mercoledì, ottobre 31, 2007

tana libera tutti


Pare che sia stata tirata in un MEME.
Le 8 cose che non ho mai detto di me in questo blog.
Meglio rimangano impacchettate.
Mi tiro fuori dalla catena, ma non mi sento vigliacca.


Ho un diario cartaceo, di quelli in cui le pagine scricchiolano sotto il peso della scrittura e i ricami dell’inchiostro. Al mio amico di pelle nera , solo, concedo alcune cose. Meglio così. Non sapete quanto isterica e banale sono tra quelle pagine.
Disordinata, caotica, arruffata, esaltata, accecata.
Potrei leggere il mio umore anche solo osservando l’inclinazione delle lettere, la distanza tra le righe, la quantità di maiuscole dopo i punti, l’assenza delle virgole, gli scarabocchi al posto delle parole.
E’ avvolto in una sciarpa e nascosto al buio di un cassetto. Tutto molto romantico, tutto estremamente banale se non fosse che la fuffa che raccoglie è violentemente vera e diretta. Ciò lo ripulisce da qualunque incanto ottocentesco.

Tutto questo è per sciogliermi da un meme e per chiedervi: Concedereste un mozzico del vostro diario cartaceo ai pixel del blog?

Di solito sulla carta si getta la bellezza dell’emozione non filtrata, il blog si romanza e si ricama. Si pesa in rete ogni parola, per quanto si cerchi di fare il contrario, siamo come in un grande fratello autogestito.

Immagino sia giusto così.

Per me pretendo di poter arrotolare i miei monologhi in una sciarpa e dimenticarli in un cassetto senza una scadenza.
Pensieri, visioni, persone.

E ora, voi, a cosa state pensando?

lunedì, ottobre 29, 2007

c'è un gran chiasso, per fortuna

Questa voce che mi rimbalza dentro è l’eco mescolato delle vostre chiacchiere. Questi pensieri sono i vostri spunti migliori.

Non sto scaricando su di voi la responsabilità delle miei intuizioni bislacche. Ammetto semplicemente di non essere propensa alle illuminazioni divine, ma di credere nell'ascolto dei “rumori” di fuori per stratificarli nell’anima.
Nel passaggio da rumore a pensiero, nel tentativo più o meno consapevole di capire gli altrui “rumori”, si da forma all’ IO. Mettendo sulla punta della lingua personali punti di vista pronti a essere rimasticati appena sputati fuori si entra nel gioco del progresso.
Se proprio in un “dio” mi ritroverò a sperare, credo sarà di forma corale e allungata nel reale. Non sono sicura della sua bontà , non garantisco la sua integrità, ma punto sulla sua concretezza.

Quello lassù è il cielo, quanti modi conosci di raccontarlo? Tutto, pur di toccarlo.


PS: Tutto quello che avrei voluto raccontare di questi giorni ormai è passato. Arriverà dell’altro.

lunedì, ottobre 22, 2007

con la goccia al naso (come nei più stupidi cartoni giapponesi)

E’ arrivato il freddo.

Ho abbracciato il cappotto da dentro e affogato la bocca in tre giri di sciarpa.

Aspetto un inverno senza neve.

“Aspettare” è un tempo strano quando è sospeso tra urgenze imprecisate.

Urgenza di denaro per fare “niente”

E’ tempo di trasformare il niente in denaro?




Se mi soffio un’altra volta il naso sono certa mi uscirà il cervello, accartoccerei il libero arbitrio e il tempo tornerebbe lineare.

martedì, ottobre 16, 2007

usa e getta

The shirt by h34dsho77


B :Stavolta una campagna sociale!
V: Ma dai…figo
B: Si insomma una cosa etica
V: Bè dai lo trovo molto bello, fare quello che ti piace e essere anche utile
B: …si insomma sai…bè comunque…non mi pagano
V :…
B: Ma è una campagna sociale…quindi…
V: La prossima campagna per la difesa delle cretine la facciamo con te come testimonial.


Ad essere sincera è vero.

Bisognerebbe fare una compagna sociale per la difesa dei cretini. O meglio, per la difesa degli stagisti. E non perchè sono in via d’estinzione, come l’orso marsicano, semmai il contrario.
Gli stagisti si moltiplicano senza una precisa stagione degli amori (anzi a volte l’amore adulto gli è costoso, così si riducono ad un prolungamento dell’amore adolescenziale e non si riproducono per nulla). Inoltre la vita media si è allungata e ormai si possono trovare stagisti anche sui 30.
Lo stato di frustrazione è direttamente proporzionale al numero dei mesi e dalle volte che la magica frase “ finito lo stage magari ti facciamo un contratto a progetto” gli viene ripetuta beffardamente.
Se si ha la fortuna di fare uno stage di 3 mesi con un rimborso spese (ticket per il pranzo) di solito si esce dalla cosa con dei leggeri tick ma senza l’istinto di cambiare paese, se si ha la sfiga di farsi 9 mesi senza rimborso spese si corre il rischio di finire nelle mani degli strozzini per pagarsi lo psicologo.
Ci sono anche stagisti entusiasti, è da riconoscere. Capitano “giovani” neo-laureati che descrivono l’esperienza dello stage come la cosa più bella che gli sia mai capitata. Tale affermazione può uscire dalla bocca di un “giovane” stagista solo quando si ha almeno una delle seguenti condizioni:
- è uno stage miracoloso dove non fai solo carrelli di fotocopie e ti considerano una persona e non uno sprovveduto a cui scaricare i lavori noiosi
- non ti devi pagare un affitto, i tuoi ti passano la macchina, hai la paghetta settimanale e riesci ad andare al cinema ogni tanto ( in pratica sei un sedicenne che la mattina esce con la 24 ore)
- Hai trovato l’uomo/la donna della tua vita alla scrivani accanto e quindi ormai rincoglionito/rincoglionita campi bene anche senza mangiare (sperando sempre che l’oggetto del desiderio non sia a sua volta uno stagista altrimenti non se ne esce)


Un poco tutti ormai vedono lo stage come il miracolo da guadagnarsi finiti gli studi, mentre il lavoro, un lavoro vero, con un contratto che ti permetta di stare a casa se hai la febbre celebrale, è diventato la redenzione finale.

Ci sono anche io tra queste creature annientate che si lasciano docilmente infinocchiare.
Mi presento puntuale ai colloqui e faccio tutto da copione.
Poi a volte ti senti dire: “signorina, ma a lei chi la manda?”
Allora sprofondi in uno sguardo vitreo, vorresti piangere e strappare il cuore dello sciagurato che ti sta davanti per vedere se non è di latta. Ti vergogni un poco di essere inciampata in questa cosa, ma poi ti riprendi e lo capisci che a vergognarsi devono essere loro.
Finisce con te incazzata come un’iguana, fuori dalla ragione come fuori dal mondo è il fatto che bisogna essere raccomandate anche per sgobbare gratis per una qualunque agenzia da 4 soldi.

Dalle mie parti sono tutti incazzati come delle iguane, ma ancora ci ridiamo su. L’ironia è il nostro placebo.
Oggi ci sbeffeggiavamo a vicenda per sentirci tutti inculati allo stesso modo e meno soli, mentre eravamo lì a scervellarci su un progetto sperando di ricevere alla fine nulla più che uno zuccherino ed un incoraggiamento

“io intanto per sicurezza mi alleno a piegare le magliette”

Partono le risate. Ma non troppo leggere. Guardiamo la nostra “pragmatica” compagna con una certa paura

A casa, poi, ho aperto il mio armadio e mi è preso un colpo: piego le megliette da schifo.



PS: Nonostante sto scorata, rimango dell’idea che alla fine CE SE LA FA. E ce le faremo in modo splendido. Non vedo l’ora di sbatterlo in faccia a chi ci da tutti per spacciati. E poi forse io me la complico la cosa perchè anche con gli stage sono schifosamente selettiva.

sabato, ottobre 13, 2007

scivolare

Rain by Moradam




«La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia»


Zygmut Bauman


Anche se lego stretta la fusciacca di seta in vita il nodo scivola e allenta la tensione e la blusa. Si mostra il cuore aspettando che qualcuno scocchi il colpo.


Lo facciamo sempre.
Tutti.

Vogliamo e cerchiamo qualcuno, e al tempo stesso ne siamo terrorizzati. Abbiamo così tanta paura di rimanere troppo a lungo al caldo di un abbraccio? Quali doveri non possimo, o più logicamente non vogliamo accettare?
Sono solo io che sento di continuare a intrecciare nodi così poco saldi? Mi ostino a legarmi stretta nelle mie difese già sapendo-sperando che non dureranno.
Come si trova un attimo di tregua dalle proprie paranoie?
Vediamo di scogliere questi pensieri fumosi nella musica...buon sabato sera a tutti. Prendetevi una pausa. Io lo farò

martedì, ottobre 09, 2007

Sarò banale


Torno da Londra con il portafogli troppo leggero, qualche scarabocchio in più, il solito rimpianto dei viaggi troppo brevi

Ho fatto giri banali, mangiato le solite porcate e pescato nelle conversazione pre-impostate delle conoscenze fatte in 4 giorni

Tutta roba che a me ha fatto piacere, ma a raccontarla è di una noia ripetitiva.

Mi sono rilassata vergognosamente regalandomi un’intera giornata al Tate Modern e ho “fatto l’amore” con Rothko…che mi lascia sempre a mezzo fiato e con un velo lucido sullo sguardo.

Rothko è il colore puro sena forma, spazio o limite. E’ l’impatto dello spazio-colore su ogni cornice che lo imbriglia. Colore non schiavo della pittura, ma al contrario la pittura serva di un colore che è di per sé ansia vitale.

Ansia vitale che cozzava con l’apatia monotona degli addetti di sala del museo

“non si possono fare fotografie…”

Mi ha detto, con voce monocorde persa nella noia di mille ripetizioni, un ragazzo bruno sbattuto in una maglia rossa.
Avrei voluto dirgli che non stavo fotografando Picasso ma la ragazza indiana, anche lei in maglietta rossa, seduta sullo sgabello, che cercava di ingoiare gli sbadigli in attesa della fine del turno. Avrei voluto chiedere se potevo fargli una foto, a lui come al ragazzo corpulento che ricordava a tutti di spegnere i cellulari prima di entrare. Ma poi che senso avrebbe avuto? Come lo avrei giustificato?

I custodi di sala, le guide, le addette al guardaroba sono figure surreali perse come ombre in grandi musei e nelle gallerie. A volte credo che i visitatori non li considerino nemmeno cose vive.
Del resto loro, nelle otto ore del turno, rimangono come in pausa dalla vita. E’ la noia che li mette in un angolo e li trasforma in oggetti caricati a molla. Lo stesso corredo di frasi per tutti, la stessa divisa e il sorriso abbinato.
Nel vederli più statici delle tele tra cui erano adagiati mi si è accesa una curiosità infantile e forse anche fuoriluogo.
Mi sarebbe piaciuto fotografarli tutti, mentre i loro occhi erano persi nell’attesa del dopo. Avrei voluto ritrarli uno per uno con tempi lunghissimi, così da far sembrare tutte le figure intorno solo strisce sfocate in movimento, loro e i quadri le uniche “cose” immobili. E tutti questi ritratti li avrei poi legati alle loro storie, raccontate magari nella pausa pranzo e nello spogliatoio alla fine del turno. Storie e foto, in un bianco e nero semplice e scontato, le avrei volute sbattere asettiche in una piccola sala prima dell’uscita. Sarebbe stato bello far notare ai visitatori le vite a cui erano passati davanti “ciechi”
Nella mia mente appannata queste “mute forme di esistere” avevano qualcosa di altamente artistico e non capivo come tutti non lo vedessero.

Poi mi sono resa conto che certe idee malsane possono venire solo a me…quando ho fame soprattutto…



Per precisare: in questo post volevo parlare di arte, ma poi non so perché ho fatto andare tutto senza logica… il controllo non è il mio forte.
 
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