mercoledì, dicembre 26, 2007

Uno fa quel che si deve, come si deve


Il Natale va affrontato con tutto il rispetto che si deve ad un ex-compagno di giochi.
Da piccoli si correva nella stessa squadra, adesso lui fa il portiere della squadra avversaria, e visti i tradizionali tortellini è talmente espanso da rendere ogni tiro in porta un’impresa.
Ma la cocciutaggine di chi a questo natale agli steroidi non ci crede è tanta e ben riposta.
Così finisce 5 a zero per me!

Impagabile: Sbriciolare i biscotti nel latte e cafè la mattina guardando “willie wonka e la fabbrica di cioccolato” con i colori dei primi anni ’70 (le sane stronzate da rifare tutti i SANTI NATALI, con il meno sano appoggio di chi in questo è peggio di te)

Tutto questo solo per dirvi che il mio natale è andato bene, alla facciaccia di chi mi voleva mettere fretta e mi gettava addosso secchiate di nervosismo.
E poi per ri-citare una amico: “quando il natale arriva, so cazzi tuoi”. La saggezza è semplice e non va dimenticata.

E’ semplice, come tutte le cose che noi diamo per scontate: ed è questo che vorrei per tutti.
La serenità è talmente semplice che proprio non la si sa spiegare, sempre troppe parole.
Comunque è quella, si è quella cosa là, di cui appunto non riesco a scrivere, che vi auguro.

In cuffia, stamattina, mentre guidavo sotto una pioggerellina vaporizzata: Natale, Francesco De Gregari.

PS: Roma è fatta per la Pasqua, non per il Natale….credo ogni città abbia una festività che la veste meglio. Ecco credo che per Roma si debba aspettare la Pasqua

giovedì, dicembre 20, 2007

Sogno! Son desto!

Descrivere le cose è spesso frustrante.
Tutto il ricamo che ne fai appena ti lascia soddisfatto.
Bisognerebbe essere precisi.
Bisognerebbe avere la tetsardaggine assoluta che ti fa sicuro della tua "Relazione sul reale"

Ieri ne ero certa: sognare è l'unico modo per capire ed apprezzare la realtà.
Oggi, dopo una birra tracannata forse troppo in fretta e qulache ora di sonno, lo so quasi per certo: il sognare può diventare la grammatica su cui custruire il mondo.

Martin Luther King disse: Io ho un sogno.

Avrebbe potuto dire: io ho un progetto. Ma ha usato la parola Sogno.
Propriro SOGNO, che mi sembra immensa, espansa.


Realizzare un sogno è più caraggioso, e a volte rischioso. Il progetto è un'appendice delle regole già costituite, su quelle basa se stesso, in nome di quelle segue un piano ed una logica. Progettare significa seguire tappe e schemi, dare un valore ad oggni fase, suddivere tempo e scopi.

Sognare è: Tutto o niente.

L'obbiettivo è il sogno stesso, che va "consumato" per fare la realtà più a nostra misura.
Può essere impopolare, credo, visto che difficilmente si sogna tutti la stessa cosa.

Forse la raltà è uno scontro tra sogni egocentrici?
Di sicuro, anche se l'abbiamo avvolta nel mito di una scentifica razionalità, la realtà che ci appartiene è una tregua sempre in bilico sullo scontro-incontro di tanti umanissimi sogni.

PS: Questo blog sta prendendo una piega strana...sarà il 2008 che si avvicina?

giovedì, dicembre 13, 2007

La giusta distanza


Le due pile di giornali che stringono il mio computer al lavoro da due giorni non fanno che franare disordinatamente.
Tra un cedimento ed un altro finisce che nel rimetterli in piedi qualcuno lo risfoglio, rigiro, rileggo.
E’ strano come l’appena ieri appare di un vecchio sbiadito. Passate le 11 tutto diventa “storia”. Sarà l’abitudine ad aspettarsi sempre qualcosa di nuovo, a far consumare in fretta tutto.

In effetti alcune di quelle prime pagine diventeranno davvero Storia. La Storia alla fine è fatta di scampoli di cronaca lasciata macerare.

Si impara dalla Storia.

Persino noi impariamo dalle nostre storie.
Appena si riesce a guardare indietro con un poco di obbiettività.

Impari una lezione che tanto, come nella Storia vera e grande del mondo al plurale, sempre e comunque al momento opportuno ignori.

Va così, e va bene.

Va bene finire per caso a comprare durante la pausa pranzo il dvd di “Io e Annie”, e non per caso trovarsi a sorridere dopo averlo collegato al primo amore vissuto da adulta.
Il primo anno di università, i libri fotocopiati e un divano logoro e comodissimo. Tutti i film di un inverno che non siamo riusciti a finire.
Io era pazza per i vestiti di Diane Kaeton, e V. adorava che Allen non sapesse recitare che sé stesso


« Frattanto si era fatto tardi e tutt'e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba – stupenda – e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io… ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c'è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: "Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d'essere una gallina." E allora il dottore gli dice: "Ma perché non lo rinchiude in manicomio?" E quel tale gli risponde: "Già! Ma poi dopo, l'ovetto fresco, a me, chi me lo fa?" Insomma, mi pare ch'è proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e… ma… mi sa tanto che li sopportiamo perché, hm… tutti quanti… più o meno ne abbiamo bisogno, dell'ovetto fresco. »


Adesso è un ricordo davvero dolce, pulito, anche un poco infantile.
E’ diventato storia, ma non mi ha salvato dal ricommettere errori, e so non mi salverà in futuro.

Sono cresciuta, davvero, sono un’immatura con un giudizio favoloso.

E nel giorno delle coincidenze mi arriva un messaggio da V. con una folle richiesta: “ ti andrebbe di scrivere un racconto breve per una cosa?”
Telepatia? Mi si ricorda nel giorno del ricordo? Ma cosa ancora più importante: che ci fa con un racconto?

Oggi ho sola voglia di ridere, perché sono leggera.


In cuffia: Fixing her hair, Any Di Franco.



PS: Vado a vedere Sinigallia a gennaio ad Ostia. Per una volta che sta dietro casa….e che non sono fuoritempo…

lunedì, dicembre 10, 2007

Quello che passa

DIGNITà AUTONOME DI PROSTITUZIONE


Mi era presa una voglia strana di andare ad assaggiare di persona questo esperimento. Alla fine però tra le buche degli amici e il crollo del mio fisico di cartapesta ho finito per masticare la rinuncia.
Un bel rumore di denti che si chiudono a tagliola sulla delusione.

Doveva essere perlomeno curioso.
Come dice il volantino:
ATTORI COME PROSTITUTE
protetti, ma alla mercé dell´avventorespettatore diturno, si lasciano esaminare, scegliere, soppesarein cambio della propria Arte e del proprio cuore. Il cliente paga quello che contratta prima o quello che matura dopo la performance.Pillole del piacere, ognuna della durata di 10 minuti al massimo, in un confronto a due, un triangolo o chissà…(anche in macchina)"Mi paghi SE E QUANTO ti è piaciuto."

Quando sabato un amico mi ha presentato questo spettacolo già era alla fine. Ieri era l’ultima sera, e io ho lasciato che si consumasse senza poterci infilare il naso. Era in scena già da un mese ma, come mio solito, sono arrivata fuori tempo.

Ho la capacità di arrivare sulle cose un attimo prima che finiscano. Rimango impigliata nella scia, e spesso mi faccio accarezzare dai rimpianti. Le mie sono tempistiche svampite.

Persa in questo pensiero, nella conta di tutti i miei “fuoritempo”, mi sono fatta abbracciare dalla malinconia.

La domenica si è svuotata morbida e sfocata. Avvolta in questo vapore mi sono accorta di come si sono allontanate le cose.

E per finire mi chiedo come solo un attimo dopo ci si ritrova a non contenere le risate e a perdere il respiro di fronte alle foto improbabili di amici troppo convinti.


Di altri, le foto, sono volontariamente assenti.


PS: pare che il 13 Sinigallia sia in concerto a Roma. Almeno questo lo saprò afferrare?

sabato, dicembre 08, 2007

d.o.c.



Negli ultimi giorni ho piantato troppi sorrisi finti e mi verranno, lo so , le rughe della vergogna.
Mentre strisciavo sulla moquette appena messa alla ricerca di una presa per stampare 250 inviti ho capito che senza accorgermene mi stavo anestetizzando al “ma vabè, tanto…”

Ma vebè…tanto…

TANTO NO, VA BENE SE VA , ALTRIMENTI VA MELE. LACIARE CHE SIANO SEMPRE GLI ALTRI A DECIDERE NON TI ALLEGERISCE, SEMMAI SCOLORISCE.

Tre giorni a correre dietro a persone indecise mi ha fatto suonare il campanello d’allarme. Mai fare l’imboscata. O meglio: mai permettere alla tua personalità di imboscarsi.
Importante poi che la personalità ci sia, ma sono altri problemi.

Mai credere a chi sta sempre male, a chi vede sempre tutto nero e miagola l’apocalisse, ma non solo.
C’è all’opposto lo stesso vizio
C’è una sovraesposizione di risate che smaschera un’allegria costruita a tavolino
L’esposizione televisiva a sorrisi tirati con il prozac, anestetizza le persone alle piccole gioie vere che si sfiorano per caso nei giorni qualunque.


Cosa si deve fare per essere “genuini”?



E’ sera , gli occhi stanchi e una faccia che mi sembra di cera.

Si striscia lenti in una fila di macchine bavose di musica casuale.
I rientri di recente sono sempre silenziosamente pensierosi.




PS: Odio i tacchi, non solo perchè ci ondeggio, ma anche perchè mi fanno abracciare male le persone.
Sono frastornata: mi è stato detto che scrivo come Moccia. Non so se andare in panico o prenderla come uno scherzo, visto che non ho mai letto Moccia ( e vivo benissimo così)

sabato, dicembre 01, 2007

paure

I centri commerciali.
La luce sintetica che sbatte i colori, l’aria rancida e il brusio della fretta. Fretta anche quando non si ha niente da fare. Tutto questo credo uccida il tempo, il tempo per sé, il tempo per andare lenti e semplicemente sentirsi esistere.

Da 15 giorni, per questioni di lavoro, mi trovo a girellare nei pressi di un grande centro commerciale di Roma. Uno di quei grandi centri pieni di tutto e persi nel nulla, assediati dalle macchine e da periferie che si confondono con la campagna.
Ieri, mentre mi trascinavo sognando il sabato in una specie di leopardiana visione, una manciata di bambini mi taglia la strada di corsa.
Una gita al centro commerciale. Che forse le maestre hanno ben pensato di fargli vedere come si fa la spesa intelligente? Come funziona una cassa automatica? La differenza sostanziale tra H&M e Zara nella scelta dell’esposizione della nuova collezione invernale?
Ho avuto, lo ammetto, una rabbiosa paura.

Prendendo l’uscita a passi lunghi e regolari mi sono stretta ai giornali e mi sono goduta un venticello freddo, che sa d’inverno. Le cose banali che ti fanno vedere il tempo che cambia e poi ritorna.
Respira affondo. Infondo, nel fondo.

Il mio scetticismo per i centri commerciali, alla fine, è solo legato alle volte in cui dentro mi sono sentita persa. E’ uno dei luoghi in cui più spesso mi intrappolano le mie strane forme di malessere. Quelle per le quali il viso si scolorisce e le cose mi si fanno sfumato, i rumori ovattati, e gongolo come un cipresso al vento.

Dentro al mall , dicono, c’è tutto ciò di cui si ha bisogno. Ci si potrebbe vivere senza mai dover uscire. Penso che sarebbe meglio sostituire “vivere” con sopravvivere. Tutto un altro gusto allora.

Nel termine sopravvivere mi sembra manchi la componente emozionale, di gioia. O meglio penso che manchi la possibilità della gioia e dello stupore, quello che ti fa macinare la vita anche quando prende un gusto amaro.
 
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