lunedì, aprile 02, 2007

Aurì, lenticchie e fantasia


Ho perso il treno.

Il ritardo del primo mi ha fatto sgusciare sotto il naso il secondo.

Butto il sacco a pelo sulla panchina a mo’ di cuscino, incastro lo zaino sotto l’angolo delle ginocchia e leggo l’unico giornale che da tre mesi mi parla del mondo là fuori: Il Time.
Io sono qui, presa da cose piccole e marginali, mentre tutto va avanti. Scrivo delle mie crisi di coscienza e di inizi di primavera, ma questo a nessuno cambierà la vita.

Ma poi è vero.

“one doesn’t write about anything, one just writes”

E in treno ci penso e ripenso, mentre le persone salgono e scendono, mentre tutto sale e scende. I pensieri saltellano, come Aurì quando alla stazione mi strappa di mano il sacco a pelo.
Rieccomi qui, a scalvacare la finestra. Entra Romeo, prima che il custode finisca di cenare. Mia Giulietta lanciami la treccia. Ma questa è un’altra storia! Le storie sono sempre altre, sempre degli altri, finchè non decidi di stravolgerle e entrarci nel mezzo.


Finalmete sono nel dormitorio di Aurì. Mi libero da zaini e capotto e vado a porgere omaggio alla regina del castello. La trovo su una pila di vestiti sporchi nell'angolo del corridoio che porta in cucina. Inizia a fare le fusa ancora prima che la sollevi dal maglione verde che le fa da cuscino e la repisca per una sacrosanta stropicciata.

Sul tavolo della cucina comune ci sono una decina di piatti più o meno sporchi. Nessuno dello stesso colore, come le tazze lasciate mezze piene in angoli liberi di mensole sovraccariche di cibo e pentole.
Mentre Aurì finisce di “imprimere” con un pennarello enorme il suo nome sui baratolli di marmellata io scovo Claudia sotto tre starti di coperte e due cuscini. Il divano è da un po’ diventato il suo secondo letto. Anche per questo sabato non si riesce a strapparle di mano l’ipod e sollevarla dalla polvere in cui sembra scivolata.

Noi scivoliamo in altro, fuori, nelle strade pieni di Cestochowa, dove una folla scomposta fa a pugni con l’immagine del santuario che domina la città. Due ragazzi ubriachi cantano avvolti in bandiere dopo non so quale partita di calcio, proprio sotto l’ombra del campanile più alto. Cantano scomposti, instabili. Ti chiedi se a essere fuori luogo siano loro o il campanile. Ti chiedi se davvero ci sia qualcosa fuori luogo. Semplicemente ci devi essere per chiedertelo.
E c’è la birra finalmente, dopo l’ultima settimana di antibiotici, e un martini. Io, Aurì e la musica che straborda in strada dalle porte accostate dei club.
Io e Aurì, a parlare e ballare, bevendo lentamente e ridendo. Io e Aurì da sole a mescolare inglese, italiano e spagnolo. A parlare. Questo è tutto ciò che importa e chi ci ha fatto lasciare gli altri a casa persi in altri festini.

Usciamo dal fumo del pub solo alle 4, senza che ce ne accorgessimo il tempo si è messo a correre e la notte ha iniziato a struccarsi. In giro ragazzine eccessivamente abbronzate si stringono infreddolite a ragazzi troppo presi dal ruolo di “cavalier servente”. Gruppi di adolescenti tutti uguali, vestiti da rapper, ma con nasi sottili e visi trasparenti sotto cappelli da nero. Amiche strette in circoli a ridere con un caffè solubile in mano, a riscaldarsi nel freddo delle gonne troppo corte e le giacche tagliate sotto il seno. I capelli lunghissimi e biondi di gruppi di ragazzi vestiti di nero che emergono da uno scantinato pieno di rumore e rock. I barboni vicino ai chioschi che aspettano qualcuno che gli offra un panino e un’altra maledetta birra.

L’ultimo Hot Dog mentre ci avviamo verso casa.

Passiamo il fiume, sfioriamo le mura del carcere, svegliamo i cani nei giardini poco curati di casette grigie con il puzzo del nostro hot dog. E’ la periferia che ti fa alle volte girare a controllare chi cammina dopo di te.

Troviamo Claudia ancora sul divano.

Sogno qualcosa che non ricordo e mi sveglio alle 9 come se avessi dormito per una vita. La colazione è una specie di assalto all’ultima fetta di pane. Siamo in ritardo ma più di noi lo sono i tedeschi. Corriamo in un sole caldissimo per afferrare il pulman e andare a mangiare un panino su un prato appena fuori città. Siamo come bambini in gita.
E anche Claudia sorride, in maniche corte mentre si arrampica su un rudere bianchissimo.
Mangiamo panini al formaggio sotto l’ombra di un castello, una volta imponente, che domina un villaggio dalle case basse, dove ogni tanto emerge un villone. Chiedo curiosa se queste ville non sono per caso le residenze estive di qualche nuovo ricco. No, erano le residenze estive della vecchia elite del partito comunista.

Ma non gurdiamo in basso quanto in alto, nelle nuvole che corrono veloci, mentre il prato si riempie di bambini e cani, famiglie, ragazzi. Mentre prima di sederti sei costretto a spostare bottiglie di birra e lattine. Tante lattine. La Polonia ha un problema di birra e plastica. Troppa birra corre nelle serate di molte persone di qui, troppa plastica viene consumata senza preoccuparsi di dove vada a finire. Peter è sconvolto. Parla di ecologia, del Lussemburgo e dell’Africa. I primi due argomenti li conosce bene, il terzo è ancora un sogno.
Insegna tedesco nello stesso centro dove Aurì lavora con i bambini. E’ qui da appena un mese e tutto ha ancora la magia della scoperta e dello stupore.
E’ qui e già pensa al dopo, a dove correre dopo. E qualcuno propone di correre davanti al santuario con una chitarra e la faccia dipinta , mettersi a cantare con un piattino e raccogliere i soldi per andare a Praga per pasqua. Lo ammetto avrebbe potuto funzionare, se non fossimo stati presi a fare i polli-volanti per far capire a un vecchio signore polacco che volevamo sapere dove era il centro per fare parapendio.
Non lo abbiamo saputo, ma il signore si è divertito molto e immagino che abbia avuto una bella storia da raccontare agli amici la sera.

Sto per salire sul treno quando Aurì tira fuori dalla borsa un pacco di lenticchie.

“mi raccomando, hai bisogno di ferro”

Abbraccio lei e il pacco di lenticchie. Lei piccolissima io altissima. Siamo buffe e felici di aver trovato un’amica.

In treno dormo senza dormire. Faccio appena in tempo a passare al “4 art” a salutare Dagmara che per l’intero mese di aprile starà in Cina. Sono felice per lei, ma è una felicità attaccata al cuore con uno spillo.
Mi mancherà, ma anche questo è solo egoismo.

Mi promette dalla Cina un vestito di seta e mi ricorda il 9 Maggio. L’esposizione del 9 Maggio. Passare dalla parte di chi espone. Potrebbe essere interessante.

PS: mi sono morta dal ridere nel leggere molti dei messaggi che mi sono arrivati in questo fine settimana. Grazie alla vostra fantasia e mente contorta. Vi avrei risposto volentieri…ma si sa a fine mese è difficile che abbia soldi sul cell.





2 commenti:

Elena ha detto...

Ciao lenticchietta!Scusa se è tanto che non ti scrivo...non sono più passata da queste parti x un pò...Qui tutto ok,la solita routine,le solite cose,ma tutto bene ed è questo l'importante!Si avvicina Pasqua (si avvicina Bolsena x la sottoscritta) e le uova di cioccolata (ma devo e vogli starci attenta!!!....-_-') Tornerò x salutarti prima di partire!

gabriele ha detto...

Mi sono assentato un pò dal tuo blog...cavolo quanto hai scritto!!Baby dovresti scrivere un libro...Però ti prego cambia colore per lo sfondo...sto bianco mi sderena gli occhi :O

 
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