lunedì, marzo 26, 2007

quell'attimo nel mezzo


Le montagne della Repubblica Ceca ci si aprono davanti in piena notte, con il sonno sugli occhi e la neve che cade fitta e costante. Il cielo grigio-blu tagliato in baso da una tagliola di alberi.

La baita è nuova e profuma di legno e colla, fuori l’odore di resina e l’aroma amaro del freddo.

Sedersi per terra intorno a un camino passandosi un caffè acquoso e un tè dolce alla frutta.
Fuori la mattina si scopre un piccolo villaggio sulla discesa che porta a valle. Case dai tetti a punta e rossi in un bianco accecante.
Durante le chiacchiere assonnate della sera la neve non smette un attimo di cadere e al risveglio ci accoglie grassa e un po’ arrogante. Gela le gambe e brucia il viso.

Camminando tra le casette ordinate e le legnaie abbiamo l’impressione di essere in Svizzera. Un ordine strano e un benessere sereno. L’economia qui è cresciuta rapida e si è diffusa omogenea anche nei piccoli centri. La Repubblica Ceca ha saputo, o meglio potuto, correre più rapida dei suoi vicini. Dorata ci racconta di quando da piccola, nel primo capitalismo, passava la frontiera per venire a comprare qui quello che in Polonia costava tre volte di più. Ora ride al pensiero di come le cose si siano ribaltate.

Il Ceco e il Polacco si assomigliano tanto, riesco anche ad imparare velocemente qualche frase di circostanza che mi fa strappare sorrisi divertiti e compiaciuti la mattina a colazione.
I mie saluti hanno per loro un suono strano, una cadenza latina stranamente soffice e buffa. Mi rimandano indietro un “buongiorno” divertito, perché qui come in Polonia quasi tutti sanno un paio di parole in Italiano.

Ma Giù per il fiume si conta in inglese.

One, two, three.

Pagaiare a tempo

One, Two, Three.

Con il freddo che ti stacca le dita e tanta acqua gelata nelle scarpe. Gli alberi alti e spogli, che si abbassano a tratti sul fiume, l’odore di neve e animali invisibili, il sudore ghiacciato sotto la muta. Un tratto del fiume più calmo impone di fermare la conta, togliamo il caschetto e rimaniamo in silenzio. Vaghiamo di pensiero in pensiero seguendo le file disordinate di alberi che sembrano abbracciarci in un gelo commovente. Chissà com’è pensare in macedone, o in bulgaro , o in svedese. Io capisco, finalmente, che non penso per parole ma per immagini. E forse mi è tutto più semplice.

Semplice non è invece cambiarsi in mezzo alla strada con meno 2 gradi. Un gruppo di esseri infreddoliti che saltella in mutande nel tentativo di infilarsi i jeans mentre si è ormai certi di aver perso l’uso degli arti inferiori. Nelle macchine passano automobilisti divertiti a cui le ragazze rumene tirano anatemi in un perfetto inglese.

E questo giochetto mi è costato una cascata di starnuti e un’altra settimana di sciroppi e pastiglie varie. Ma quell’attimo di silenzio nel mezzo della discesa vale un giro di antibiotici in più.

In tanto freddo il momento più caldo viene dalle ragazze islandesi che ci regalano un viaggio sognato. Fanno girare nell’aria le note dei sigur ross e ci invitano a sdraiarci e a chiudere gli occhi. “Volate su, sopra le nubi di neve e le stelle, passate la Francia, l’Inghilterra, lasciatevi sospesi sul mare. Arrivate in un'isola bianca in mezzo al nero dell’acqua di notte, passate sulla lava dei vulcani e tagliate nel mezzo il vapore della terra sotto il ghiaccio. Seguite la musica e scendete ad incrociare la vita di qui….”
Tutto come per vero, per 10 minuti staccarsi dalla realtà. Riaprire gli occhi e ritrovare lo sguardo aguzzo dei ragazzi lituani, che hanno nella trasparenza dell’azzurro dell’iride un’intensità che trapassa le cose.
Finire a ballare musiche balcaniche e rock prima di srotolare il sacco a pelo ed infilarsici dentro vestiti ed esausti.
La mattina la colazione con pane e NUTELLA mentre inizia la caccia al campo per il cellulare. Mi viene in mente Pozzolo e rido da sola con la nutella che mi impiastriccia le dita.
Ridere e fermarsi a pensare nel cielo notturno finalmente aperto alle stelle

Mimì mi abbraccia forte e tenera e mi invita a visitare la Bulgaria. Contaci che a Sofia non mancherò di fare una comparsa. Magari in treno, dopo essere passata in Ungheria e Romania, e magari poi tornare tutti insieme a Vienna e volare, stavolta sul serio, fino in Islanda.


PS: Ricordino dalla Repubblica Ceca: Slivonice. Indovinate cos’è?

2 commenti:

Baol ha detto...

Sulle prime "slivonice" mi aveva ricordato qualcosa...un lontano ricordo di un monologo di Paolo Rossi sull'ubriacatura (pensa te...) ed allora mi sono affidato a quello a cui mi affido di solito: google e wikipedia e loro sai che mi hanno detto? "Slivovice! In Repubblica Ceca lo chiamano Slivovice ma si chiama anche Slivovitz" ed era con questo nome che lo ricordavo nel monologo oltre che in una bottiglia portata da qualche parente in viaggio verso Praga. Insomma è un liquore, forte, moooolto forte, come tutti i liquori che vengono da posti freddi: riscalda la carne e l'ambiente. Ma, a parte tutto questo, ma quanto è bello il tuo post? Tanto mi ha fatto vivere quello che hai vissuto. Non ci passavo da tanto da qui...avevo perso il link, lo confesso, meno male che l'ho ritrovato, devo aggiornare la mia lista di link e piazzartici ben in vista. Ciao dall'Italia!

barbara ha detto...

Già Slivovice..ho battuto male sulla tastiera...cos anormale per me.

Scusate.

Caro Boal: sono contenta che ti sia sentito partecipe di quesa breve escursione In repubblica Caca. Ne sono contenta sopratutto perchè secondo me sarebbe piaciuta un sacco a molte delle persone che ho lascito in Italia.


Un bacio dalla Polonia a tutti quelli che passano da qui

 
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