mercoledì, dicembre 26, 2007

Uno fa quel che si deve, come si deve


Il Natale va affrontato con tutto il rispetto che si deve ad un ex-compagno di giochi.
Da piccoli si correva nella stessa squadra, adesso lui fa il portiere della squadra avversaria, e visti i tradizionali tortellini è talmente espanso da rendere ogni tiro in porta un’impresa.
Ma la cocciutaggine di chi a questo natale agli steroidi non ci crede è tanta e ben riposta.
Così finisce 5 a zero per me!

Impagabile: Sbriciolare i biscotti nel latte e cafè la mattina guardando “willie wonka e la fabbrica di cioccolato” con i colori dei primi anni ’70 (le sane stronzate da rifare tutti i SANTI NATALI, con il meno sano appoggio di chi in questo è peggio di te)

Tutto questo solo per dirvi che il mio natale è andato bene, alla facciaccia di chi mi voleva mettere fretta e mi gettava addosso secchiate di nervosismo.
E poi per ri-citare una amico: “quando il natale arriva, so cazzi tuoi”. La saggezza è semplice e non va dimenticata.

E’ semplice, come tutte le cose che noi diamo per scontate: ed è questo che vorrei per tutti.
La serenità è talmente semplice che proprio non la si sa spiegare, sempre troppe parole.
Comunque è quella, si è quella cosa là, di cui appunto non riesco a scrivere, che vi auguro.

In cuffia, stamattina, mentre guidavo sotto una pioggerellina vaporizzata: Natale, Francesco De Gregari.

PS: Roma è fatta per la Pasqua, non per il Natale….credo ogni città abbia una festività che la veste meglio. Ecco credo che per Roma si debba aspettare la Pasqua

giovedì, dicembre 20, 2007

Sogno! Son desto!

Descrivere le cose è spesso frustrante.
Tutto il ricamo che ne fai appena ti lascia soddisfatto.
Bisognerebbe essere precisi.
Bisognerebbe avere la tetsardaggine assoluta che ti fa sicuro della tua "Relazione sul reale"

Ieri ne ero certa: sognare è l'unico modo per capire ed apprezzare la realtà.
Oggi, dopo una birra tracannata forse troppo in fretta e qulache ora di sonno, lo so quasi per certo: il sognare può diventare la grammatica su cui custruire il mondo.

Martin Luther King disse: Io ho un sogno.

Avrebbe potuto dire: io ho un progetto. Ma ha usato la parola Sogno.
Propriro SOGNO, che mi sembra immensa, espansa.


Realizzare un sogno è più caraggioso, e a volte rischioso. Il progetto è un'appendice delle regole già costituite, su quelle basa se stesso, in nome di quelle segue un piano ed una logica. Progettare significa seguire tappe e schemi, dare un valore ad oggni fase, suddivere tempo e scopi.

Sognare è: Tutto o niente.

L'obbiettivo è il sogno stesso, che va "consumato" per fare la realtà più a nostra misura.
Può essere impopolare, credo, visto che difficilmente si sogna tutti la stessa cosa.

Forse la raltà è uno scontro tra sogni egocentrici?
Di sicuro, anche se l'abbiamo avvolta nel mito di una scentifica razionalità, la realtà che ci appartiene è una tregua sempre in bilico sullo scontro-incontro di tanti umanissimi sogni.

PS: Questo blog sta prendendo una piega strana...sarà il 2008 che si avvicina?

giovedì, dicembre 13, 2007

La giusta distanza


Le due pile di giornali che stringono il mio computer al lavoro da due giorni non fanno che franare disordinatamente.
Tra un cedimento ed un altro finisce che nel rimetterli in piedi qualcuno lo risfoglio, rigiro, rileggo.
E’ strano come l’appena ieri appare di un vecchio sbiadito. Passate le 11 tutto diventa “storia”. Sarà l’abitudine ad aspettarsi sempre qualcosa di nuovo, a far consumare in fretta tutto.

In effetti alcune di quelle prime pagine diventeranno davvero Storia. La Storia alla fine è fatta di scampoli di cronaca lasciata macerare.

Si impara dalla Storia.

Persino noi impariamo dalle nostre storie.
Appena si riesce a guardare indietro con un poco di obbiettività.

Impari una lezione che tanto, come nella Storia vera e grande del mondo al plurale, sempre e comunque al momento opportuno ignori.

Va così, e va bene.

Va bene finire per caso a comprare durante la pausa pranzo il dvd di “Io e Annie”, e non per caso trovarsi a sorridere dopo averlo collegato al primo amore vissuto da adulta.
Il primo anno di università, i libri fotocopiati e un divano logoro e comodissimo. Tutti i film di un inverno che non siamo riusciti a finire.
Io era pazza per i vestiti di Diane Kaeton, e V. adorava che Allen non sapesse recitare che sé stesso


« Frattanto si era fatto tardi e tutt'e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba – stupenda – e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io… ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c'è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: "Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d'essere una gallina." E allora il dottore gli dice: "Ma perché non lo rinchiude in manicomio?" E quel tale gli risponde: "Già! Ma poi dopo, l'ovetto fresco, a me, chi me lo fa?" Insomma, mi pare ch'è proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e… ma… mi sa tanto che li sopportiamo perché, hm… tutti quanti… più o meno ne abbiamo bisogno, dell'ovetto fresco. »


Adesso è un ricordo davvero dolce, pulito, anche un poco infantile.
E’ diventato storia, ma non mi ha salvato dal ricommettere errori, e so non mi salverà in futuro.

Sono cresciuta, davvero, sono un’immatura con un giudizio favoloso.

E nel giorno delle coincidenze mi arriva un messaggio da V. con una folle richiesta: “ ti andrebbe di scrivere un racconto breve per una cosa?”
Telepatia? Mi si ricorda nel giorno del ricordo? Ma cosa ancora più importante: che ci fa con un racconto?

Oggi ho sola voglia di ridere, perché sono leggera.


In cuffia: Fixing her hair, Any Di Franco.



PS: Vado a vedere Sinigallia a gennaio ad Ostia. Per una volta che sta dietro casa….e che non sono fuoritempo…

lunedì, dicembre 10, 2007

Quello che passa

DIGNITà AUTONOME DI PROSTITUZIONE


Mi era presa una voglia strana di andare ad assaggiare di persona questo esperimento. Alla fine però tra le buche degli amici e il crollo del mio fisico di cartapesta ho finito per masticare la rinuncia.
Un bel rumore di denti che si chiudono a tagliola sulla delusione.

Doveva essere perlomeno curioso.
Come dice il volantino:
ATTORI COME PROSTITUTE
protetti, ma alla mercé dell´avventorespettatore diturno, si lasciano esaminare, scegliere, soppesarein cambio della propria Arte e del proprio cuore. Il cliente paga quello che contratta prima o quello che matura dopo la performance.Pillole del piacere, ognuna della durata di 10 minuti al massimo, in un confronto a due, un triangolo o chissà…(anche in macchina)"Mi paghi SE E QUANTO ti è piaciuto."

Quando sabato un amico mi ha presentato questo spettacolo già era alla fine. Ieri era l’ultima sera, e io ho lasciato che si consumasse senza poterci infilare il naso. Era in scena già da un mese ma, come mio solito, sono arrivata fuori tempo.

Ho la capacità di arrivare sulle cose un attimo prima che finiscano. Rimango impigliata nella scia, e spesso mi faccio accarezzare dai rimpianti. Le mie sono tempistiche svampite.

Persa in questo pensiero, nella conta di tutti i miei “fuoritempo”, mi sono fatta abbracciare dalla malinconia.

La domenica si è svuotata morbida e sfocata. Avvolta in questo vapore mi sono accorta di come si sono allontanate le cose.

E per finire mi chiedo come solo un attimo dopo ci si ritrova a non contenere le risate e a perdere il respiro di fronte alle foto improbabili di amici troppo convinti.


Di altri, le foto, sono volontariamente assenti.


PS: pare che il 13 Sinigallia sia in concerto a Roma. Almeno questo lo saprò afferrare?

sabato, dicembre 08, 2007

d.o.c.



Negli ultimi giorni ho piantato troppi sorrisi finti e mi verranno, lo so , le rughe della vergogna.
Mentre strisciavo sulla moquette appena messa alla ricerca di una presa per stampare 250 inviti ho capito che senza accorgermene mi stavo anestetizzando al “ma vabè, tanto…”

Ma vebè…tanto…

TANTO NO, VA BENE SE VA , ALTRIMENTI VA MELE. LACIARE CHE SIANO SEMPRE GLI ALTRI A DECIDERE NON TI ALLEGERISCE, SEMMAI SCOLORISCE.

Tre giorni a correre dietro a persone indecise mi ha fatto suonare il campanello d’allarme. Mai fare l’imboscata. O meglio: mai permettere alla tua personalità di imboscarsi.
Importante poi che la personalità ci sia, ma sono altri problemi.

Mai credere a chi sta sempre male, a chi vede sempre tutto nero e miagola l’apocalisse, ma non solo.
C’è all’opposto lo stesso vizio
C’è una sovraesposizione di risate che smaschera un’allegria costruita a tavolino
L’esposizione televisiva a sorrisi tirati con il prozac, anestetizza le persone alle piccole gioie vere che si sfiorano per caso nei giorni qualunque.


Cosa si deve fare per essere “genuini”?



E’ sera , gli occhi stanchi e una faccia che mi sembra di cera.

Si striscia lenti in una fila di macchine bavose di musica casuale.
I rientri di recente sono sempre silenziosamente pensierosi.




PS: Odio i tacchi, non solo perchè ci ondeggio, ma anche perchè mi fanno abracciare male le persone.
Sono frastornata: mi è stato detto che scrivo come Moccia. Non so se andare in panico o prenderla come uno scherzo, visto che non ho mai letto Moccia ( e vivo benissimo così)

sabato, dicembre 01, 2007

paure

I centri commerciali.
La luce sintetica che sbatte i colori, l’aria rancida e il brusio della fretta. Fretta anche quando non si ha niente da fare. Tutto questo credo uccida il tempo, il tempo per sé, il tempo per andare lenti e semplicemente sentirsi esistere.

Da 15 giorni, per questioni di lavoro, mi trovo a girellare nei pressi di un grande centro commerciale di Roma. Uno di quei grandi centri pieni di tutto e persi nel nulla, assediati dalle macchine e da periferie che si confondono con la campagna.
Ieri, mentre mi trascinavo sognando il sabato in una specie di leopardiana visione, una manciata di bambini mi taglia la strada di corsa.
Una gita al centro commerciale. Che forse le maestre hanno ben pensato di fargli vedere come si fa la spesa intelligente? Come funziona una cassa automatica? La differenza sostanziale tra H&M e Zara nella scelta dell’esposizione della nuova collezione invernale?
Ho avuto, lo ammetto, una rabbiosa paura.

Prendendo l’uscita a passi lunghi e regolari mi sono stretta ai giornali e mi sono goduta un venticello freddo, che sa d’inverno. Le cose banali che ti fanno vedere il tempo che cambia e poi ritorna.
Respira affondo. Infondo, nel fondo.

Il mio scetticismo per i centri commerciali, alla fine, è solo legato alle volte in cui dentro mi sono sentita persa. E’ uno dei luoghi in cui più spesso mi intrappolano le mie strane forme di malessere. Quelle per le quali il viso si scolorisce e le cose mi si fanno sfumato, i rumori ovattati, e gongolo come un cipresso al vento.

Dentro al mall , dicono, c’è tutto ciò di cui si ha bisogno. Ci si potrebbe vivere senza mai dover uscire. Penso che sarebbe meglio sostituire “vivere” con sopravvivere. Tutto un altro gusto allora.

Nel termine sopravvivere mi sembra manchi la componente emozionale, di gioia. O meglio penso che manchi la possibilità della gioia e dello stupore, quello che ti fa macinare la vita anche quando prende un gusto amaro.

sabato, novembre 24, 2007

Digressioni bis-fatte

On stage by sussfellen



Quasi esattamente un anno fa, mi si passi l’approssimativa esattezza, girellando il cucchiaino nel the, dissi a un’amica.

“ho provato mille volte a sezionarmi per vedere che c’era sotto, ma finché sto qui ogni volta che tento di rimontarmi finisco sempre per seguire le istruzioni…”

Stavo per partire per la Polonia, un mezzo azzardo da cui non sapevo se sarei stata spennata o tornata arricchita.
Nessuno ci vedeva “La Fortuna” che io invece mi aspettavo. A convincere chi mi stava intorno della buona occasione era stata solo la mia testardaggine. E già da questo poi scoprii che la cosa funzionava.

Scoprii anche che non esistono soluzioni assolute e rapide. In 7 mesi ho montato il nocciolo, con la fatica che mi aspettavo e la soddisfazione che ho imparato a dividere equamente con chi mi sta intorno.
Ho appena fatto in tempo a mettere le fondamenta per tornare.

Un amico, nato attore, che si sta sperimentando regista, mi ha ricordato un paio di sere fa quello che già mi aveva fatto notare per iscritto: Si può anche cambiare la scenografia, ma l’attore rimane lo stesso

Se non fosse stato così non avrei mai risolto il mio problema dell’ “Attore”
Ho benedetto il cambio di scena e l’uscita dal “Personaggio”
Nel cambio del fondale e nel trovarmi di colpo struccata ho potuto finalmente piantarmi addosso lo sguardo senza il filtro dell’abitudine.
Ho scovato “l’uomo che regge il teatrante”.
Ho imparto ad interpretare il copione e non a subirlo.

Adesso aspetto di trovare la scenografia che più mi si addice. Nel caso sarò anche pronta a costruirla, appena troverò qualcosa per cui mi senta in forza di fermarmi.

So perfettamente quale è il mio limite, e questo mi ha permesso di aggirarlo sapendo nel caso chiedere. Che chiedere, come ho detto una volta, non è di certo un male.
E se ieri sera ho rifiutato il braccio era perché ero certa che non sarei caduta. Ma ho apprezzato immensamente.

In cuffia, dedicata a tutti: Extraordinary machine, Fiona Apple.

martedì, novembre 20, 2007

in parole, poche

Questa domenica, dal Gianicolo trapuntato di foglie aranciate, ho messo gli occhi su una Roma soffice e bianca come meringa. Ho accompagnato con passo lento il suo scivolare nel color cipria delle cinque. Nel tramonto, attraverso l'obbiettivo sporco di una vecchia ZENIT, ho trovato il ricordo, e rotolando verso trastevere con le dita gelide e il naso tappato, ho finito di ricucire tutti i miei scampoli. Ho RIEPILOGATO.

Riepilogare.

E’ una cosa che siamo costretti a fare tutti giorni
Incosciente.
Quando ti chiedono, infondo senza chiederlo, chi sei.


Come ti chiami? Che fai? Che pensi? Pensi? Che sogni e cosa ricordi?

Lì recuperi tutto e in un lampo lo sforbici talmente tanto da tradurlo in appena due parole: Sono Barbara.
Poi a cascata ci metti tutto il resto, selezionando secondo le occasioni.
Riepiloghi in fondo te stesso, o meglio quello che TU pensi di te stesso, a favore degli altri.

Poi c’è chi ti chiede: tu cosa pensi di me?



PS: Da qualche giorno ho una carico elettrica strana. Scricchiolo scosse ogni volta che sfioro una porta o una portiera. Faccio letteralmente scintille. Sto degenerando in un magnete?..o magari in un nastro magnetico....

martedì, novembre 13, 2007

l'apparire e l'apparenza

Packaging by Gozzde



Mi fermo al capitolo 3: Identità è valore aggiunto


ES: Così come esistono donne oggettivamente belle ma del tutto incapaci di apparire eleganti e piacevoli, ve ne sono di sostanzialmente insignificanti ma capaci di “fare miracoli” attraverso l’abbigliamento, il trucco, l’eleganza, l’eloquio




Aggrotto un sopracciglio

Volo di colpo al capitolo sul Packaging e la vendita con un certo cinismo.

Se la donna oggetto è quella costruita a tavolino dal marketing televisivo, quella che si auto-propone nell’esaltare i propri punti forza…pur trattando il proprio essere come un “prodotto” da valorizzare…come va chiamata?

Apparenza VS capacità di apparire?
La prima è vuota. La seconda non può essere senza l’astuzia di costruirla. L’astuzia spesso è accompagnata da intelligenza e strategia.

La strategia di vendere la propria persona, una volta romanticamente veniva definita seduzione.
Adesso invece di sedurre si deve CONVINCERE, a volte anche se stessi.

Per fortuna c’è ancora chi sa dare valore all’ESSENZA

sabato, novembre 10, 2007

Al prossimo incrocio...

Bastare a se stessi è un dovere, un piacere, o una scorciatoia?
Decidere di bastare a se stessi è indice di coraggio o di paura?
Conviene andare avanti sperando di incrociare le vie giuste oppure portarsi dietro il navigatore?

L’autunno romano ha una bella luce dorata. I binari del tram scivolano come riflessi d’acqua tra i sanpietrini.
Mentre ti accovacci su uno sperone di marciapiede, aspettando che il semaforo ti dia un paio di minuti di “ossigeno” per riuscire a scattare la foto di quel “grafismo”, ti imbamboli sui punti di incrocio dei binari. Netti , precisi, si diramano senza esitazione. Le strisce d’argento si incontrano per un solo attimo per poi aprirsi senza rimpianti. Niente ripensamenti.

Mentre il sole scivolava sui binari, nel rumore rapido dello scatto, mi è scattata l’idea che l’amore incrocia spesso le nostre vite senza farci mai veramente deragliare.

Paranoia sentimentale.

E’ un morbo che vedo allargarsi senza essere riconosciuto. Sacrosanta vita moderna, che devi bastare a te stesso, perché non ci si può fermare, pena la mancata realizzazione.
Si ha appena il tempo di incrociarsi. Un lampo, e poi la strada non prevede piazzole di sosta.

Forse quella di “bastare a se stessi” non è una convinzione, ma una moda. Mia nonna, ovviamente old-fashion, continua a chiedermi quando ho intenzione di sposarmi.

In cuffia: The weight of my world, King of convinience


PS: I binari in questione erano quelli del 3. Il tram numero 3, dalla stazione di Porta San Paolo, arriva fino a Valle Giula. I metri di binari sono davvero tanti, non so con precisione misurarli, ma conosco perfettamente il tempo che il tram impiega a sferragliarci sopra. Qualcuno sa quanti binari, in un unico viaggio, incrocia? Io non ci ho mai fatto caso...

martedì, novembre 06, 2007

Onesta. Mi ripeto

Life by emdinlenmis


Poco più di una settimana fa, beffandosi della nostra incapacità di focalizzare la soluzione, ci era stato detto : “andate a casa, prendete un foglio ed una matita e mettetevi a pensare a come vorreste essere ricordati una volta morti.. Stringete su quello che siete ora e buttate giù tutto quello che da qui in poi dovrete fare per raggiungere il vostro SCOPO”.
Se qualcuno si è grattato io non l’ho visto. Se qualcuno lo ha fatto sul serio non so. Probabilmente no.
Personalmente il tutto mi è passato tra le orecchie come una suonata di clacson al semaforo: irritante sul momento e da dimenticare alla prima svolta.
Ieri sera però i pensieri hanno iniziato a fischiarmi. L’irritazione è diventata curiosità e un cumulo di domande, le mie solite domande affastellate, mi si è rinfacciato a colazione.

Chissà dove sarei andata a parare, se qualcosa non mi avesse distratto e fatto deviare la rotta. Ecco un’altra volta il fuori, quello grande e di sostanza, che viene ad affettare e rimescolare il mio piccolo ego isterico.

“Per incarico della famiglia e con estremo dolore, annuncio che il dottor Biagi si è spento alle 8 di questa mattina con serenità"

Un pezzo di storia se ne va, e questa è “letteratura” per giornali e quotidiani. Fra qualche anno sarà forse “cronaca” per i libri di storia.
Se ne va un uomo, un uomo vecchio (e non c’è certo offesa in questo). E’ come uomo “sereno” che lo ho ammirato di più stamattina.
Ha voluto essere ricordato per quello che ara: “una persona onesta”. Niente più di quello che è sempre stato.
Essere ricordati per se stessi. Sembra facile. In realtà bisogna sapere chi si è, poi bisogna avere il coraggio di difendere il proprio essere, e infine di condividerlo con chi ci sta a cuore. Un processo costante e infinito.
Signor Biagi, che lavoraccio questo…pensavo che lo SCOPO fosse più facile e materiale in verità.

Così adesso so un poco dove andare a parare, anche se ancora non so come pararmi dalla mia insicurezza, maledetta corazza che assale e non difende

Lei che consiglia Dottor Biagi?

“l’uomo, qualche volta, è come le scimmie: ha il gusto dell’imitazione”

Ma c’è chi conosce il gusto della citazione intelligente, non un puro esercizio di memoria, ma la bella conferma che le idee sanno espandersi criticamente.


PS: Il foglio con la strategia che ci aveva consigliato di scrivere il professore lo ho lasciato in bianco. Che mica la vita è una campagna pubblicitaria…

mercoledì, ottobre 31, 2007

tana libera tutti


Pare che sia stata tirata in un MEME.
Le 8 cose che non ho mai detto di me in questo blog.
Meglio rimangano impacchettate.
Mi tiro fuori dalla catena, ma non mi sento vigliacca.


Ho un diario cartaceo, di quelli in cui le pagine scricchiolano sotto il peso della scrittura e i ricami dell’inchiostro. Al mio amico di pelle nera , solo, concedo alcune cose. Meglio così. Non sapete quanto isterica e banale sono tra quelle pagine.
Disordinata, caotica, arruffata, esaltata, accecata.
Potrei leggere il mio umore anche solo osservando l’inclinazione delle lettere, la distanza tra le righe, la quantità di maiuscole dopo i punti, l’assenza delle virgole, gli scarabocchi al posto delle parole.
E’ avvolto in una sciarpa e nascosto al buio di un cassetto. Tutto molto romantico, tutto estremamente banale se non fosse che la fuffa che raccoglie è violentemente vera e diretta. Ciò lo ripulisce da qualunque incanto ottocentesco.

Tutto questo è per sciogliermi da un meme e per chiedervi: Concedereste un mozzico del vostro diario cartaceo ai pixel del blog?

Di solito sulla carta si getta la bellezza dell’emozione non filtrata, il blog si romanza e si ricama. Si pesa in rete ogni parola, per quanto si cerchi di fare il contrario, siamo come in un grande fratello autogestito.

Immagino sia giusto così.

Per me pretendo di poter arrotolare i miei monologhi in una sciarpa e dimenticarli in un cassetto senza una scadenza.
Pensieri, visioni, persone.

E ora, voi, a cosa state pensando?

lunedì, ottobre 29, 2007

c'è un gran chiasso, per fortuna

Questa voce che mi rimbalza dentro è l’eco mescolato delle vostre chiacchiere. Questi pensieri sono i vostri spunti migliori.

Non sto scaricando su di voi la responsabilità delle miei intuizioni bislacche. Ammetto semplicemente di non essere propensa alle illuminazioni divine, ma di credere nell'ascolto dei “rumori” di fuori per stratificarli nell’anima.
Nel passaggio da rumore a pensiero, nel tentativo più o meno consapevole di capire gli altrui “rumori”, si da forma all’ IO. Mettendo sulla punta della lingua personali punti di vista pronti a essere rimasticati appena sputati fuori si entra nel gioco del progresso.
Se proprio in un “dio” mi ritroverò a sperare, credo sarà di forma corale e allungata nel reale. Non sono sicura della sua bontà , non garantisco la sua integrità, ma punto sulla sua concretezza.

Quello lassù è il cielo, quanti modi conosci di raccontarlo? Tutto, pur di toccarlo.


PS: Tutto quello che avrei voluto raccontare di questi giorni ormai è passato. Arriverà dell’altro.

lunedì, ottobre 22, 2007

con la goccia al naso (come nei più stupidi cartoni giapponesi)

E’ arrivato il freddo.

Ho abbracciato il cappotto da dentro e affogato la bocca in tre giri di sciarpa.

Aspetto un inverno senza neve.

“Aspettare” è un tempo strano quando è sospeso tra urgenze imprecisate.

Urgenza di denaro per fare “niente”

E’ tempo di trasformare il niente in denaro?




Se mi soffio un’altra volta il naso sono certa mi uscirà il cervello, accartoccerei il libero arbitrio e il tempo tornerebbe lineare.

martedì, ottobre 16, 2007

usa e getta

The shirt by h34dsho77


B :Stavolta una campagna sociale!
V: Ma dai…figo
B: Si insomma una cosa etica
V: Bè dai lo trovo molto bello, fare quello che ti piace e essere anche utile
B: …si insomma sai…bè comunque…non mi pagano
V :…
B: Ma è una campagna sociale…quindi…
V: La prossima campagna per la difesa delle cretine la facciamo con te come testimonial.


Ad essere sincera è vero.

Bisognerebbe fare una compagna sociale per la difesa dei cretini. O meglio, per la difesa degli stagisti. E non perchè sono in via d’estinzione, come l’orso marsicano, semmai il contrario.
Gli stagisti si moltiplicano senza una precisa stagione degli amori (anzi a volte l’amore adulto gli è costoso, così si riducono ad un prolungamento dell’amore adolescenziale e non si riproducono per nulla). Inoltre la vita media si è allungata e ormai si possono trovare stagisti anche sui 30.
Lo stato di frustrazione è direttamente proporzionale al numero dei mesi e dalle volte che la magica frase “ finito lo stage magari ti facciamo un contratto a progetto” gli viene ripetuta beffardamente.
Se si ha la fortuna di fare uno stage di 3 mesi con un rimborso spese (ticket per il pranzo) di solito si esce dalla cosa con dei leggeri tick ma senza l’istinto di cambiare paese, se si ha la sfiga di farsi 9 mesi senza rimborso spese si corre il rischio di finire nelle mani degli strozzini per pagarsi lo psicologo.
Ci sono anche stagisti entusiasti, è da riconoscere. Capitano “giovani” neo-laureati che descrivono l’esperienza dello stage come la cosa più bella che gli sia mai capitata. Tale affermazione può uscire dalla bocca di un “giovane” stagista solo quando si ha almeno una delle seguenti condizioni:
- è uno stage miracoloso dove non fai solo carrelli di fotocopie e ti considerano una persona e non uno sprovveduto a cui scaricare i lavori noiosi
- non ti devi pagare un affitto, i tuoi ti passano la macchina, hai la paghetta settimanale e riesci ad andare al cinema ogni tanto ( in pratica sei un sedicenne che la mattina esce con la 24 ore)
- Hai trovato l’uomo/la donna della tua vita alla scrivani accanto e quindi ormai rincoglionito/rincoglionita campi bene anche senza mangiare (sperando sempre che l’oggetto del desiderio non sia a sua volta uno stagista altrimenti non se ne esce)


Un poco tutti ormai vedono lo stage come il miracolo da guadagnarsi finiti gli studi, mentre il lavoro, un lavoro vero, con un contratto che ti permetta di stare a casa se hai la febbre celebrale, è diventato la redenzione finale.

Ci sono anche io tra queste creature annientate che si lasciano docilmente infinocchiare.
Mi presento puntuale ai colloqui e faccio tutto da copione.
Poi a volte ti senti dire: “signorina, ma a lei chi la manda?”
Allora sprofondi in uno sguardo vitreo, vorresti piangere e strappare il cuore dello sciagurato che ti sta davanti per vedere se non è di latta. Ti vergogni un poco di essere inciampata in questa cosa, ma poi ti riprendi e lo capisci che a vergognarsi devono essere loro.
Finisce con te incazzata come un’iguana, fuori dalla ragione come fuori dal mondo è il fatto che bisogna essere raccomandate anche per sgobbare gratis per una qualunque agenzia da 4 soldi.

Dalle mie parti sono tutti incazzati come delle iguane, ma ancora ci ridiamo su. L’ironia è il nostro placebo.
Oggi ci sbeffeggiavamo a vicenda per sentirci tutti inculati allo stesso modo e meno soli, mentre eravamo lì a scervellarci su un progetto sperando di ricevere alla fine nulla più che uno zuccherino ed un incoraggiamento

“io intanto per sicurezza mi alleno a piegare le magliette”

Partono le risate. Ma non troppo leggere. Guardiamo la nostra “pragmatica” compagna con una certa paura

A casa, poi, ho aperto il mio armadio e mi è preso un colpo: piego le megliette da schifo.



PS: Nonostante sto scorata, rimango dell’idea che alla fine CE SE LA FA. E ce le faremo in modo splendido. Non vedo l’ora di sbatterlo in faccia a chi ci da tutti per spacciati. E poi forse io me la complico la cosa perchè anche con gli stage sono schifosamente selettiva.

sabato, ottobre 13, 2007

scivolare

Rain by Moradam




«La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia»


Zygmut Bauman


Anche se lego stretta la fusciacca di seta in vita il nodo scivola e allenta la tensione e la blusa. Si mostra il cuore aspettando che qualcuno scocchi il colpo.


Lo facciamo sempre.
Tutti.

Vogliamo e cerchiamo qualcuno, e al tempo stesso ne siamo terrorizzati. Abbiamo così tanta paura di rimanere troppo a lungo al caldo di un abbraccio? Quali doveri non possimo, o più logicamente non vogliamo accettare?
Sono solo io che sento di continuare a intrecciare nodi così poco saldi? Mi ostino a legarmi stretta nelle mie difese già sapendo-sperando che non dureranno.
Come si trova un attimo di tregua dalle proprie paranoie?
Vediamo di scogliere questi pensieri fumosi nella musica...buon sabato sera a tutti. Prendetevi una pausa. Io lo farò

martedì, ottobre 09, 2007

Sarò banale


Torno da Londra con il portafogli troppo leggero, qualche scarabocchio in più, il solito rimpianto dei viaggi troppo brevi

Ho fatto giri banali, mangiato le solite porcate e pescato nelle conversazione pre-impostate delle conoscenze fatte in 4 giorni

Tutta roba che a me ha fatto piacere, ma a raccontarla è di una noia ripetitiva.

Mi sono rilassata vergognosamente regalandomi un’intera giornata al Tate Modern e ho “fatto l’amore” con Rothko…che mi lascia sempre a mezzo fiato e con un velo lucido sullo sguardo.

Rothko è il colore puro sena forma, spazio o limite. E’ l’impatto dello spazio-colore su ogni cornice che lo imbriglia. Colore non schiavo della pittura, ma al contrario la pittura serva di un colore che è di per sé ansia vitale.

Ansia vitale che cozzava con l’apatia monotona degli addetti di sala del museo

“non si possono fare fotografie…”

Mi ha detto, con voce monocorde persa nella noia di mille ripetizioni, un ragazzo bruno sbattuto in una maglia rossa.
Avrei voluto dirgli che non stavo fotografando Picasso ma la ragazza indiana, anche lei in maglietta rossa, seduta sullo sgabello, che cercava di ingoiare gli sbadigli in attesa della fine del turno. Avrei voluto chiedere se potevo fargli una foto, a lui come al ragazzo corpulento che ricordava a tutti di spegnere i cellulari prima di entrare. Ma poi che senso avrebbe avuto? Come lo avrei giustificato?

I custodi di sala, le guide, le addette al guardaroba sono figure surreali perse come ombre in grandi musei e nelle gallerie. A volte credo che i visitatori non li considerino nemmeno cose vive.
Del resto loro, nelle otto ore del turno, rimangono come in pausa dalla vita. E’ la noia che li mette in un angolo e li trasforma in oggetti caricati a molla. Lo stesso corredo di frasi per tutti, la stessa divisa e il sorriso abbinato.
Nel vederli più statici delle tele tra cui erano adagiati mi si è accesa una curiosità infantile e forse anche fuoriluogo.
Mi sarebbe piaciuto fotografarli tutti, mentre i loro occhi erano persi nell’attesa del dopo. Avrei voluto ritrarli uno per uno con tempi lunghissimi, così da far sembrare tutte le figure intorno solo strisce sfocate in movimento, loro e i quadri le uniche “cose” immobili. E tutti questi ritratti li avrei poi legati alle loro storie, raccontate magari nella pausa pranzo e nello spogliatoio alla fine del turno. Storie e foto, in un bianco e nero semplice e scontato, le avrei volute sbattere asettiche in una piccola sala prima dell’uscita. Sarebbe stato bello far notare ai visitatori le vite a cui erano passati davanti “ciechi”
Nella mia mente appannata queste “mute forme di esistere” avevano qualcosa di altamente artistico e non capivo come tutti non lo vedessero.

Poi mi sono resa conto che certe idee malsane possono venire solo a me…quando ho fame soprattutto…



Per precisare: in questo post volevo parlare di arte, ma poi non so perché ho fatto andare tutto senza logica… il controllo non è il mio forte.

venerdì, settembre 28, 2007

l'unica cosa fritta qui sono io...

Leggi parole che ti affettano, guardi immagini che ti accecano, senti odori che ti trapassano e la mente si aggroviglia. Di norma in questi momenti di stimolazione le idee in testa esplodono disordinate, si accalcano, si spingono e spesso si mescolano così tanto che diventa impossibile tirarle fuori dalla foga del momento.
Questo tipo di idee si consuma in fretta e spesso se non corri a concretizzarle rischi di perderle, o di farle troppo freddare, con il risultato che si trasformano in una gomma indigeribile.
Poi ci sono le “visioni” montate con lentezza. Queste sono idee che si rigirano da dentro, proprio per non arrendersi al black-out che c’è imposto da fuori. Allora non sono slanci frenetici ma impasti complicati che se trascinati perdono colore e diventano recinti.

Insomma ci sono le idee fritte e quelle fatte macerare per ore

Ci pensavo oggi mentre davanti a me, sul treno, una ragazza studiava con cura i dettagli di un disegno tecnico, con lo sguardo fisso su un unico tratto di inchiostro.
Accanto a me all’opposto un ragazzo batteva frenetico la penna sul bordo di un taccuino, scarabocchiando a intervalli irregolari linee contorte, promemoria frenetici.

Immagino fossero due architetti (immagino nella quasi certezza), entrambi con un progetto in testa, solo che uno friggeva e l’altra macerava.

Entrambi su un treno, nel tempo di uno spostamento da un concreto a un altro. Creavano in un momento di stallo.

La fantasia spesso si moltiplica proprio dove tutto il resto si ferma: dove sembra che tutto sia vuoto, in attesa di altro, è in quel momento che può strisciare l’idea.

E ancora: quando le persone geniali hanno avuto il primo sentore delle idee che avrebbero cambiato parte delle vite che gli giravano intorno?

E soprattutto: C’è speranza per tutti?

giovedì, settembre 27, 2007

ombre cinesi


oggi è tutto stranamente ovattato:
le pagine che scorrono sotto gli occhi
le voci al telefono
la mia testa
Ho il senso strano di essere vicinissima a qualcosa, ma non so cosa.

domenica, settembre 23, 2007

pulviscolo


In cuffia con i colori sul tavolo: Way to blue, Nick Drake




Stanley: How do you like to go away with me?
Lulu: Where?
Stanley: Nowhere. Still we could go
Lulu: But where could we go?
Stanley: Nowhere. There is nowhere to go. So we could just go. It wouldn’t matter

The birthday party, H Pinter


Ho passato una settimana di sciopero celebrale. Non reagivo…piatto di idee e slanci. Mi dispiace per chi mi si è “ciucciato” in questo non-esserci. Comunque è stato un black-out rilassato.

In mancanza di idee mie mi sono adagiata sulle voci degli altri.


-Un uomo in piedi nel mezzo di una branco di quindicenni mi punta l’evidenza alle tempie: siamo vecchi, ma ancora non troppo per meritare rispetto.

-Una donna bionica mi sopporta di fronte ad una qualche arte moderna senza fiatare, rassegnata, buona, carina. L’amicizia è anche caritatevole sopportazione e la bontà di prepararmi la merenda al sacco.

- La mia “Joan” mi ha dimostrato: Bisogna vestire la speranza con un paio di scarpe rosse

- Tre allegri sconosciuti mi confermano che è più facile prendere trenta ad un esame che riuscire a ritirare il diploma di laurea in segreteria

-Anche stavolta sfuma il sogno di incontrare il mio “Beane”. Comunque non sarebbe stato Adrien Brody…(qui qualcuno dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e pensare ogni tanto anche a me…)

-Una donna incontrata per caso dopo un tempo imprecisato mi svela l’arcano della mia fobia per il sangue sul trenino delle 21. L’illuminazione dell’avvocatessa mi viene confermata dalla dotteressa che mi siede accanto.

-Il biliardo ha delle regole che ancora ignoro, la fortuna sfacciata non ignora me. Se ci fosse stata una telecamera a quest’ora sarei famosa.

-A volte la casella della posta elettronica ti precipita in un’ansia viscida. Di recente mi trovo spesso a pensare che per molti versi la tecnologia trascina insicurezze emozionali.



Appena esco da questo coma di idee do un tono ai post e al blog. Profetizzo una ripresa rapidissima dopo il 28, data dell’ultimo esame. Nel frattempo gradirei che qualcuno mi spiegasse come faccio a mettere la musica nei post…

lunedì, settembre 17, 2007

i want to be

I passaggi di stato.
Celebro settembre.
Gli incontri lontani ti fanno traballare le giornate.
Gli esami si consumano
Roma puzza
Il tramonto ammorbidisce gli spigoli
L'attesa non è mai vana.
L'arte contemporanea si basa sul "culo"
Ciò che è "Figo" spesso annoia
L'aria va mandata giù regolarmente, ingoiata con costanza.
La gente è colorata anche quando è tinta di nero
Spesso mi distraggo e rimango indietro, sempre mi vengo a cercare.
Non si rimane mai indietro, ci si sofferma su un'alternativa
Nei concerti di piano oltre alla musica c'è un'pnotica danza di dita.
Anche quando ti sembra di morire è solo un modo per continuare a vivere




Non credo nelle sconfitte


Il 30 Settembre G. Allevi Suona al PArco Della Musica. Non è solo musica.

PS: Prima o poi tornerò a dare un tono al blog.

martedì, settembre 11, 2007

Onestamente, e poi siamo tutti nella stessa barca

Foto dell'ultima notte bianca. Tra lacca e cotonature, meravigliose scarpe da uomo e cappelli a cilindro, i vicoli che si spengono alle 5 di mattina ...è stata una notte bianca quasi perfetta. (altre foto a presto su flickr)





“Papà?”
“Che c’è?”. Un uccellino si leva in volo da un albero.
“Come dovrei essere da grande?”
L’uccellino scompare al di là di una cresta lontana. Non so cosa dire “Onesto” rispondo alla fine.
“No, che lavoro dovrei fare?”
“Uno qualsiasi”
“Perché ti arrabbi tanto quando te lo chiedo?”
“Non sono arrabbiato…sto solo pensando…non lo so …sono troppo stanco per pensare…non ha importanza quello che farai”

R. M. Pirsing Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
.


Voi che dite? Che cosa Vi e Mi dite?

Tu mangiatrice di libri e cacciatrice di colloqui?
Tu circondata da francofoni a-tecnologici?
Tu nelle stanze-alveari per gli stagisti non pagati?
Tu che raccogli gli starnuti nei corridoi al disinfettante?
Tu che vesti i personaggi sul palco prima degli attori?

Voi che siete con me in questo transito, cosa credete che faremo? O meglio SAREMO? Mentre, appena adesso, abbiamo intuito quello che SIAMO.

Per me mi accontento al momento di credere che sarò onesta.

Onesta come chi prova.

Onesta come chi vi dice che non ci sono risposte universali e che ogni intuizione è buona. Onesta in chi vi chiede di darle uno schiaffo dietro la nuca e sgranarle addosso un “ma che cazzo dici?” con occhi fermi ogni volta che mi lascio prendere dalla via più semplice ma non mia. Onesta come chi vi dice che non esiterà a farlo con voi.

Alle persone che non stanno ferme ad aspettare che la vita gli si depositi addosso.

“L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli”

G. B. Shaw

mercoledì, settembre 05, 2007

Sinceramente

Nella libertà c’è il rispetto dell’altro. Vero
Ma nella libertà c’è anche tutta la verità di dire : “ tu non mi piaci”

Non che il mio “essere” sia migliore del tuo, o viceversa. Semplicemente dire che proprio perchè non siamo tutti uguali, non a tutti piacciono tutti.

-Guarda che gente
-…vanno benissimo così
-Scusa? Sei una punk? Qualcosa che mi è sfuggito?
-Vanno bene così perché anche loro vedendoti avranno pensato “guarda che coglione”
-…
-Difendo la possibilità di essere senza offendere o essere offesi, non ce l’ho con te, ci sei solo capitato in mezzo

La cosa bella è che spesso ci capito nel mezzo anche io.

La mia fortuna è che divido caffè con gente che anche se me ne esco male non mi squadra come una stronza ma ci fa una risata e ribatte con gusto. Mi piace la gente che sulla vita sa ridere prendendola maledettamente sul serio

A volte essere stronzi equivale a dire quello che si pensa, senza troppi giri di zucchero intorno.
Io non lo ritengo essere stronzi, ma sinceri, anche se non si può sparare in faccia la sincerità al primo venuto e in qualsiasi momento. Questo lo so, alla fine l’ho imparato.

Per essere sinceri con qualcuno bisogna in molti casi volergli un qualche bene. Per essere sinceri in maniera costruttiva e non superficiale, si intende…

Sinceramente odio la biblioteca nazionale, dai tempi lunghissimi, dove ti senti presa in ostaggio nell’attesa sfibrante di un prestito, nella triplice copia per ogni richiesta, nei prezzi monopolistici delle fotocopie.
Nel silenzio burocratico di quelle sale ci si potrebbero scrivere un altro milione di libri. Sono tutti in potenza nelle attese silenziose delle persone. Peccato che tanti lettori non equivalgano ad altrettanti scrittori.

Sinceramente la biblioteca nazionale di Roma ha bisogno di un aiuto, di un miracolo, del buonsenso. Questa è una sincerità figlia non dell’amore per la biblioteca in se, ma per i libri…soprattutto quando sono gratis. Soprattutto quando hai un esame tra dieci giorni ed il libro, anche a volerlo pagare, non si trova.

Non si trova nemmeno nel mistico antro della biblioteca, forse disperso, presente sul catalogo ma assolutamente assente ingiustificato dagli scaffali, troppo ben nascosto anche in magazzino.

Nell’attesa di questa ricerca sono stati “assassinati” ben 45 minuti e tanti buoni propositi.

- Quello anche penserà “guarda quel coglione”
-Chi?
-Quel tizio che sta leggendo Popper. Uno che si legge Popper mentre aspetta le fotocopie…
- Magari studia.
- Pensa che sono un coglione perché leggo Rat Man, lo vedo da come alza gli occhi verso di noi.
- Anche Rat Man è filosofico a modo suo.
-Già…e Popper?
-…leggi…e non lo fissare




Sinceramente, amo la gente…chi lo avrebbe mai detto?

venerdì, agosto 31, 2007

discorso inutile ed ingannevole

Ecco a voi l'ultima "stronzata" su cui mi sono fissata: Supersampler (ovviamente non la voglio rosa...)



Archiviamola questa cosa della follia, peraltro campata per aria. Non essendo né artista, né genio, né pazza, è meglio che me ne tiri fuori.

L’ultimo colpo di coda di questo rimuginare è stato “imporre” come secondo nome ad un innocente gattino Van Gogh. Il padrone mi ha assecondato, è stato semplice farmi contenta…

Così ora c’è un gatto che si chiama Trezeguet-Van Gogh, o più logicamente solo Trezeguet. E’ davvero facile farmi contenta?

Entusiasmarsi per le “stronzate” è una cosa da bambini. A me riesce benissimo, agli altri non crea problemi, quindi credo di poter andare avanti su questa strada senza rimorsi.
E poi non mi dispiace, la meraviglia nelle cose sciocche è meno dannosa di quanto si pensi, anche se mi dimostro illogicamente esigente anche nelle cose sciocche.

Mi rendo conto di essere spesso attratta dalla fuffa più strana, il superfluo, l’effimero, il non necessario

Sì, credo fermamente nella necessità del non necessario.

A ben vedere lo stesso Amore non è necessario. Basterebbe il sesso. Basterebbe per portare avanti il mondo, mettere al mondo figli e via. L’Amore è un surplus, ma tanto meraviglioso che è riuscito (grazie al cielo) a mettere in secondo piano il puro istinto di riproduzione. E’ quando il contorno diventa più importante della sostanza. Lo trovo eccezionale.

Per diverse ragioni credo di far parte di quella categoria di persone che si fanno stregare dalla realtà immediata, faticando spesso a capire le regole precise che stanno dietro all’essere del mondo. A volte addirittura ignorandole volontariamente per paura di sporcare l’incanto.
Faccio leva su un’intelligenza romantica, e fatico spesso a capire chi poggia la propria vita su un’intelligenza classica.

Mi affascina il ragionamento classico, ma proprio perché non lo capisco fin nel profondo.

Mi affascina e lo rispetto, pur non condividendolo, pur nella consapevolezza di essere considerata una frivola edonista da molti rappresentanti del pensiero classico. Capisco questa diffidenza e mi dispiace. Basterebbe rendersi conto di non essere migliori o peggiori, ma diversi, e provare a guardarsi con curiosità e non con astio.
E’ che spesso, anche aggirando i pregiudizi, si rimane incastrati nella noia di conversazioni che tirano lo stesso oggetto da lati talmente opposti da non riconoscerlo più come comune.
Infondo la realtà rimane sempre sé stessa, indipendentemente da come la si chiami e la si svisceri. Rifiutare di prendere in considerazione le diverse etichette che gli altri danno alla realtà è non solo irritante, ma uno spreco clamoroso.

Sarà per questo che trovo tanto importante raccontare la realtà degli altri? La vita secondo chi inquadra la realtà da angoli diversi dal mio?

Non giudicare tutta la fuffa un male, non giudicare…usare sempre “io credo” e mai “ così è” .

Ma soprattutto: che connessione c’è tra la fuffa e l’impiccarsi nel tradurre un curriculum “fantasioso” in inglese e francese? Se mi concentro so che il legame lo trovo…solo che non mi va, o meglio so dove andrei a parare. Così alzo le mani e delicatamente mi arrendo.


A volte avere le risposte è pericoloso.

giovedì, agosto 30, 2007

Rimugino


In questi giorni rimugino…

C'est ma raison à moi et je l'impose par la force
parce que ça me plaît,
c'est ma logique à moi et je l'impose par la force
parce que ça me plaît,
c'est ma conscience à moi et je l'impose par ma force,
parce que ça me plait.

Antonin Artaud.

Visionario e alla fine schizofrenico

La follia e il genio?

Ancora ci penso. Artaud ha subìto non so quanti elettroshock. Per guarire, per stare meglio secondo gli altri.
Lui il “meglio” in realtà lo aveva sempre cercato nel teatro, nell’arte. Cercava forse quel “meglio” per continuare a creare, o perché voleva invece liberarsi di quella creatività che per quanto meravigliosa lo aveva portato ad una vita diversa? Magari più semplicemente cercava di recuperare una vita, come veniva, fregandosene della creatività e della diversità. Andava avanti a modo suo, con quello che tutti definivano frutto di una sua pazzia lui pensava di riuscire a liberarsi.
Peccato che sia a volte pericoloso scartavetrare così tanto l’anima per farla aderire perfettamente al corpo.
Pericoloso soprattutto quando nasci in una società che non cammina con il tuo stesso passo. Primi del novecento.
E’ stato un visionario.

Ai miei occhi è più folle il medico che lo sottoponeva agli elettroshock, quel medico che leggeva ammirato le sue poesie ma che si adoperava con una costanza feroce per far sparire da quell'uomo la voglia di scriverle. Non era anche questa schizofrenia?

A volte penso che ci sono alcuni tipi di follia che sono tali solo in certi periodi storici. Poi tutto cambia e quello che una volta era considerato un pazzo diventa semplicemente eccentrico. E si sa, gli artisti eccentrici lo sono, e anche estremamente cocciuti. Questo li rende in ogni epoca le vittime perfette di queste “mode della follia”. D'altra parte fa si che molti confondano l’essere un artista con l’essere un pazzo.

Cosa oggi è considerato pazzia?
Qual è la follia per cui adesso si finisce in una clinica?

Che tempo è questo?

Adesso, adesso per me è un tempo stanco, fine estate. E se c’è un tempo in cui presunte follie possono venire alla luce credo sia proprio questo.

Non parlo di me, potete stare tranquilli. E’ vero che mi sono appena appropriata di un goffo egocentrismo, ma non arrivo a tanto.

Qui è tutto fin troppo normale


Ho anche fatto cadere il mio isterismo per quei 5 kg persi.

Anche i gatti d’estate dimagriscono, mia nonna dice che è normale.
“d’estate i gatti mangiano le lucertole, e dimagriscono”
Regola inappellabile del felino randagio. Non so cosa c’entri con me, ma va bene. Con l’inverno tornerà tutto normale e mi trasformerò in un sornione gatto da salotto…forse…

Allungata su un divano, senza un dove e un quando, a fare le fusa? Più concretamente mi vedo a zonzo a caccia di indizi…ma fa lo stesso



PS: rimugino rimugino. Questa storia della follia e del genio.
A. Artaud : Van Gogh, il suicidato della società,

domenica, agosto 26, 2007

finesettimana afoso, con pensieri al vapore

Finesettimana cinematografico a modo nostro.
Alle 2 di notte, persa in “Basquiat”, la frenesia di imbrattare intere pareti ti rivitalizza i sogni, bello sognare di colorare i sogni. Potere del cinema, di David Bowie mascherato da Warhol.

Bello sognare, ma pericoloso quando ti lascia addosso la frenesia.

Ti dilegui con il buon proposito di andare a studiare ma l’espressione di chi ti sta davanti è ben consapevole della cazzata.
Sono tanto prevedibile?

-stai studiando o disegnando?
-…..(silenzio)….
Dall’altra parte del telefono si increspa una risata.


Prevedibile.

Come previsto ho passato due giorni ad analizzare i prezzi della rayan air e a fare l’elenco di tutte le compagnie low cost per i paesi scandinavi.
Insano anche questo.

Insano poi questo caldo, che ti svuota le voglie e le idee.
Alcuni dicono che è insano produrre idee

Per produrre qualcosa di nuovo si dovrebbe essere molto vicini alla pazzia. Non so, non ne sono convinta.
Credo sia una diceria che tutti i più grandi geni fossero pazzi. Eccentrici spesso, ma pazzi?
Si diceva di Van Gogh, che pazzo lo era, o forse più semplicemente depresso. Ma mai Van Gogh dipinse nei periodi di malattia. Ogni volta che si sentiva meglio prendeva il pennello, creava nei momenti in cui risaliva alla luce. E’ l’esempio più famoso, ma ce ne sono tanti, in tutti i campi.
Anche in poesia.

Molti poeti non sono pazzi, ma ossessionati dalla ricerca della loro diversità.. A mio parere non pazzia, ma vizio umano. Non perdono se stessi, al contrario cercano di scarnare il più possibile la propria anima.

Normalmente per creare qualcosa di bello, io credo, bisogna in qualche modo amare se stessi.

Caratteristica umana quella di amare se stessi che se ingigantita consuma. E molti si sono consumati, ma altri dal loro rogo hanno generato parole bellissime. Molti hanno consumato poi solo gli altri, il mondo che gli stava intorno, la vita ma non l’anima. Peccato che l’anima senza il contorno di una vita spesso fracassi.

Altra cosa mi appare l’egocentrismo.

L’egocentrismo. Ammettiamolo, è alla base dell’essere un “IO” ma in alcuni esplode con troppa violenza. E’ in questi casi che diventa pericoloso.

“chi è affamato di gloria consuma anche l’uomo che è in lui”

Spaventoso, processo che ti fa diventare alla fine un niente programmato.

Credo che io, in questo preciso momento, con questo blog ormai da qualche mese, sto dando sfogo a un mio personale egocentrismo.

Questo è il mio atto di egocentrismo.


P.S. Il film "Basquiat" non era un granchè, da vedere giustio per curiosità.

giovedì, agosto 23, 2007

Thank You


Non credo ad un amore che non si possa consumare, toccare, respirare, sbranare.

Non conosco amori a distanza, sono sempre amici di amici che si perdono nella leggenda.
Ci sarà tempo per ricredersi, ci vorrà di innamorarsi davvero per prendere e partire. O restare nel caso.

Ci sono cose che non si possono tenere in piedi con ragione e buoni propositi, serve l’impatto, quello vero e costante. A me serve l’impatto e la resa quotidiana.

Vieni da notti troppo lunghe per me che non riesco a respirare senza il sole.
A metà tra noi, Parigi o Londra, rimangono buttate su un tavolo con troppi bicchieri vuoti.

Da sotto un cappello nero da uomo ricordo una Sylvia Plath sussurrata con indecisione, la neve e uno strano modo di chiamare le cose. Un Tempo offuscato ancora prima di diventare ricordo, per mia paura.
"How we need another soul to cling to"

E’ stato un bacio dato attraverso un fazzoletto di seta.

Non è stato amore ma un meraviglioso gioco a carte scoperte.

Credo che tutto quello che ti devo non lo saprò scrivere su una schermata bianca, o balbettare per telefono. Forse basta questo per capire.

Rileggo il tuo, ma non riesco a sciogliere il mio.



Tack...


In cuffia: Ragazzo dell’Europa, G. Nannini.

domenica, agosto 19, 2007

direttamente dal centro paranoie

by koy


Penultimo finesettimana d’agosto.

Si dice che l’estate sia una sospensione tra la noia e il desiderio. Forse è vero. Si sogna settembre con tutta la paura che porta l’autunno.
Decisioni e piani, vita da riprogrammare e confermare.

Le “possibilità”, ho scoperto, sono una lusso meraviglioso e fortuito. E’ la loro concretizzazione che impone un qualche merito, una qualche fatica e convinzione, per il resto è puro caso. La fortuna è riconoscere le possibilità, la bravura saperle affrontare.

Credo che a Shangai oggi ci siano circa 28° con un tasso di umidità dell'84%. Credo che lì sia tutto talmente diverso da non potertelo immaginare da qui, niente piano B, la mancanza di informazioni sul contesto impedisce ogni ipotesi.
Insegnare italiano appoggiandosi ad un inglese ridicolo. Questa è una possibilità, se si saprà affrontare.
Essendo una a cui piace che le cose le vengano sparate in faccia, non posso prendermi per il culo: non ne ho le palle, ora e qui. Il problema del QUI è superabile, quello dell’ORA di meno.
Ma tant’è.

Prima ci sarebbe un piovoso ottobre in un’Inghilterra di periferia per dare una dignità al mio scassatissimo inglese. E qui è una questione di tempi e incastri, per riuscire a non pagare un alloggio che proprio non posso permettermi

Sono peraltro ancora immersa nella possibilità di uno sfocato sudamerica. Un’Argentina invernale giocata tutta a metà settembre. Lì è una possibilità alla quale la fortuna va chiesta. Perché qui il coraggio c’è, manca solo “fortuna”, che è possibilità. Maledizione vuole che dipenda da altri.

Maledizione vuole che non riesca a vederla nera. Quindi non mi rassegno.
Si diceva in una telefonata fiume: “è che tutta questa voglia di vivere dovrebbe saperla incanalare”
Mi dico che è un problema non solo suo.
Io ho una frenesia che mi sta sfaldando, e se non la concretizzo consumerà anche quei pochi paletti che ancora tengono in piedi la baracca.

Mi sento ripetere di non avere fretta, che verrà tutto. So che è vero. Ma ho addosso questa strana febbre che di logico ha ben poco. E anche se vi dico di si poi continuo a correre sotto la pioggia invece di aspettare che spiova.
E’ che il mio personalissimo “centro per le paranoie” non se la vuole proprio prendere una vacanza.

Magari il coraggio è solo cogliere la possibilità di restare, che quella torta al cioccolato contornata da facce stanche, fisse su una trastevere assopita in un normalissimo mezzogiorno d’estate, era di una bellezza confortante.
Sono state rigeneranti la pizza nel cartone e le "pose plastice", parto non diretto di una discussione tra persone che si cercano. Eppure sento che ancora non ci sono...

Sono sospesa tra noia e desiderio…


In cuffia: Gin and Milk, Dirty Pretty Things

P.S.: mi ritiro un paio di giorni nella calma della campagna perugina. Mi dedicherò ai troppi pensieri e a mangiare più insano possibile. Più 5kg in 3 giorni!!!!!....non ci crede nessuno…ma lasciatemi illudere.

giovedì, agosto 16, 2007

19:20



Pomeriggio d'attesa con la testa altrove.

Prove di colore con i pastelli della giotto e una vecchia favola.

-chi sei?
Non sembrava il principio incoraggiante di un colloquio.
Alice, piuttosto timida, rispose:
-io…io quasi non lo so, signore, in questo preciso momento…o meglio, so chi ero stamattina, ma da allora credo di essere cambiata molte volte.

Alice nel paese delle meraviglie, L. Carroll



Aspetto le 19:20







venerdì, agosto 10, 2007

viaggiare con voi
















Eccola qui, la più volte predetta “crisi da rientro”
Marie-Louise mi aveva scritto di come ad un tratto l’insofferenza inizi a incrinare i pensieri dopo i primi 20 giorni…
Ed ora eccomi qui.

Mi mancate.

I messaggi misti inglese-polacco, l’adrenalina per la scoperta, gli abbracci gratuiti e caldi, il profumo di tabacco e zenzero, le serate a raccontare di vite che verranno, i silenzi lunghissimi e confortevoli. La fiducia spontanea che mi avete dato. Era dolce perdersi insieme, senza paura, mai avuta paura. Mi piaceva il rumore delle cose dette senza filtri, della sincerità che mi avete regalato. Abbiamo scelto di capire insieme, di fare insieme un pezzo di strada e di vivere senza griglie.

Ho pianto e avete raccolto la mia paura come fosse la vostra, siete stati entusiasti della mia felicità. Ero IO e questo giustificava tutto.
Eravate VOI e io ve ne sono grata.

Mi avete trovato a girare per le vostre cose in preda ad “agitazioni visive” che avete cercato di capire. Vi trovavo di fronte alla mia porta alle 3 di notte, con una valigia e un pianto soffocato nel petto, la mattina vi vedevo beati dormire sereni, svuotati da umanissime paure. La vostra esperienza diventava la mia e la mia la vostra. E alla vostra gioia io non ho mai saputo resistere, alla voglia di esistere, pura e semplice, che mi avete attaccato addosso.

Sarà perché oggi piove e il caldo si è lasciato distrarre, sarà che mi ricordo di quella notte di gennaio, quella notte di tempesta in cui ho messo un punto a incertezze lasciata a casa per affogare con voi in tutto quello che sarebbe venuto. Sarà che credo di piangere, ma so che a breve ritornerò a ridere, come abbiamo sempre fatto.
E so che tutte queste cose le dovrei dire a voi, che scritte così non sembrano nulla. Ma voi questo già lo sapete. Non ho bisogno di dirlo, foste qui davanti a me mi guardereste con quel sorriso delicato che mi regalavate ogni volta che ci guardavamo negli occhi.

Mi dicevate che viaggiare era per me “scoprire” e non consumare, era essere e non apparire, e mi riempivate di orgoglio come una bambina.
Io ero quella che secondo voi non avrebbe mai patito nessun tipo di “fame”, la tipica persona che ovunque e comunque avrebbe trovato qualcuno che l’avrebbe accolta e viziata.

“Ovunque andrai troverai un abbraccio, e il bello è che non dovrai fare poi troppa fatica per conquistarlo”
Ridevo e scherzando dicevo che era tutto merito della mia “espressione da criceto”. Ridevo. Ma per colpa vostra ora ci credo veramente, prendetevi le vostre responsabilità…
Perché ora piango sul serio, e non mi sembra male, anche se so che Jan mi direbbe che non si può piangere di una cosa tanto bella, della consapevolezza, ora e qui, che voi siete ormai una scheggia di me. Piango e so che se Aurì fosse qui mi seguirebbe nei singhiozzi. Piango e so che prima di me lo ha fatto Marie-Louise.

Ma staserà riderò, coccolata da chi, da casa, mi ha dato la certezza di essere in grado di partire senza perdermi in bugie. Dovrei, se trovassi le parole giuste, dire grazie anche loro, agli amici che sono e saranno. Agli amici che non si perdono perché , appunto, amici.
Se trovassi il modo li dovrei ringraziare pr me e per voi, perchè è anche merito loro se sono riuscita ad incontrarvi.

Grazie a chi mi ha dato la consapevolezza che la mia voglia di scoprire il mondo non è un sentimento egoistico, ma un’esperienza corale.

Agli amici che credono che l’amicizia sia la voglia di scoprire e digerire il mondo, un’alleanza che ti porta a capire e capirti. Grazie per aver viaggiato con me.

Grazie perché non mi avete mai frenato ma appoggiato e incoraggiato, entusiasti per me come se fosse capitato a voi.


Grazie, perché so che sarà così, per quella che è la vita, sempre.
 
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