lunedì, aprile 30, 2007

A Rivederci

Lolek, che ha avuto il buon gusto di non disarcionarmi

Maggio è la fine. Il ritorno in Danimarca.

La mia bella principessa del nord lascia il suo bosco fatato per tornare a sognare sul mare.
Mare di vetro, che d’inverno si frantuma con una forza tagliente.

Mare del nord

Marie-Luoise e la delicatezza infinita del suo sorriso. 7 ore di treno per arrivare a Zielona Gora e salutare con lei i boschi e i cavalli.

Ha lavorato per 6 mesi in un centro perso nel silenzio di una foresta e nel rumore isolato di un piccolo aeroporto privato. Si è alzata tutte le mattine alle 6 per andare ad accudire i cavalli, ha diviso una stanza minuscola con altre due volontarie e un inverno freddissimo con un gatto sulle ginocchia.

E’ bellissima, di una serenità accecante.

Al capo del letto sono incastrate sul muro tutte le foto rubate ai ricordi di questi sei mesi, al centro c’è il ritratto che le ho fatto a Varsavia, appena un po’ stropicciato, appena 5 mesi fa, e già è lontano.

“non so se abbia senso staccare queste foto dal muro…”

Lo dice mentre ancora pensa ad aggiungerne, scattando divertita mentre ci inerpichiamo su cavalli dubbiosi.

Perdersi tra gli alberi nel dondolio stanco della camminata lenta dei cavalli tanto amati da Marie-Luoise. Sono stati il suo mondo. Ridendo dice che sono i custodi di molti segreti, sussurrati in danese nelle loro orecchie mentre li strigliava in mattine un po’ così. Mi trovo a guardare con tenerezza Lolek, con la gratitudine di aver fatto da “diario” alla mia bella principessa.
Tornerà all’università, riprenderà psicologia. Ritroverà una famiglia e un amore. Ha portato a termine il suo progetto.

E’ solo un progetto, come i nostri del resto. Il posto che lasciamo noi ora, lo prenderanno domai altri. Ma quello che lascia a noi, quest’esperienza, non sarà facile spiegarlo “al fuori”, a chi chiederà curioso: cosa è stato?

E’ stato credo molto di quello che sarà.

Anche se non lo vedranno tutti, se non tutti lo sapranno vedere.

Io ho visto un paese diverso e stranamente simile, ho visto me stessa massacrarmi di domande e tanti altri agitarsi nei miei stessi dubbi. Trovare risposte diverse, eppure tutte giuste. Crescere dentro altre domande.

Ho visto in un fine settimana brevissimo l’ovest. Più ricco, più verde. Meno fabbriche e tante fattorie. Nelle sette ore di treno immensi campi di fiori giallissimi con nel mezzo sbuffi di alberi.
Ho percepito l’arrivo in Slesia, i treni pieni di carbone fermi alle stazioni. Nella notte le miniere al lavoro, visioni surreali nel buio. Luci rosse che si aprono nella notte, bagliori troppi caldi che si arrampicano su ciminiere immense che sembrano bucare il cielo. Tra il sonno e il frastuono ferroso dei binari per un attimo ho perso i pensieri in qualche vecchio racconto di fantascienza rubato ai ricordi.

Sono arrivata a casa arruffata e bagnata del fumo di una un fuoco profumato di resina e pino. Ho portato l’aroma del legno con me per 7 ore di treno.

Mari-luise lo porterà fino in Danimarca. Ridendo ha detto che porterà anche me.




PS: Vado a Zakopane! Per tre giorni stacco i contatti. Torno il 3 notte, speriamo sobria, anche perché il giorno dopo lavoro. Per chi non lo sapesse Zakopane è una ridente e "artistica"località montana vicino Krakow. E per chi se ne intende, è dove Gombrowicz ha ambientato “cosmo”.

Ho appena finito di leggere il libro di Sciascia "la scomparsa di Majorana". Sono sempre più convinta che la verità va lasciata solo a lui. A noi rimane da fantasticare solo sul cosa sarebbe stato “se”

venerdì, aprile 27, 2007

coscientemente


Andata e ritorno, di nuovo qui.

La mia Polonia. E’ un paese duro, che non ti si offre. Lo devi sedurre per convincerlo a svelartisi.

Ho ritrovato le aiole della piazza piene di tulipani rossi e bocche di leone. Le fabbriche e le miniere nascoste dal verde.

Anche qui la neve leggera e collosa dei pioppi.

Il frigo deserto, e un pesce rosso senza rimorsi. Ho cenato con un barattolo di miele e la certezza di odiare il mio coinquilino.

Già i bambini sono meno “trasparenti”. Victoria prende la rincorsa e mi si getta al colla. Presa al volo! Un bacio sulla fronte.
“moja pani!!!!” . E’ una piccola ruffiana…

Nel prato di fronte al centro sono spuntati un milione di soffioni. Un respiro profondo e un desiderio negli occhi. Tutta la voglia di vederlo realizzato a fior di labbra.
Dovete immaginarvi una donna sedano piantata nel mezzo del prato con un mazzo di soffioni in mano, circondata da bambini urlanti che la imitano senza ben capire il perché.

Nel Renek si sono aperti gli ombrelloni. I tavolini sono stati trascinati fuori e i boccali pieni di birra sono bellissimi trafitti dal sole. C’è un brusio controllato che mi fa stare bene.

E ho rifornito il mio angolo di lettura con scritti in Italiano. Che forse per soli altri 2 mesi avrei potuto resistere. O forse no.
Ieri sera mi sono goduta la sua voce. Su un cd si intende. Ma è stato bello comunque. Poco prima di dormire.

“ma certe cose uno o le scrive subito o gli ci vuole una vita intera per trovare le parole giuste da dire”

Fabbrica , Ascanio Celestini


Ultimo mozzico di Aprile, e già con la testa a Maggio. Maggio pieno, intenso.
Altri due mesi e poi FINE
E ho concretizzato questa fine sul volo di ritorno.
E avevo tanto in testa, ma adesso non so più.

E sarà poi.

Che sarà poi?

L’unica cosa che so è che ci sarò io.
Una persona che come tante altre persone , semplicemente, cerca di realizzare quello che sogna.

Il mondo rimane lo stesso per tutti, ma tutti lo possono immaginare come vogliono.

Sarebbe tutto semplice, se si decidesse di stare al mondo incoscientemente. Respirare, camminare, mangiare.

Ma la coscienza.

Ma la fantasia

giovedì, aprile 19, 2007

pensieri a scroscio prima del decollo

grazie a donald per la foto, grazie a peter per il libro
C’è questo ritorno, questo lampo.

Da domani, per qualche giorno, mi troverò a capire tutte le chiacchiere di strada, mi troverò scoperta se parlo ad alta voce con me stessa. Riprenderò a non aver bisogno di un “filtro” linguistico.

La lingua, che strano

Arriva un punto in cui tutto si confonde. Parli con te stessa, e capisci di non capirti, di non afferrarti. Poi ti fermi un secondo, riprendi fiato. Non capirti stavolta non è una nuova crisi di coscienza, semplicemente tanta l’abitudine, che ti sei messa ad usare l’inglese anche nei borbottii mattutini.
C’è da riderci, ma non troppo, se si considera che una parla con se stessa e non si capisce. Grottesco.

Ed è strano anche riprendere ad usare molti suoni.

Ho sempre continuato a scrivere in italiano, a tradurci i pensieri. Ma per lungo tempo non ho mai buttato fuori nulla dalla bocca, e all’improvviso mi trovo impacciata, presa da uno strano groviglio tra palato e lingua. Ma quante cavolo di tr, dr, pr, erre arrotolate e t schioccate ci sono? Non le avevo mai viste, mai sentite prima d’ora. Quindi è vero, non mentono. L’italiano suona come una melodia croccante, inizio a sentirla anche io.
L’italiano si gioca sulla punta della lingua, un balletto tra palato e denti. Un ballo rapido.
Il polacco lo si ingoia, lo si trascina giù. La esse polacca è come la “Shhhh” del dito sulle labbra e l’invito al silenzio. In polacco la parola te la devi ingoiare, mandare giù, è tua e stai attento. Stai attento che non ti sentano gli occupanti, chi passa e ti spia. Tienila bene nel fondo della gola, non fa male, non è dura come il tedesco. Stai attento, portala dentro e non dimenticarla anche se a scuola studi il russo.
Ma l’inglese è una lingua “rivomitata”, passata con un fiato di stomaco alla bocca, in un’economia spaventosa. L’inglese lo comprimi e lo allunghi. Quello che sento qui poi non è inglese, è inglese-francese, inglese-polacco, inglese-olandese, inglese-tedesco, inglese-spagnolo. E allora non so dire altro, perché è diverso, non mette in scena l’essere la lingua madre. Certo c’è Mat, che arrotola tutto come in un ringhio di cane che difende il padrone. E’ un ringhio bonario, di avvertimento, di chi difende il suo giardino col prato verdissimo dai monelli con il pallone. Non abbaia , non è come l’americano. Avverte, quasi cortese. Ma è sempre pronto a qualche rapido sbalzo in avanti se necessario.
Di questa lingua è l’idea di fondo che è geniale, la semplicità. E’ la migliore moneta per lo scambio di pensieri quando cammini furori dal tuo parco.

Sempre che i pensieri sei disposto a trascinarli con te al di là del paravanto

Non è semplice, non tutti desiderano farlo.
E a qualcuno non piace neanche essere scoperto, essere intravisto dietro questo paravento.
“è strano come guardi le cose di traverso”
Già, strano, e a volte pericoloso. Spesso guardando “di traverso”, sbirciando il paravento di lato, si vedono cose che le persone non ti volevano proprio mostrare, e allora devi stare zitto. Fare finta di nulla. Perché molti hanno costruito su questi paraventi la loro totale esistenza. Molti non si ricordano nemmeno più cosa ci hanno lasciato dietro. Ma alcuni non aspettano altro che qualcuno li vada a scovare, gli dia la scusa buona per uscire allo scoperto.

E sento uno strano senso di paura a tornare, di rientrare e trovare tutto diverso, o forse di trovare tutto uguale, non lo so.
Paura di casa mia, perché mia. Perché costruita su quel “mio” che è per metà di altri, della mia famiglia.

Li amo. Per amarli però ho dovuto imparare a riconoscere che per tanti versi io, con loro, non centro nulla. Per amarli davvero, lo so, sarò costretta a deluderli su molte cose. Straccerò la maggior parte dei sogni chi si sono fatti su di me, ma lo farò perché so che in questo modo ameranno la vera Barbara, la figlia che hanno e non quella che vorrebbero costruire.

L’adorazione di mio padre, quella nascosta dietro gli occhi grigi che ti cercavano quando uscivi da scuola, che lo hanno trascinato a tutte le partite di pallavolo di mio fratello. Lui che non si sottrae mai ad uno straordinario, che fa massacranti turni notturni ma poi piuttosto che andare in vacanza regala a me e mio fratello un nuovo computer.
E iniziando a crescere, a capire, ho anche iniziato a non chiedere, a cercare di mettere in tasca le cose da sola. Non per orgoglio, non per ripicca, ma perché rispettavo a tal punta tanta dedizione da desiderare sopra ogni altra cosa che quella vacanza maledetta lui e mia madre se la facessero,
che ci mollassero a qualche parente e scomparissero nel Luglio di una stupida località turistica. Ma mai, mai sono partiti senza di noi. Mai.
Mia madre non è mai riuscita a pensare a un NOI che non comprendesse anche me e mio fratello. Ancora adesso.
E’ quella strana forza nel credo della famiglia che hanno nei piccoli paesi. Questa è mia madre:
una praticità tutta rivolta al dentro, alle 4 mura che secondo lei ci proteggono. Un tentativo di difenderci dal mondo, che non accetta essere tanto feroce. O almeno non con i suoi figli.

Ma forse l’essere nati e cresciuti in un piccolo paese, nella campagna degli anni 70, è parte del non capirsi. Di vedere noi figli andare per versi di cui non riescono ad afferrare il senso
La campagna Italiana di quel periodo stava uscendo appena da una “durezza” spaventosa. E in quel transito i miei genitori sono cresciuti.

Gli anni 60 e 80. Il bum e le sicurezze che si sgretolano. La campagna non è mai stata la città, soprattutto allora. Tutto arrivava in sordina, di striscio. Ma era normale, si viveva su altri valori e altri ritmi. C’era una coesione sociale soffocante e contemporaneamente tranquillizzante. La paura dell’altro non esisteva. C’era un rito strano di visite ai parenti e ai vicini e il prete che faceva da avvocato secondo criteri tutti suoi. Tutto il resto era “diverso”. Perugia era fuori. Era il Liceo, Corso Vannuci, la corriera. Per i miei nonni era dove vendere e comprare, dove ti toccava andare se stavi male e ti serviva l’ospedale. Non ne sentivano un gran bisogno.

Se chiedi a mio nonno dell’Iraq lui ci pensa un po’ e fa spallucce. Pensa che è stata “una boiata” , pensa alla gente. Non gliene frega nulla dei motivi che l’hanno iniziata a consumata, delle manifestazioni e della presa di coscienza del mondo. Lui pensa solo alle immagini dei poveracci che non hanno da che parte correre. “Che fa un male boia dover prendere un fucile ed andare a combattere per difendere l’unica cosa che conosci, casa tua, la terra. E fa un male cane sapere che non morirai nel tuo letto”. Mio nonno me l’ha detta in maniera più colorita, sonnecchiando davanti al fuoco, con “la mi nonna” che lo sgridava, bonaria come sempre.
Mia nonna non gliela perdona che ha votato, alle elezioni di 5 anni fa, Berlusconi. Io non posso non perdonargliela, perché anche se amaramente riesco a capire cosa lo ha spinto a “sta mattata”. Mio zio dice che si è rincoglionito. Io penso solo che forse, dopo una vita a essere di sinistra, a crederci a questa benedetta rivoluzione sociale, si è rotto i coglioni. Che crederci non basta. E poi molti che ci credevano si sono mangiati il progetto per scalare la montagna, oppure si sono fatti fagocitare dagli ideali. Entrambi hanno perso di vista le persone vere, quelle che avevano dato in garanzia se stesse e le loro vite per un’idea. Un’idea da non tradire, ma nemmeno da trasformare in un ideale utopico. Perché mio nonno la sera la sua minestra la vuole. Magari è disposto anche a mangiarla fredda per aspettare mio zio, ma la vuole. Altrimenti che si è lavorato a fare?

Praticità.

E spietatezza. Mia nonna , la Franca, con quegli occhietti buoni, ancora oggi ammazza i conigli, con lo “scannino”. La campagna è stata un paradiso perduto solo nei libri, nelle fattorie le persone i conigli li allevavano per mangiarseli, e prima di mangiarseli dovevano ammazzarli, scuoiarli , pulirli. C’era la consapevolezza che quello che mettevi in pentola era stato vivo. Una sensibilità diversa, che adesso fa rabbrividire molti, ma che era meno egoistica di tanti buoni propositi di ora. Questo ha certo spesso contribuito ad una durezza di sentimenti, lo so. Lo ho visto, il pudore, la mancanza di abitudine a esternare il proprio affetto, di cui per certi versi sono stati vittime anche i miei genitori. Ma anche un rispetto diverso per le cose.

Io da piccola guardavo mia nonna ammazzare il coniglio per il pranzo della domenica. Senza nessun “pudore” mi portava con lei. Ero piccola, ancora non capivo, non capivo che il sangue scivola e non ritorna, e non pensavo che si potesse sentire tanto dolore. Ancora non avevo concretizzato la morte.
La morte come fatto dell’anima e non solo del corpo l’ho sentita dopo, dopo aver visto quella fisica. E da allora tutto è stato diverso. Il sangue è diventato la coscienza che se ne va, e il suo odore mi è rimasto dentro, nello stomaco. L’odore.

L’odore e il colore

Torno a Roma e all’arancio, al puzzo di piscio dei vicoli e alla monnezza. Mi viene da ridere, se me la trovassi davvero pulita ne morirei. Se la trovassi ordinata mi incazzerei come una bestia. Io, in quel casino cafone, ci trovo l’ultimo disperato tentativo di non diventare un enorme giocattolo per turisti.
Che l’unica cosa che ci hanno lasciato sgombra sono le periferie. Le nostre belle periferie, mi viene da dire adesso. Quelle degli esperimenti sociali falliti, dei terroni, degli ex baraccati. Una volta periferie, adesso non so più. Alcune sono diventate micromondi a sé stanti, con un loro stile, una particolare aria di vita.
Al centro si vedono gli straneri con i soldi, quelli che vengono a comprare, a far campare gli stranieri-romani che alla sera, chiuso il ristornate tornano a dormire a Ostia, o a Spinaceto. Se mai Roma diventerà veramente una città multirazziale sarà in posti come questi.

Qui in Polonia l’esperimento è invece tutto giocato in casa. Riuscire a far convivere chi ha e chi non ha , nel mezzo di un transito che non è ancora finito. L’economia cambia, trasforma tutto, rimpasta le carte in tavola, ma il giocatore non conosce le regole del nuovo gioco. Alcuni sono troppo vecchi per impararle. Qui le periferie si reggono su questo contrasto. Tra vecchi e giovani.
Giovani che se ne vanno via, in Irlanda. Tutti qui piano piano se ne fuggono a Dublino. Questione di soldi e lavoro, poca politica e una voglia pazza di vivere bene e potersi fare le vacanze al sud, in Italia magari.

Al mare in Italia.

Il mare mi manca.

Mi farò scaricare da mio padre sul lungomare mentre lui si riporta la mia valigia da contrabbandiere a casa. Alle 8,30 di mattina confido di essere sola. Voglio leccare la salsedine nell’aria e per questo prego ci sia un bel vento.
Il mare, quando ti entra negli occhi, ti fa invecchiare di sogni e ti ringiovanisce nel gioco dei ricordi

Il mare è il tempo che non esiste.

In cuffia: La testa nel secchio, De Gregari.




PS:La verità non è un’ipotesi, anche se a conoscerla è soltanto una persona. E sulla verità è spesso meglio non ricamare. Mjorana che fine ha fatto, lui lo sa, e questa è una verità.

Quello su cui la gente potrebbe davvero fantasticare è cosa sarebbe stato Majorana

Se non fosse scomparso?

Se proprio si vuole giocare con i se

martedì, aprile 17, 2007

Basciu








Aprile e primavera. Il verde che ingrassa gli alberi. Le siepi piene di fiori bianchi , alla vista soffici come panna. Il cotone, ultimo filtro tra pelle e aria. Uno stano formicolio nelle gambe, il sole che arriva fino alle ossa e le fa scricchiolare di vita.

Sono in preda a queste lunghe giornate di luce.

Le gradinate della piazza di fronte al mio appartamento si sono riempite si studenti e pensionati che semplicemente si lasciano al sole, nella dolce pigrizia che il caldo delle 11 ti scioglie dentro.
Il rosso del tram che adesso sembra una fiamma quando striscia rumoroso nelle vie del centro. L’autista si è procurato gli occhiali da sole ed una camicia sgargiante, e quasi quasi lo odio di meno, e quasi quasi non lo maledico più quando mi guarda con superiorità mentre batto disperata la mano contro la porta che mi si è appena chiusa in faccia.

I colori, la luce.

La luce

Gli odori, anche gli odori sono cambiati.


Donald non capisce,mi guarda perplesso. Mi chiede che c’è da sorridere, da camminare tanto. Ma in generale non è che lui abbia mai capito un gran che delle mie reazioni. A dire il vero non è che di norma capisca poi molto dei moti umani. Spesso mi sembra un pesce rosso di cui non sentivo proprio il bisogno, un pesce rosso che per giunta sporca come un san bernardo e ruba impunito le mie provviste. Trovo buchi nel formaggio, bottiglie vuote abbandonate nel frigo e torsoli di mela sulle mensole.

E’ un problema di incomunicabilità, è un problema non solo mio. E’ il suo carattere.
Lo trovo a fissare il nulla sul divano, in religioso silenzio, tra cumuli di calzini sporchi e polvere. Vedo spuntare la sua testolina nera dalla porta della mia camere ad annusare l’aria

“che buon profumo…”

Già , e’ il detersivo Donald, hai presente? Quella cosa che fa la schiuma e che si mette nel secchio quando si lava per terra. Geniale…dovresti provarlo…dovresti…

Karolina ride, scuote la testa. Mangiamo in camera mia e non in cucina. C’è una silenziosa guerra in atto.

La cucina

La casa è divisa in due perfette metà. Quella che sulla carta è sotto la mia giurisdizione, e il regno di Donald. Io mi occupo di mantenere praticabili la mia camera, il bagno, il corridoio e il terrazzo.
Ma la cucina rientra nel ducato di Donald. E qui permettetemi risate isteriche. E’ bello vivere in campeggio. Anche se alla lunga stanca. Sono tre settimane che non viene spostate niente in cucina. Le sue pentole sono accatastate in un angolo, con tanto di muffa...è primavera anche per lei. So perfettamente che spera che presa da ribrezzo gliele lavi io, ma casca male. Sottovaluta la mia resistenza alla schifo.


Una scusa in più per mangiare fuori. Per accettare gli inviti ad esplorare i pranzi domenicali delle famiglie polacche.
E che importa se spesso provano a parlare con me in russo, se non mi lasciano andare a casa prima delle 5 e non dopo un fiume di birra. Cosa importa se il tram puzza più del solito e i riscaldamenti sono accesi nonostante il caldo.
Sono stata come adottata, una figlia un po’ rumorosa e curiosa. Imparerò a cucinare i pieroghi dalla mia mamma polacca.

L’italiana, Barbara , Bascia, Basciu.

E quando sento urlare Basciu per la strada, ora lo so che sono io. Adesso mi giro e cerco con gli occhi un sorriso.
PS:Alla fine ci sono caduta anche io.
Dal blog di Andrea ( http://andreaciulu.blogspot.com/ e maledetto compiuter che mi si impalla sui link...) i 5 motivi per cui tengo un blog.
1 è iniziato in un pomeriggio di noia, la noia fa iniziare un sacco di cose.
2 è fuori e dentro, è e non è...privato-pubblico, ipoteticamente vero (non puoi che fidarti dei miei occhi), assolutamente inutile
3 Sto a Gliwice, in Polandia. A quelcuno potrebbe interassare che combino qui , opure no, ve lo dico lo stesso.
4 Magri imparo a scrivere. O forse no. Certo che se non rileggo....
5 Ho il potere assoluto.

venerdì, aprile 13, 2007

a piedi al limite estremo


I colori si aprono finalmente all’aria. Durante tutto l’inverno hanno trattenuto il respiro, sbiadendo nel rischio di soffocare.
Ora si impongono al sole, la luce di Aprile gli infonde la dignità che si meritano.

Non è vero che qui è tutto grigio. I casermoni di cemento sono spesso trasformati degli inquilini in scacchiere di rosa, verde e giallo. Verde soprattutto.
Sulla carta potrebbe essere il Brasile.
Potrebbe

Già, potrebbe

Perché questi colori non riescono alla fine a dare quel senso di vita che ci si aspetta?
Quando passano dal finestrino del tram le pile di balconi colorati non accendono nessun profumo. Durante l’inverno anzi, affogati nella nebbia fredda e nel pulviscolo delle fabbriche, sembrano stracci consumati. E’ come un arlecchino che si è messo in lavatrice con il programma sbagliato e si è scolorito, perdendo nell’ultima centrifuga tutta la sua sfacciataggine.

Ma non sono tanto sciocca da credere che basti fermarsi a giudicare le scelte cromatiche

Bisogna guardare oltre la vernice. Oltre è un tentativo di essere. Presa così è tutta un’altra cosa. Ed è un tentativo rabbioso di non cedere al freddo acerbo dell’architettura comunista.
Detta così è semplice. Si tratta di “personalizzare”.

Semplice

No.

Spiegare è difficile. Qui a non “personalizzare” si rischia di finire distrutti. Non è una scelta. Chi ha progettato certi edifici ha deliberatamente cercato di annientare qualsiasi possibilità di serenità. Ha piantato delle scatole nel niente e poi le ha riempite di “fiammiferi”.
A molte persone è stato imposto di crescere senza colori, e adesso non gli si può chiedere improvvisamente di saperli usare.
Non gli si può nemmeno chiedere di non provare ad afferrarli.

Ho camminato nei corridoi anonimi dello studentato, con le porte di ferro perfettamente allineate, le finestre lunghe e sottili, i numeri in vernice. Ho sentito lo stomaco in gola e la pura di scomparire.
Gli occhi senza più riferimenti e la testa che scivolava via. Mi sono aggrappata alla porta della stanza di Kascia, l’antidoto prima di perdermi. E lì è Kascia, nei colori delle tende e nelle candele, nei cuscini e nel bagno blu. Nella decisione di dipingere il cornicione della finestra di rosso ritrovo il respiro delle cose vive che mi sembrava di aver perso nel corridoio. Sento finalmente di non essere una macchina parcheggiata in un box.
Durante l’inverno tutto è concentrato dietro le porte, protetto dai vetri. Ma adesso il caldo permette di aprire le finestre e di buttare fuori questa sacrosanta richiesta di “umanità”. Si perché, alla fine, quello che queste forme di architettura negano è l’umanità.

Per fortuna le persone non sono fiammiferi, per fortuna ci sono questi balconi colorati. A guardarli, adesso, mi sembrano come la vittoria dei partigiani sull’occupante.
Ma è così duro spiegarlo. E’ stato così duro capirlo.

mercoledì, aprile 11, 2007

per una attimo mi sono persa nel natale



Chiedersi che ne sarà della Turchia per ammazzare il tempo nella corriera.
Una vecchia baita che sa di fumo
Il suonatore di Citra
L’attrice solo nel tempo perso
L’attore-informatico
La principessa del castello e il suo orso ballerino
L’uomo scalzo e la vitamina c
I bonghi da “accordare”
Lo scarabeo (in inglese…)
Le arance cotte nel vino
Bigos e insalata di patate
Un triangolo blu, incastrato appena sotto il tetto, dove dormire.
Il caffè da salvare con una lacrima di latte, direttamente dalla stalla. Si ringrazia la contadina, e si sopravvive a tutto.
La storia della mucca che si è mangiata i “funghi” incustoditi sulla veranda, e ha sognato per tre giorni di seguito non si sa cosa pazza per i campi
Il fuoco che arrossa le guance e il vino caldo che scioglie la voce.
L’uvapassa e le mele secche, con il sapore misto di amaro e di aspro.
I chiodi di garofano.

Ve lo giuro è stato questo l’aroma della mia pasqua.

La neve bagnata che nasconde i tranelli della primavera nei sentieri di montagna. Ci scivolo dentro fino a sopra le ginocchia e come una falena in trappola sbatto le braccia per non finire di faccia in quel bianco sporco. Il salvataggio è un pantano, un eco di risate. Come quando provo e pronunciare frasi scelte apposta per farmi impicciare la lingua.

Sc, sk ,sz, dz, ch, k cz, cj, rz.

Serie interminabili di suoni sussurrati, che dalla mia bocca escono stravolti e immagino incomprensibili.
Alla fin fine mi rendo conto che Nefi e Pamir, per quanto cani, capiscono il polacco più di me. L’orgoglio calpestato mi ha regalato una nuova carica per imparare questa lingua.
E anche la risata dolce di quelli che, orgogliosi, si sono messi a correggermi mentre cucinavamo il bigos. Che se ne dica, almeno ci provo.

E ho provato a guidare una 126 verde veronese. Piena di felicità. E non perché è una fiat, intendiamoci, ma perché questa scatoletta è stata nella storia di molte famiglie polacche quello che è stata la 500 per quelle italiane.
MALUCH. La piccoletta. Così la chiamano. Ed è piccoletta davvero, o magari sono solo io che sono troppo lunga.


PS: Ma alla fin fine….che ne sarà stato davvero di Majorana?

Sperate che mi passi questa fissa prima del 20. Torno brevemente tra voi “magnaccioni”, il tempo di un paio di esami. Ho stampato la ricevuta dei biglietti. IL volo è alle 6 di mattina. Dopo tanti treni un aereo, quasi lo vedo fuori posto.

Tranquilli

Majorana scomparve su una nave.

Ma soprattutto, lui era Majorana.

giovedì, aprile 05, 2007

divagazioni pre pasquali

foto tratta da una mail di auguri di quelli che "cerco cerco ma non mi parcheggio..."



Pranzo al solito “mleczny”.

Studenti, muratori, commesse e impiegati.

Nel mio piatto di pieroghi c’è l’ultimo pensiero della mattina.

Guardo fuori, fuori dal piatto e dal tavolo, fuori dalla finestra che inquadra le gambe delle persone inchiodate alla fermata dell’autobus.

Penso a Majorana. Alle scomparse e alle leggende. Le ipotesi di chi non sa. Il silenzio, per mancata presenza, dell’unico che sa. A chiedersi se è stato un silenzio voluto o dovuto. Gli indizi masticati e tramutati in favole dalle persone che cuciono tutto in base all’umore dei tempi. Majorana, io lo perdo tra musica e insalata.

Ho ancora nelle orecchie il tema di “Lupen” dei PizzicatoFive, la mia colonna sonora per il furto fallito del poster del museo. Troppa colla, me lo ha fatto sfrangiare in mano. Come Lupen nel cartone rimango con l’impresa ma senza il premio.

Sono una ladra, ma da un po’ agisco solo di giorno.

Si avvicina l’esame, e di notte rimemorizzo le date dei trattati, mi confondo sulle fonti. Le ultime pagine macchiate di vino rosso, la traccia del passaggio di Galina nella storia del diritto comunitario.

Si avvicina la pasqua.

Nei supermercati, vicino alle uova colorate e ai coniglietti di cioccolata, sono comparse delle pistole ad acqua.

“Attenta a quando esci di casa lunedì”

Che se solo fosse Agosto andrebbe bene, se solo. Ma è appena Aprile e ancora nelle montagne qui intorno c’è la neve.

Potrebbe essere un dramma, o meglio potrei ridurmi a un coker bagnato sotto a qualche balcone, con sguardo truce e bocca serrata. Ma la mia trasferta in montagna mi salverà dal pantano pasquale.

Pantano tutto femminile, visto che a tirare acqua dai balconi sono perlopiù ragazzi.

Urge una spiegazione.

Un tempo “felice” e “lontano” per il giorno di pasquetta le ragazze nubili (termine odioso all’epoca) bussavano alla porta del ragazzo di cui erano innamorate per donargli un uovo dipinto dalle loro manine sante. Il ragazzo a questo punto aveva due possibilità: 1- schiantare la porta in faccia alla povera disgraziata 2- accettare l’uovo e tirarle una secchiata d’acqua gelata addosso. In questo secondo caso la ragazza era sempre disgraziata, ma felice.

In più era purificata. Perché sì, le ragazze sole e senza marito per forza di cose dovevano essere abitate da qualche spirito maligno che le costringeva a rimanere zitelle. I giovanotti allora liberavano le loro amate da questa maligna presenza gettandogli addosso dell’acqua. E per quanto si viaggi, sempre e ovunque, le donne hanno avuto il loro bel da fare a far capire al mondo, e principalmente a se stesse, che quello che le abita non è uno spirito maligno ma un’umanissima voglia d’indipendenza. In Polonia sono ancora a metà strada, ma tenacissime.

Mi chiedo, mettendo da parte il femminismo e simili, perché però certe cose non evolvono. Le donne a porgere (uova)e gli uomini a gettare (acqua). Non che il porgere sia meglio del gettare o viceversa, dipende sempre da chi e da come. Esternare da donna, esternare da uomo. A Camminare non se ne vede la fine.

Ritornando a parlare di “acqua”, adesso, nell’epoca dello struscio in discoteca, questa pratica “amorosa” si è trasformata. Ha perso l’amore. La vittima è ignara e il carnefice sconosciuto.


Buona Pasqua.



In cuffia giù per le scale: 32 flawers, Ani Di Franco.

lunedì, aprile 02, 2007

Aurì, lenticchie e fantasia


Ho perso il treno.

Il ritardo del primo mi ha fatto sgusciare sotto il naso il secondo.

Butto il sacco a pelo sulla panchina a mo’ di cuscino, incastro lo zaino sotto l’angolo delle ginocchia e leggo l’unico giornale che da tre mesi mi parla del mondo là fuori: Il Time.
Io sono qui, presa da cose piccole e marginali, mentre tutto va avanti. Scrivo delle mie crisi di coscienza e di inizi di primavera, ma questo a nessuno cambierà la vita.

Ma poi è vero.

“one doesn’t write about anything, one just writes”

E in treno ci penso e ripenso, mentre le persone salgono e scendono, mentre tutto sale e scende. I pensieri saltellano, come Aurì quando alla stazione mi strappa di mano il sacco a pelo.
Rieccomi qui, a scalvacare la finestra. Entra Romeo, prima che il custode finisca di cenare. Mia Giulietta lanciami la treccia. Ma questa è un’altra storia! Le storie sono sempre altre, sempre degli altri, finchè non decidi di stravolgerle e entrarci nel mezzo.


Finalmete sono nel dormitorio di Aurì. Mi libero da zaini e capotto e vado a porgere omaggio alla regina del castello. La trovo su una pila di vestiti sporchi nell'angolo del corridoio che porta in cucina. Inizia a fare le fusa ancora prima che la sollevi dal maglione verde che le fa da cuscino e la repisca per una sacrosanta stropicciata.

Sul tavolo della cucina comune ci sono una decina di piatti più o meno sporchi. Nessuno dello stesso colore, come le tazze lasciate mezze piene in angoli liberi di mensole sovraccariche di cibo e pentole.
Mentre Aurì finisce di “imprimere” con un pennarello enorme il suo nome sui baratolli di marmellata io scovo Claudia sotto tre starti di coperte e due cuscini. Il divano è da un po’ diventato il suo secondo letto. Anche per questo sabato non si riesce a strapparle di mano l’ipod e sollevarla dalla polvere in cui sembra scivolata.

Noi scivoliamo in altro, fuori, nelle strade pieni di Cestochowa, dove una folla scomposta fa a pugni con l’immagine del santuario che domina la città. Due ragazzi ubriachi cantano avvolti in bandiere dopo non so quale partita di calcio, proprio sotto l’ombra del campanile più alto. Cantano scomposti, instabili. Ti chiedi se a essere fuori luogo siano loro o il campanile. Ti chiedi se davvero ci sia qualcosa fuori luogo. Semplicemente ci devi essere per chiedertelo.
E c’è la birra finalmente, dopo l’ultima settimana di antibiotici, e un martini. Io, Aurì e la musica che straborda in strada dalle porte accostate dei club.
Io e Aurì, a parlare e ballare, bevendo lentamente e ridendo. Io e Aurì da sole a mescolare inglese, italiano e spagnolo. A parlare. Questo è tutto ciò che importa e chi ci ha fatto lasciare gli altri a casa persi in altri festini.

Usciamo dal fumo del pub solo alle 4, senza che ce ne accorgessimo il tempo si è messo a correre e la notte ha iniziato a struccarsi. In giro ragazzine eccessivamente abbronzate si stringono infreddolite a ragazzi troppo presi dal ruolo di “cavalier servente”. Gruppi di adolescenti tutti uguali, vestiti da rapper, ma con nasi sottili e visi trasparenti sotto cappelli da nero. Amiche strette in circoli a ridere con un caffè solubile in mano, a riscaldarsi nel freddo delle gonne troppo corte e le giacche tagliate sotto il seno. I capelli lunghissimi e biondi di gruppi di ragazzi vestiti di nero che emergono da uno scantinato pieno di rumore e rock. I barboni vicino ai chioschi che aspettano qualcuno che gli offra un panino e un’altra maledetta birra.

L’ultimo Hot Dog mentre ci avviamo verso casa.

Passiamo il fiume, sfioriamo le mura del carcere, svegliamo i cani nei giardini poco curati di casette grigie con il puzzo del nostro hot dog. E’ la periferia che ti fa alle volte girare a controllare chi cammina dopo di te.

Troviamo Claudia ancora sul divano.

Sogno qualcosa che non ricordo e mi sveglio alle 9 come se avessi dormito per una vita. La colazione è una specie di assalto all’ultima fetta di pane. Siamo in ritardo ma più di noi lo sono i tedeschi. Corriamo in un sole caldissimo per afferrare il pulman e andare a mangiare un panino su un prato appena fuori città. Siamo come bambini in gita.
E anche Claudia sorride, in maniche corte mentre si arrampica su un rudere bianchissimo.
Mangiamo panini al formaggio sotto l’ombra di un castello, una volta imponente, che domina un villaggio dalle case basse, dove ogni tanto emerge un villone. Chiedo curiosa se queste ville non sono per caso le residenze estive di qualche nuovo ricco. No, erano le residenze estive della vecchia elite del partito comunista.

Ma non gurdiamo in basso quanto in alto, nelle nuvole che corrono veloci, mentre il prato si riempie di bambini e cani, famiglie, ragazzi. Mentre prima di sederti sei costretto a spostare bottiglie di birra e lattine. Tante lattine. La Polonia ha un problema di birra e plastica. Troppa birra corre nelle serate di molte persone di qui, troppa plastica viene consumata senza preoccuparsi di dove vada a finire. Peter è sconvolto. Parla di ecologia, del Lussemburgo e dell’Africa. I primi due argomenti li conosce bene, il terzo è ancora un sogno.
Insegna tedesco nello stesso centro dove Aurì lavora con i bambini. E’ qui da appena un mese e tutto ha ancora la magia della scoperta e dello stupore.
E’ qui e già pensa al dopo, a dove correre dopo. E qualcuno propone di correre davanti al santuario con una chitarra e la faccia dipinta , mettersi a cantare con un piattino e raccogliere i soldi per andare a Praga per pasqua. Lo ammetto avrebbe potuto funzionare, se non fossimo stati presi a fare i polli-volanti per far capire a un vecchio signore polacco che volevamo sapere dove era il centro per fare parapendio.
Non lo abbiamo saputo, ma il signore si è divertito molto e immagino che abbia avuto una bella storia da raccontare agli amici la sera.

Sto per salire sul treno quando Aurì tira fuori dalla borsa un pacco di lenticchie.

“mi raccomando, hai bisogno di ferro”

Abbraccio lei e il pacco di lenticchie. Lei piccolissima io altissima. Siamo buffe e felici di aver trovato un’amica.

In treno dormo senza dormire. Faccio appena in tempo a passare al “4 art” a salutare Dagmara che per l’intero mese di aprile starà in Cina. Sono felice per lei, ma è una felicità attaccata al cuore con uno spillo.
Mi mancherà, ma anche questo è solo egoismo.

Mi promette dalla Cina un vestito di seta e mi ricorda il 9 Maggio. L’esposizione del 9 Maggio. Passare dalla parte di chi espone. Potrebbe essere interessante.

PS: mi sono morta dal ridere nel leggere molti dei messaggi che mi sono arrivati in questo fine settimana. Grazie alla vostra fantasia e mente contorta. Vi avrei risposto volentieri…ma si sa a fine mese è difficile che abbia soldi sul cell.





 
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