giovedì, aprile 19, 2007

pensieri a scroscio prima del decollo

grazie a donald per la foto, grazie a peter per il libro
C’è questo ritorno, questo lampo.

Da domani, per qualche giorno, mi troverò a capire tutte le chiacchiere di strada, mi troverò scoperta se parlo ad alta voce con me stessa. Riprenderò a non aver bisogno di un “filtro” linguistico.

La lingua, che strano

Arriva un punto in cui tutto si confonde. Parli con te stessa, e capisci di non capirti, di non afferrarti. Poi ti fermi un secondo, riprendi fiato. Non capirti stavolta non è una nuova crisi di coscienza, semplicemente tanta l’abitudine, che ti sei messa ad usare l’inglese anche nei borbottii mattutini.
C’è da riderci, ma non troppo, se si considera che una parla con se stessa e non si capisce. Grottesco.

Ed è strano anche riprendere ad usare molti suoni.

Ho sempre continuato a scrivere in italiano, a tradurci i pensieri. Ma per lungo tempo non ho mai buttato fuori nulla dalla bocca, e all’improvviso mi trovo impacciata, presa da uno strano groviglio tra palato e lingua. Ma quante cavolo di tr, dr, pr, erre arrotolate e t schioccate ci sono? Non le avevo mai viste, mai sentite prima d’ora. Quindi è vero, non mentono. L’italiano suona come una melodia croccante, inizio a sentirla anche io.
L’italiano si gioca sulla punta della lingua, un balletto tra palato e denti. Un ballo rapido.
Il polacco lo si ingoia, lo si trascina giù. La esse polacca è come la “Shhhh” del dito sulle labbra e l’invito al silenzio. In polacco la parola te la devi ingoiare, mandare giù, è tua e stai attento. Stai attento che non ti sentano gli occupanti, chi passa e ti spia. Tienila bene nel fondo della gola, non fa male, non è dura come il tedesco. Stai attento, portala dentro e non dimenticarla anche se a scuola studi il russo.
Ma l’inglese è una lingua “rivomitata”, passata con un fiato di stomaco alla bocca, in un’economia spaventosa. L’inglese lo comprimi e lo allunghi. Quello che sento qui poi non è inglese, è inglese-francese, inglese-polacco, inglese-olandese, inglese-tedesco, inglese-spagnolo. E allora non so dire altro, perché è diverso, non mette in scena l’essere la lingua madre. Certo c’è Mat, che arrotola tutto come in un ringhio di cane che difende il padrone. E’ un ringhio bonario, di avvertimento, di chi difende il suo giardino col prato verdissimo dai monelli con il pallone. Non abbaia , non è come l’americano. Avverte, quasi cortese. Ma è sempre pronto a qualche rapido sbalzo in avanti se necessario.
Di questa lingua è l’idea di fondo che è geniale, la semplicità. E’ la migliore moneta per lo scambio di pensieri quando cammini furori dal tuo parco.

Sempre che i pensieri sei disposto a trascinarli con te al di là del paravanto

Non è semplice, non tutti desiderano farlo.
E a qualcuno non piace neanche essere scoperto, essere intravisto dietro questo paravento.
“è strano come guardi le cose di traverso”
Già, strano, e a volte pericoloso. Spesso guardando “di traverso”, sbirciando il paravento di lato, si vedono cose che le persone non ti volevano proprio mostrare, e allora devi stare zitto. Fare finta di nulla. Perché molti hanno costruito su questi paraventi la loro totale esistenza. Molti non si ricordano nemmeno più cosa ci hanno lasciato dietro. Ma alcuni non aspettano altro che qualcuno li vada a scovare, gli dia la scusa buona per uscire allo scoperto.

E sento uno strano senso di paura a tornare, di rientrare e trovare tutto diverso, o forse di trovare tutto uguale, non lo so.
Paura di casa mia, perché mia. Perché costruita su quel “mio” che è per metà di altri, della mia famiglia.

Li amo. Per amarli però ho dovuto imparare a riconoscere che per tanti versi io, con loro, non centro nulla. Per amarli davvero, lo so, sarò costretta a deluderli su molte cose. Straccerò la maggior parte dei sogni chi si sono fatti su di me, ma lo farò perché so che in questo modo ameranno la vera Barbara, la figlia che hanno e non quella che vorrebbero costruire.

L’adorazione di mio padre, quella nascosta dietro gli occhi grigi che ti cercavano quando uscivi da scuola, che lo hanno trascinato a tutte le partite di pallavolo di mio fratello. Lui che non si sottrae mai ad uno straordinario, che fa massacranti turni notturni ma poi piuttosto che andare in vacanza regala a me e mio fratello un nuovo computer.
E iniziando a crescere, a capire, ho anche iniziato a non chiedere, a cercare di mettere in tasca le cose da sola. Non per orgoglio, non per ripicca, ma perché rispettavo a tal punta tanta dedizione da desiderare sopra ogni altra cosa che quella vacanza maledetta lui e mia madre se la facessero,
che ci mollassero a qualche parente e scomparissero nel Luglio di una stupida località turistica. Ma mai, mai sono partiti senza di noi. Mai.
Mia madre non è mai riuscita a pensare a un NOI che non comprendesse anche me e mio fratello. Ancora adesso.
E’ quella strana forza nel credo della famiglia che hanno nei piccoli paesi. Questa è mia madre:
una praticità tutta rivolta al dentro, alle 4 mura che secondo lei ci proteggono. Un tentativo di difenderci dal mondo, che non accetta essere tanto feroce. O almeno non con i suoi figli.

Ma forse l’essere nati e cresciuti in un piccolo paese, nella campagna degli anni 70, è parte del non capirsi. Di vedere noi figli andare per versi di cui non riescono ad afferrare il senso
La campagna Italiana di quel periodo stava uscendo appena da una “durezza” spaventosa. E in quel transito i miei genitori sono cresciuti.

Gli anni 60 e 80. Il bum e le sicurezze che si sgretolano. La campagna non è mai stata la città, soprattutto allora. Tutto arrivava in sordina, di striscio. Ma era normale, si viveva su altri valori e altri ritmi. C’era una coesione sociale soffocante e contemporaneamente tranquillizzante. La paura dell’altro non esisteva. C’era un rito strano di visite ai parenti e ai vicini e il prete che faceva da avvocato secondo criteri tutti suoi. Tutto il resto era “diverso”. Perugia era fuori. Era il Liceo, Corso Vannuci, la corriera. Per i miei nonni era dove vendere e comprare, dove ti toccava andare se stavi male e ti serviva l’ospedale. Non ne sentivano un gran bisogno.

Se chiedi a mio nonno dell’Iraq lui ci pensa un po’ e fa spallucce. Pensa che è stata “una boiata” , pensa alla gente. Non gliene frega nulla dei motivi che l’hanno iniziata a consumata, delle manifestazioni e della presa di coscienza del mondo. Lui pensa solo alle immagini dei poveracci che non hanno da che parte correre. “Che fa un male boia dover prendere un fucile ed andare a combattere per difendere l’unica cosa che conosci, casa tua, la terra. E fa un male cane sapere che non morirai nel tuo letto”. Mio nonno me l’ha detta in maniera più colorita, sonnecchiando davanti al fuoco, con “la mi nonna” che lo sgridava, bonaria come sempre.
Mia nonna non gliela perdona che ha votato, alle elezioni di 5 anni fa, Berlusconi. Io non posso non perdonargliela, perché anche se amaramente riesco a capire cosa lo ha spinto a “sta mattata”. Mio zio dice che si è rincoglionito. Io penso solo che forse, dopo una vita a essere di sinistra, a crederci a questa benedetta rivoluzione sociale, si è rotto i coglioni. Che crederci non basta. E poi molti che ci credevano si sono mangiati il progetto per scalare la montagna, oppure si sono fatti fagocitare dagli ideali. Entrambi hanno perso di vista le persone vere, quelle che avevano dato in garanzia se stesse e le loro vite per un’idea. Un’idea da non tradire, ma nemmeno da trasformare in un ideale utopico. Perché mio nonno la sera la sua minestra la vuole. Magari è disposto anche a mangiarla fredda per aspettare mio zio, ma la vuole. Altrimenti che si è lavorato a fare?

Praticità.

E spietatezza. Mia nonna , la Franca, con quegli occhietti buoni, ancora oggi ammazza i conigli, con lo “scannino”. La campagna è stata un paradiso perduto solo nei libri, nelle fattorie le persone i conigli li allevavano per mangiarseli, e prima di mangiarseli dovevano ammazzarli, scuoiarli , pulirli. C’era la consapevolezza che quello che mettevi in pentola era stato vivo. Una sensibilità diversa, che adesso fa rabbrividire molti, ma che era meno egoistica di tanti buoni propositi di ora. Questo ha certo spesso contribuito ad una durezza di sentimenti, lo so. Lo ho visto, il pudore, la mancanza di abitudine a esternare il proprio affetto, di cui per certi versi sono stati vittime anche i miei genitori. Ma anche un rispetto diverso per le cose.

Io da piccola guardavo mia nonna ammazzare il coniglio per il pranzo della domenica. Senza nessun “pudore” mi portava con lei. Ero piccola, ancora non capivo, non capivo che il sangue scivola e non ritorna, e non pensavo che si potesse sentire tanto dolore. Ancora non avevo concretizzato la morte.
La morte come fatto dell’anima e non solo del corpo l’ho sentita dopo, dopo aver visto quella fisica. E da allora tutto è stato diverso. Il sangue è diventato la coscienza che se ne va, e il suo odore mi è rimasto dentro, nello stomaco. L’odore.

L’odore e il colore

Torno a Roma e all’arancio, al puzzo di piscio dei vicoli e alla monnezza. Mi viene da ridere, se me la trovassi davvero pulita ne morirei. Se la trovassi ordinata mi incazzerei come una bestia. Io, in quel casino cafone, ci trovo l’ultimo disperato tentativo di non diventare un enorme giocattolo per turisti.
Che l’unica cosa che ci hanno lasciato sgombra sono le periferie. Le nostre belle periferie, mi viene da dire adesso. Quelle degli esperimenti sociali falliti, dei terroni, degli ex baraccati. Una volta periferie, adesso non so più. Alcune sono diventate micromondi a sé stanti, con un loro stile, una particolare aria di vita.
Al centro si vedono gli straneri con i soldi, quelli che vengono a comprare, a far campare gli stranieri-romani che alla sera, chiuso il ristornate tornano a dormire a Ostia, o a Spinaceto. Se mai Roma diventerà veramente una città multirazziale sarà in posti come questi.

Qui in Polonia l’esperimento è invece tutto giocato in casa. Riuscire a far convivere chi ha e chi non ha , nel mezzo di un transito che non è ancora finito. L’economia cambia, trasforma tutto, rimpasta le carte in tavola, ma il giocatore non conosce le regole del nuovo gioco. Alcuni sono troppo vecchi per impararle. Qui le periferie si reggono su questo contrasto. Tra vecchi e giovani.
Giovani che se ne vanno via, in Irlanda. Tutti qui piano piano se ne fuggono a Dublino. Questione di soldi e lavoro, poca politica e una voglia pazza di vivere bene e potersi fare le vacanze al sud, in Italia magari.

Al mare in Italia.

Il mare mi manca.

Mi farò scaricare da mio padre sul lungomare mentre lui si riporta la mia valigia da contrabbandiere a casa. Alle 8,30 di mattina confido di essere sola. Voglio leccare la salsedine nell’aria e per questo prego ci sia un bel vento.
Il mare, quando ti entra negli occhi, ti fa invecchiare di sogni e ti ringiovanisce nel gioco dei ricordi

Il mare è il tempo che non esiste.

In cuffia: La testa nel secchio, De Gregari.




PS:La verità non è un’ipotesi, anche se a conoscerla è soltanto una persona. E sulla verità è spesso meglio non ricamare. Mjorana che fine ha fatto, lui lo sa, e questa è una verità.

Quello su cui la gente potrebbe davvero fantasticare è cosa sarebbe stato Majorana

Se non fosse scomparso?

Se proprio si vuole giocare con i se

3 commenti:

viola celeste ha detto...

a quest'ora sarai di nuovo nella tua bella camera,chissa' magari stavolt ala troverai immersa nell'ordine mai sognato in tutta la tua vita..e finalmente avrai iniziato ad apprazzare un po' di piu' la nostra periferica Ostia ed il nostro mare..leggere il tuo ultimo blog mi ha fatto aver il flash di rincontrarci finalmente sotto casa tua per uscire insieme dopo tanto tempo...ma ancora nn e' questo il momento ,prima o poi arrivera'..aspetto con ansia e gioia...mi manchi

Elena ha detto...

BENTORNATAAAAA

claudia ha detto...

babi..............fatti vedere!!!

 
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