovevo sospettarlo dalla gioia con cui C. si stava dedicando alla sua nuova vodka che ci saremmo perse qualche pezzo importante, che alla fine ci saremmo perse.

Poi ad essere sincere non ci siamo perse noi ma la gente di quel quartiere si è persa la galleria. Il che non deve essere poi molto semplice se si pensa che la pubblicità del workshop era un camion incastrato sotto un ponte a fingere un fantomatico incidente, con tanto di logo sulla fiancata.
Del resto non ci si può accusare di aver ceduto alla voglia di fare le eroine e di non chiedere a nessunom “gdzie jest?” . Ci siamo piegate e ci siamo accostate agli ignari passanti che divertiti dal fatto che “ pani rozumiem, ale nie mówi!” (lei capisce, ma non parla) ci hanno alla fine aiutati come potevano, fin oltre le nostre aspettative ma con il semplice risultato di farci capire che lì di gallerie nessuno sapeva nulla.

Niente di niente.
C. e G. sotto il mio ombrello giallo, con me che gli trotterello dietro incappucciata e stando ben attenta a finire in tutte le pozzanghere torniamo indietro. Ma mi veniva da ridere mente chiedevo a G. : “Ci odi?” e mentre C. saltellava ogni tanto indietro a fotografare improbabili catapecchie.
Tanto ridicole da essere paradossalmente geniali.

Un ombrello giallo su una quinta grigia e appiccicosa.
Progetti di viaggi in treno lunghi un mese.
Progetti e chiacchiere che vengono su leggeri nella pesantezza dell’odore della plastica bruciata.
Pettegolezzi interrotti dalla pioggia di fango che a tratti regolari le macchine ci riversavano sulle scarpe.

Penso sia andata bene così.

E poi e finito tutto a salsicce e vodka in un mercato della città vecchia.

Bene così.


RIMPIANTI: Non averci provato con il barman. Aver fatto poche foto. Non aver ucciso Martino. Non aver preso un treno per Berlino. Non essermi imbarcata per la Svezia per farmi una settimana a scrocco coccolata e viziata. Non essere riuscita a scendere a Gliwice per fare una sacrosanta serata di pettegolezzi con Karola e Dagi.

 
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