martedì, dicembre 30, 2008

E' andata


Furoi Natale dentro Capodanno.Ma quando arriva la Befana?
Aggiungerei perle sparse di inutile (come è giusto che sia) quotidianità extranatalizia, ma ve le risparmio.

Aggiungo invece frasi sconesse sparse e dismesse scappate qui è lì in questi giorni e che non so perchè ho intesta:

-Mi piace Filippo Timi peccato che lo debba odiare, è nel contratto…

-Il problema non è la sbornia ma trascinare a peso morto l’ubriaco-beato fino alla sua porta.

-Vi odio
-Anche noi
- Lo so, è per questo che esco con voi per non avere responsabilità

-Cazzo è morto Pinter

-Voglio fare il domatore di tigri al Circ Du Soleil
-…non hanno animali…
-Allora domo le ballerine!

-Il problema non è non fare un cazzo, ma assolutamente non fare un altro stage.

-Ti ricordi? L’abbiamo odiata ferocemente, ma per che cosa?
-Non me lo ricordo, ma mi ricordo che l’abbiamo odiata troppo
-Vabè ci ritornerà in mente, intanto l’importante è tenere a mente che l’abbiamo odiata.

-Scrivi sull’agenda che sei impegnata dal 20 al 27 giugno
-Ma non ho ancora l’agenda del 2009…pessimismo e fastidio…

-Sai quale è il dramma? È che io non sono una fotografa e tu non sei una illustratrice. Siamo due visionarie
-...um…siamo fottute…

- Chi se ne frega tanto a me hanno regalato i biscottini fatti a mano. Quelle belle cose dal cuore che non si usano più
- Il tuo non è cuore...è stomaco...

IN CUFFIA: Canzone Per Natale, Morgan

giovedì, novembre 27, 2008

Nel ventre della balena

photo by Raymon Depardon
Lo sai che c’è?
E’ tutto qui.
Finché non tocca a me
Abbiamo imparato a scansarci e il mondo giù a fracassarsi ad un palmo dai nostri piedi. Per tempo. E nel tempo è stata appena polvere
Ma il peso delle macerie sta facendo scricchiolare il pavimento.
E adesso sai che c’è?
Sai che c’è sotto?
E’ la paura di andare giù e peggio ancora di trovarsi insieme nello stesso buio.

Si dice “cane non mangia cane”
Lo sai che si dice?
Che nessuno ha nulla da dire e per questo c’è così tanto rumore.

Che nessuno ha il coraggio di abbassare la voce e trovarsi di fronte a quei fruscii di fondo .
Lo sai che c’è? Che magari stiamo gridando aiuto sopra la soluzione.

In lettura: Shooting an elephant, G. Orwel

sabato, novembre 22, 2008

it is only me

Da una parte i fogli con gli studi della struttura ossea, dall’altra tratti leggeri di china e i riempimenti in acquarello per un copertina un po’ pop-berlinese, in mente gli ultimi ritocchi per i costumi da discutere con Tomek by Skype che fa tanto figo e moderno ma a me mette solo una fottuta nostalgia.

Le dita incrociate per la sitcom di Marzo e quei quindici giorni di lavoro sul set con G. e R. che mi sembrano un miraggio.
La curiosità matta di vedere “ la prima donna” disegnata da R.
L’impegno tutto chiuso nelle pagine di una moleschine che strabocca di idee strane raccolte per strada e da mettere in piedi ora con la testa sulle spalle e gli occhi ben fissi sull’obbiettivo. I piani loschi fatti con C. e la promessa di “spaccare il culo a tutti”.

La voglia di avere il prima possibile tra le mani il video di L. e il libro di S.
Una casa editrice rimasta appesa in attesa di essere “stirata”

Volontari che vanno e che vengono, i kenioti che parlano un inglese assurdo, M che molla tutto e torna in Olanda.

Lunedì mattina chiamerò fino alla nausea in Svezia e Germania e spero di mettere un punto.


Sono confusa eppure non ho tempo per innamorarmi, così scappo.

E’ la paura del buio.

La paura di se stessi è come la paura del buio.
Da “grande”

Il bui non si capisce e spaventa. Finché gli occhi non si abituano.
Di noi stessi abbiamo spesso paura finché non ci abituiamo alla nostra strana umanità.
Conoscenza per conoscenza ci mettiamo a nostro agio e ci prendiamo il gusto di scoprirci con un’emozione e una pazienza da primo appuntamento.
Ho smesso di avere paura del buio a 7 anni
Ho iniziato a smettere di avere paura di me stessa circa 7 mesi fa.

Ho anche fatto pace con il mio nome.


E adesso BARBARA va a finire di scarabocchiare i suoi fogli perché domani consegnerà tutto perfettamente finito anche se con le occhiaie fin sotto al naso.

domenica, novembre 09, 2008

I am waiting for....



Lascia che le cose vengano.
Non cercare le domande, fermati e aspetta.

Non pensare che i momenti vuoti siano un dubbio a cui trovare per forza una risposta.
Respira.
Scrivi senza pensare alla grammatica, ignora la punteggiatura.
Meglio ancora: solo respira.
Guarda tutto l’apparentemente scontato che è talmente “pulito” da sembrare irreale.
Per tutto il tempo in cui non te ne sei mai accorto.

Lascia andare .

Lasciati andare.

PAUSA

Non aspettarti sempre qualcosa.

Altrimenti rischi di non vedere le cose che aspettano te.

In cuffia: Elvis Perkins

giovedì, ottobre 30, 2008

scoppio ritardato

Vergogna


La vergogna è un metro di paragone tra se stessi e i propri errori. Non per nulla ci si può vergognare anche da soli, senza che gli altri ci puntino apertamente il dito su un qualunque fallimento. L’intenzione o il rispetto delle regole non ci salva dalla vergogna .


Per arrivare alla vergogna si deve avere la coscienza di riconoscere o un fallimento o un forte fraintendimento che neghi la nostra stessa azione per come noi la intendevamo.


La vergogna si minaccia, si accusa, ma soprattutto si ammassa sullo stomaco quando non sai più dove alzare gli occhi.


Ci si vergogna per se stessi, ma anche empaticamente e con un’impotenza lancinante per gli altri.
C’è poi chi nella vita non si vergogna mai non perché non gliene sia regalata l’occasiona ma perché non riconosce la prospettiva dell’errore.


Si incontra spesso anche chi fa di tutto per far vergognare gli altri e sentirsi invincibile nel giudicare.


Con tutto ciò forse qualcuno penserà che stia rimuginando su quello che è successo oggi a Roma, in Italia, in una situazione portata alla saturazione.


NO


Io sto pensando a quello che di soppiatto e con so quanta dovuta vergogna è accaduto ad Agosto. Hanno approvato una spietata finanziare quando tutti erano ancora rincoglioniti dal sole e dagli aperitivi delle vacanze.


Tutti hanno aspettato..aspettato…aspettato…


TUTTI


Perché l’Italia è un paese che si mette in gioco solo con participi passati o passati remoti, mangia e rode il tempo presente, ignora completamente la prospettiva di un Futuro.


Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate isteriche nude... (da Urlo, Allen Ginsberg)

lunedì, ottobre 20, 2008

Budapest, grazie a lakartinassy

(lakartinassy by Chiarartica)



Con tutto il sonno da una settimana di non-sonno arrivare a Budapest in piena notte è spiazzante.
La mattina ritrovando per le vie lo stesso puzzo di sottofondo di Roma ti senti meno persa e mentre cerchi dove comprare una qualunque cartina per riuscire ad orientarti finisci per mercati e ignori totalmente monumenti e affini.

Così il primo giorno dopo essere state mezz’ora davanti ad un negozio di cappelli (chiuso) ci siamo rotolate lentamente, causa troppe distrazioni, fino al Parlamento.
Fatta la scontata foto per mamma finiamo a zizagare qui e là fino a finire in una manifestazione non ben identificata fatta do pensionati nostalgici in bandiera rossa e giovani in tenuta da Che.
E’ stato lì, nella svogliata osservazione di tutto quel meraviglioso baraccone in miniatura (che non capivamo) che abbiamo avuto l’illuminazione: la nostra settimana a Budapest avrebbe ignorato totalmente la guida e tutto il suo contorno di itinerari e ristoranti.
La vacanza non va eseguita ma “seguita”. Vai dove vuoi e non ti stressare, altrimenti ti pentirai sempre per quello che non hai saputo vedere.

Quindi di Budapest vi confermo tutto quello che si dice in giro. Vi aggiungo l’odore di piscio di gatto nelle strade senza distinzione di quartiere e stagione (hanno detto) e i sottoscala pieni di negozietti di dischi metal e robaccia varia. Libri usati, vestiti di seconda mano, cappelli improbabili e troppi negozi di fotografia, tutti chiusi per le 17:00 e tutti in migrazione verso la periferia. Il centro è tutto un cantiere dopo gli acquisti sfrenati di troppi stranieri negli ultimi anni. Mentre la collina viene trasformata in una grande parco posticcio i musei di arte contemporanea e i centri commerciali si alternano nelle periferie lungo le linee della metropolitana e nel centro i pub vanno scovati nei sottoscala o nelle viuzze più scure.
Il nostro ostello, in pieno ghetto e a due passi dall’accademia di musica, ci ha regalato una un bel contorno di normalità.
Abbiamo godute pigrissime di una minuscola festa di quartiere con tanto di complesso jazz ucraino (suppongo dall’accento) che abbiamo però abbandonato a se stesso dopo che è approdato a “tu voi fa l’americano” .
Non ce ne vogliano i nostri ostellari se abbiamo preferito ai pub consigliatoci da loro un piccolissimo covo di gente bizzarra che ci ha fatto innamorare e vagamente ubriacare nonostante il pare apprezzatissimo (?) pane e cipolla.
E’ stato bello scoprire che a Budapest c’è una bella gioventù e meno italiani in giro di quanti me ne immaginassi (o forse semplicemente non è la loro stagione)

Mi sento di consigliarvi se mai capiterete lì:
- Abbiate il coraggio di camminare perché la cosa più bella è andare in giro a piedi
- Sfuggite i locali di via Andrassy
- Prendete il castello come una passeggiata e nulla più
- L’isola Margherita è piena di sportivi, bambini e coppiette che potrebbero sconvolgere i più pigri. Consigliata ai ciclisti oppure a chi ci transita in pausa digestiva.
- Visitate i mercatini delle pulci e i negozi di fotografia
- Prendeti la voglia di entrare nei cortili dei palazzi, con discrezione si intende, e con una sciarpa visto che non si sa come la temperatura scende all'improvviso di un paio di gradi...
- Preparativi a pagare l’acqua più della birra, ma sappiate almeno che quella dei rubinetti è potabile.
- Si cena presto…
- I dolci sono favolosi e burrosissimi, e d’inverno devono essere rigeneranti
- Altre alle ragazze io metterei in evidenza il fatto che anche i ragazzi non sono per niente male (di sicuro più cavalieri)
- Visitate se potete “la casa del terrore”

E su questo ultimo punto vorrei aggiungere che forse noi ci pensiamo poco ma per paesi come l’Ungheria la guerra non è finita con la sconfitta dei nazisti, e solo cambiata la mano che disegnava paura. La paura è rimasta la stessa. Noi ci pensiamo sempre poco. Per questo credo che questo museo sia più che consigliabile per qualsiasi occidentale.

Passo e chiudo

Buonanotte dallo “Stecco Del Tetris” ( E quando C. mi ha definito così non era certo sotto effetto della birra…)

martedì, settembre 30, 2008

Senza mani



La gente ruba i cestini delle biciclette.
Anche quelli brutti e un poco storti, quelli che di solito quando lasci la bici al palo per un paio di ore li usano come pattumiere.
E’ che la buona fede mi ha lasciato in fallo. Non avevo mai pensato ad ancorare il cestino alla bicicletta finché mi sono ritrovata con una sacca piena di libri e una busta di pane e di latte a guardare la mia due ruote come un fumetto. Era evidente che senza il mio scassatissimo cestino sarei potuta arrivare a casa solo se fossi stata un giocoliere.
Non ho fatto un frizzo. Uno che deve fare? Una rogna che si è risolta con una passeggiata.
Non ero incazzata, ero dubbiosa. Perché?
L’uomo è strano, fa cose spesso non tanto inutili quanto stupidamente fastidiose.

Fortuna che il cielo era azzurro, uno di quei bei cieli che d’autunno sembrano fatti di zucchero. E su quello zucchero pattinavano i pochi aerei del finesettimana. Anche quelli dell’Alitalia. Che a voler essere razionali non c’è più. L’Alitalia credo non ci sia più da ormai 20 anni. E’ rimasto solo il loghino, gli orribili panini di gomma che caricano all’aeroporto di Fiumicino, le divise tiratissime delle hostess e le salviette.
Ah! Importante: è rimasto il nome.
Poi forse ci sarebbe da dire che è rimasta italiana. Che sembrava essere una delle cose più importanti almeno fino ad un paio di mesi fa. Alcuni signori tirati in cerca di voti ne avevano fatto una crociata morale, peccato che la morale questi signori non la possono fare a nessuno. Soprattutto a quelli che per terra e per cielo, tra i bagagli o nelle divisine verdi ci campano di quell’Alitalia che è “cosa nostra” e rogna comune.
L’Alitalia, fuori dalle logiche del mercato ormai da una vita, non si è smentita mai nemmeno nel suo ennesimo fallimento. Anche nella sua svendita non c’è stata concorrenza.
L’Alitalia è scivola come è scivolata l’Italia. L’immobilità che consuma le possibilità. Siamo come al solito fedeli a noi stesso, e nel crederci infallibilmente furbi finiamo scalzi con l’inverno alle porte.
La furbizia, o meglio spesso l’assoluta brutta abitudine di essere così arroganti da proporsi per impegni per cui non si è in grado, sta scolorando il nostro paese. Cos’è rimasto dell’Italia ora? E perché stiamo sempre e solo a parlare di quello che siamo stati e non siamo in grado di trovare niente per cui dire “saremo”?
Eppure nessuno dice nulla.
E’ che è cosa vecchia. I nostri sono vizi vecchi e longevi come la nostra forza dirigenziale.


Non sono abbastanza vecchia, non ho abbastanza soldi e incompetenza per dire altro.
Ci vogliono precisi requisiti per entrare in scena nel nostro paese.

Ricomprerò un cestino di seconda mano e stavolta lo assicurerò alla bicicletta. Del resto credo che certi istinti nell’uomo siano comunque secondari.
E come da una settima mi fa notare un mio amico da un po’ sono schifosamente ottimista (e vi giuro che non pippo…)
La spiegazione che gli ho dato senza nemmeno pensarci è stata: una che tende a svenire ogni tre per due non può permettersi di non aver fiducia negli altri. Io ci devo sperare che ci sarà qualcuno che mi impedirà di sfasciarmi la testa.

E’ anche vero però che io su come evitare il trauma cranico ci lavoro anche da una vita…perché sperare soltanto che ti dica sempre culo di certo non risolve nulla.

In viosione: Il fascino discreto della borghesia , L. Bunuel.

giovedì, settembre 18, 2008

Dettagli



Le piccole cose che compongono i giorni mi fanno venire in mente i tarocchi. Mi si affaccia sotto gli occhi Calvino con il suo “il castello dei destini incrociati” e la prima volta che ho pensato che le parole potessero essere un muto filo colorato da tessere in silenzio.

Il dettaglio di un attimo riflesso negli occhi di un altro è un graffio di un’altra storia. E’ la stessa cosa, ma è tutto diverso. Le piccole cose quotidiane si riempiono di noi.

Piccoli tasselli

E’ morto Wright Waters e ho raccolto da una scatola sotto il letto la cassetta di “The Wall”. La prima cassetta che ho comprato a circa 10 anni.
Per me.
E’ stata la mia prima forma di consapevole autoaffermazione e da lì in poi ho dovuto sempre un poco combattere.
Appena da bambina capisci che per avere una qualunque voce in capitolo nella tua vita ti tocca anche prendere gli schiaffi è tutto un susseguirsi di “battaglie”.
Quando si finisce significa che si è arrivati, ma non si può mai arrivare veramente, non ho mai sentito nessuno che avesse avuto la coscienza di scrivere FINE alla sua ricerca.

Questi ultimi mesi, o forse questi due ultimi anni, sono stati un movimento intenso. Ho recuperato un sacco di cose che rischiavano di diventare rimpianti. Ho lavorato per non lasciare indietro una scia di “se”.

Tutto questo tempo si è legato ai quello degli altri e ha lasciato e preso tanto negli spicchi delle giornate di tutte le altre persone con cui ho incrociato i miei fili.
I “miei” fili come le certe di Calvino sono solo un piccolo nodo nel ricamo.
Sono stupefatta dalla fortuna che mi ha fatto annodare la mia storia a quelle di persone tanto “piene”. Nella media degli incontri e dei legami ho avuto una fortuna sfacciata e persino i nodi che si sono spezzati hanno sciolto molti dei miei dubbi, anche se a volte in maniera brutale.

Mi sento un poco più libera e mi trovo a scrivere tranci di tutto quello che è passato. Di tutti quelli che sono passati, di chi ancora sosta, di chi mi aspetta. Non sto tirando i conti di nulla, mi sto solo rendendo conto che ho tanto su cui lavorare.

Ho riempito pagine per due giorni di fila.

Voi riempite pagine?
Casseti?
Giornate?
Intimità?

Quanti vuoti temporali e materiali avete colmato con logiche emozionali e paure razionali.

Finché avrò fiato e vita continuerò ad innamorarmi di cose e persone, di storie e invenzioni. Delle idee.
Anche se sono solo dettagli


PS: Seguo il testo di “Carolin Says” di Blu Read che C. mi fa scivolare su msn e credo che non scriverò la lista delle 100 cose che voglio fare nella mia vita (né come qualcuno consiglia le 100 persone che mi voglio fare nella mia vita…)
Con un dito sfilo Prèvert dalla libreria e lo appoggio sul cuscino. Era un regalo di troppo tempo fa e c’è ancora l’angolo piegato e una dedica sulla poesia “Barbara”. Ma stasera lo leggerò dalla fine all’inizio, almeno finché non arriverò al sonno. Dalla fine, da oggi.

domenica, settembre 07, 2008

Comunicazione

Oggi sono senza memoria
Senza ombra

Sono fedele ai miei fuori tempo
Sono costante nelle “paturnie”


Mi duole la mia sempre più evidente mancanza di un qualunque serio “multilinguismo”

In questo viaggio dove va a finire chi ha solo una voce per parlare?

Tra tutte le lingue ufficiali con cui si riproduce la vece dell’Europa che cresce (con uno strano egocentrismo) noi dove dobbiamo andare a parare?

Più ho voglia di “Crescere” più mi sento comunicativamente arretrata….


Fortuna ci sono le matite e gli acquarelli…fortuna…

PS: Ho rpeso uno strano gusto per i Tricot Machine...

mercoledì, settembre 03, 2008

E poi?


L. mi ha scritto di Beirut. Da Damasco mi ha scritto del Libano che le è scivolato appena accennato sotto gli occhi in un viaggio di tre giorni. Un tuffo segreto, per non preoccupare chi è rimasto di qua. Mi aveva detto che prima di lasciare la Siria voleva vedere il Libano, senza pretese, senza domande. Vedere per vedere.
Di questa voglia mi ha chiesto di tenermi il segreto, almeno finché tornerà a casa e lei stessa mostrerà le foto a sua madre.
Oggi per chat mi ha esploso addosso un susseguirsi di entusiasmo e energia, di voglia di raccontare, di condividere e confrontare.
Ha trovato i carri armati a stringere come una una fede la città. Non c’è dubbio che lì il quotidiano sta in bilico su una manciata di buoni propositi…nemmeno troppo sinceri…
Ma in questo bilico la città ha imparato a trovare il suo baricentro. Le ragazze scivolano tra le vie dei negozi più costosi con i capelli in piega e le magliette scollate. La musica impregna le strade e il Ramadan è un contorno di festa le cui regole sono più morbide e lasciate alla coscienza del singolo.
Ha descritto gli edifici nuovi diroccati dal sali e scendi degli eventi negli ultimi 20 anni e i vecchi monumenti ricostruiti in un falso un poco triste. Ha raccontato dei profumi e delle sete. Del traffico terrificante. Dei ragazzi che si accompagnano in gruppo nei club.
Mi ha lasciato trasparire un paese che non è contro. Non è contro la Siria, semplicemente molto diverso. Un altro paese appunto. Perché la storia che ha unito 200 anni fa si è infilata poi troppo differentemente nelle pieghe tra Damasco e Beirut perché possano ora essere la stessa cosa. Chissà se “chi di competenza” ci si è mai soffermato sopra…

Nemmeno le terre vuote rimangono uguali. Ogni vuoto lo è a suo modo. Immaginiamoci quelle che hanno cullato tanti pensieri.

Non vedo l’ora che L. torni e mi regali una valigia di racconti.

Intanto stamattina mentre mettevo in borsa il vocabolario di polacco da prestare ad una amica in partenza mi è scivolato un foglio con il testo di una canzone e mi è preso uno strappo ai ricordi.

A suo tempo mi ero promessa di tradurla ma è rimasta dimenticata nel vocabolario.
Anche se ormai sono assolutamente in fase “dimentico” e credo che in italiano non renda come deve spero che la prima strofa scivoli bene in questa serata.

Dni których nie znamy
Tyle było dni do utraty sił,
Do utraty tchu tyle było chwil,
Gdy żałujesz tych, z których nie masz nic,
Jedno warto znać, jedno tylko wiedz:
Że, ważne są tylko te dni, których jeszcze nie znamy,
Ważnych jest kilka tych chwil, tych, na które czekamy...

Giorni che non consociamo
Ci sono stati così tanti giorni fino a perdere la forza
Ci sono stati così tanti momenti fino a perdere il respiro
Quando ti trovi a rimpiangere che non vi è più nulla in loro
C’è una solo una cosa che sai, sai solo una cosa:

L’unica cosa importante sono i giorni che ancora non conosciamo
L’unica cosa importante sono quei momenti per cui ancora siamo in attesa…


Marek Grechuta
E poi, e poi , e poi...
Basta la voglia di darsi una possibilità

mercoledì, agosto 27, 2008

Nei tempi delle storie

Josef Koudelka, Czechoslovakia 1968




Tutto quello che facciamo lo mettiamo a confronto e lo giudichiamo su metri di esperienze instabili.
Tutto quello che succede ha avuto dei precedenti famosi, ispiratori, istigatori. Spesso questi precedenti sono talmente affini da non centrare nulla. Basta allargare los guardo.

Le storie che noi uomini scriviamo sono piene di casi particolari scarnati in generalizzazioni/semplificazioni per catalogazioni enciclopediche.

I fatti sono sempre a sé stanti

La natura è sempre una irripetibile routine

Per quello che è successo, che è in scena, e che si proporrà per le piccole e grandi “storie”




In cuffia: Leo Ferrè, Avec le temp




PS: sto infogliata nel francese…disperatamente consapevole di non essere una brava autodidatta…

domenica, agosto 10, 2008

switch on


Basta scendere dall’aereo e riagganciare con il telefonino l’operatore locale che ci si risveglia di colpo.
Sdeng.
Dopo una settimana passata in una specie di dolce sospensione, senza internet e cellulare, arrivata a Fiumicino mi è ripiombato addosso la consapevolezza del “da farsi”.

Le facce rilassate di chi mi ha visto tornare sana e salva da Chisinau ( cosa che ancora non capisco…)

La faccia comunque sorridente di Shashikala.

Shashikala l’ho abbracciata con uno strano senso di colpa per la mia assenza. All’aeroporto in un primo pomeriggio caldissimo, lei arrivava da Torino e io dalla Moldova. Tutte e due con abbastanza notti insonni anche se per diversi motivi.
In quella ragazza indiana magra e alta c’era tutta la paura del non riuscire a tornare in tempo e contemporaneamente del dover tornare.
Io afflitta da un sonno del tutto egoistico mi sono sentita una strana scimmia senza una buona coscienza di fronte alla forza con cui lei ha affrontato la sfortuna che le è caduta addosso negli ultimi 7 giorni. Mi viene con rabbia da dire la sfortuna che l’ha aspettata per strada l’ennesima volta.

Alle 4 di notte, nell’attesa di imbarcarsi per Bangalore , mentre la stringevo augurandole tutta la fortuna in cui voglio credere, mi sono sentita un attimo scivolare:

“Voglio tornare in Italia”

E sono proprio scivolata, in tutti i dubbi che mi si sono sommati nel resto della prima mattina. Uniti a quelli del ragazzo Moldavo incontrato sul volo Vienna-Chisinau che ci guardava incredulo e provava un distacco quasi di vergogna per il suo paese.

E con tutto quello che ci sarebbe da scrivere non ha senso infilarsici adesso in mezzo a tutto questo caldo.

In cuffia: If it be your will . Leonard Choen


PS: Tra le cose leggere che voglio ricordare di questi 7 giorni di seminario in Moldova metto senz’altro una delle frasi che ho trovato attaccata alla mia porta: You SO MUCH improved my opinion about Italians. Thank you.
Infondo penso che allora ce la possiamo fare…
Stasera cercherò di catturare l'alone di qualche stella cadente e di lebarare qualche desiderio.
Buona notte di San Lorenzo a tutti.

venerdì, luglio 25, 2008

Prima della pigrizia di Agosto



Vagamente dolorante, scossa nel mal di testa e stralunata nella stanchezza. Integratori e intrugli, per un malessere che mi lascia sfinita ma serena.
Ecco come aspetto il mio ultimo fine settimana di Luglio, prima di imbarcarmi per la Moldavia e in attesa di realizzare palazzi di cartone e fumo di tulle per una bella sorpresa che se tutto va bene prenderà forma definitiva appena in Ottobre.

Intanto però causa “fracicume” sto qui invece che a teatro, non sono riuscita a incontrare un paio di amici venuti da abbastanza lontano per meritarsi una cena e una passeggiata sotto le stelle con tutta la mia attenzione, non riuscirò domani ad aggiustare il frak di Sara e vederla davanti ad una telecamera, non ce la farò a fare gli auguri a Ru, non ce la farò a saltellare per Garbatella a fare foto.
Sembra la pubblicità di un antinfluenzale invece non è che la mia delusione per il primo fine settimana tutto per me dopo invasioni Austro/tedesche, esami e altri via vai…che è finito a sonnecchiare sul divano senza forza…

Mi dispiace, e fino a poco tempo fa non lo avrei mai pensato, aver saltato l’ultimo giorno in piscina.
Ho preso uno strano gusto a nuotare in quel bluastro sbiadito. Nonostante l’odore di varechina e la luce che ti fa sembrare tutti quelli che ti stanno introno di plastica.

Ogni vasca mi “sciacqua” dai diversi dubbi che mi fabbrico durante la giornata. Anticipo l’esame di coscienza che si fa di solito prima di dormire, e alleggerisco i miei sogni


I pensieri scivolano via con l’acqua lungo la curva della vita, seguendo le linee disegnate dalle gambe.
Il ritmo dei dubbi è dato dalle bracciate che scompaiano davanti al naso
Liquido di movimento e di pensieri.
E’ altro.

Stasera è andata così.

E si finì a parlare di cibo e sesso su MSN


In lettura: Pierrot amico mio, Raymond Queneau (e già è tutto un progetto...)

lunedì, luglio 21, 2008

Di fronte. Non conforme

La bottiglia è una trappola.
Anche se è di vetro impastato di stelle
Anche se dentro c’è un cielo di liquido turchese.
I cieli si svuotano nella sete di felicità di alcolisti insospettabili.
Non ci sono fughe e salvezze.
E’ colpa della bottiglia.


C’è sempre qualcuno che ha la grazia feroce di svegliarci e di farci rompere la bottiglia.

Non è per sete che si tengono strette certe bottiglie tra le mani, ma per una comoda insicurezza.
Dovremmo incrinare il vetro e non accontentarci di bere ciechi quello in cui potremmo immergere tutti i nostri sensi.




-Si può rimanere fedeli a qualcosa con tutto il bene che non potrà mai essere amore?
- No


FINE

sabato, luglio 12, 2008

Dove?


Nel parlare di Argentina a onor del vero devo ricordarmi anche della voce di Jonas, dalla Cordoba studentesca e un poco cazzona di questo piccolo e leggero esploratore.
La prima volta che l’ho visto mi ricordo che svolazzava annoiato ma mortalmente curioso a spargere l’influenza in un seminario a Torun. Il primo ricordo che io e Asia conserviamo di lui è un viaggio di ritorno allucinante con 40° di febbre e 7 ore complessive di treno in cui non facevamo che maledirlo come il più infimo untore.
Ma poi è venuta la sua intelligenza tagliente e la sua indolenza tutt’altro che tedesca, un filo di opportunismo talmente sincero da essere affascinate e una sfacciataggine controllata e discreta.
La curiosità.
In pace con se stesso ma senza pace apparente nella sua fame di mondo, adesso scrive dell’Argentina da un blog su cui vi consiglio di capitare e non è chiaro se, come e perchè tornerà mai a Berlino.
La Berlino di cui gli chiedevo sempre più in uso e funzione della “Universitat der kunste Berlin” in cui Nick mi aveva già trovato corsi, professori e mense studentesche.
Lui aveva fatto tutto senza tenere conto del mio pessimo inglese, del mio portafogli e dei miei affetti. Principalmente della mia confusione del periodo a cui nemmeno una borsa di studio avrebbe dato una risposta esauriente.

Berlino non c’è più nei miei attuali programmi che sono diventati magari meno gloriosi ma più concreti, visto che si deve progettare una scala molto solida per riuscire a staccare le stelle di cui si sogna.

Ma a Nick devo comunque quello schiaffo disinteressato che mi ha fatto aprire le mani per afferrare quella maledetta insofferenza che mi stava affondando nello stomaco.


Appena arrivata in Polonia, quando ancora evitavo di dire che venivo da Roma ma parlavo solo di Ostia perchè le persone non mi si accostassero per convenienza lui mi ha stupito raccontandomi del lungomare, della ferrovia Roma-Lido e delle vecchie ville mangiate dal sale. A 31 anni saltava per i posti più strani con un accento British perfetto, eredità di una nonna di Bristol che era venuta a NY per amore e per noia, grazie al quale insegnava nelle più svariate scuole di lingua mentre esplorava, rovistava e assorbiva.
Curioso inaffidabile e non troppo affabile. Compariva e scompariva senza avvisare e i messaggi ti conveniva lasciarglieli a voce al barman piuttosto che usare il cellulare. Ancora non sapevo la necessità che si nascondeva dietro il suo continuo spostarsi.
Poi capì che tutto il suo girare era il gusto del suo lavoro, della sua creatività assolutamente singolare. In ogni cosa trovava una domanda e un gusto a cui dare vita, da quando aveva 13 anni e non si era più riuscito a fermare.
La prima volta che mi parò davanti un suo lavoro, una intera parete dipinta che pareva rovesciarmisi addosso, mi tremarono gli occhi.
Avevo capito tutto il suo talento e presto scoprii che quello scricciolo Newyorkese non era (e sarà) solo un hasshole ma anche un artista. Faceva mostre e collezionava premi, e quando spariva era perchè lo chiamavano non si sa dove per esposizioni temporanee e interviste, e non come pensavamo noi dietro a qualche donna o preso in qualche affare losco.

Aveva il gusto di attaccarmi e stuzzicarmi, perso in una sua battaglia personale. Mosso non da affetto credo, ma dalla curiosità per quello che secondo lui poteva tirare fuori.
Mi ha fatto scorticare il viso su quel muro che mi ero costruita in anni di dubbi per non vedere che la strada che mi ero ostinata a trascurare era troppo forte per essere ingoiata dalle erbacce.
Lo ha fatto con motivazioni talmente valide e assolutamente logiche e concrete che non potevo che vergognarmi in ogni ribattuta.
E poi alla fine fu quella meno logica che mi convinse, perchè detta da una persona che sapevo non mi lusingava per amicizia e consideravo assolutamente disinteressata e obbiettiva.

“Credo dovresti farlo semplicemente perché hai talento”

Era infondo la paura che mi aveva logorata per anni, il non essere in grado. Il non saper prendere coscienza di cosa potevo e non potevo fare.
E mentre mi ripeteva che il sapere si costruisce ma il “poter far qualcosa” assolutamente no, già Nick iniziava ad abbassare la guardia e a sentirsi più sicuro.
Solo alla fine mi è venuto il dubbio che forse, per qualche oscuro motivo, ava tenuto più lui a me di quanto io avessi mai saputo fare per me stessa in quei mesi.
Non era amicizia o affetto, era stima.
Tutto quell’accanimento era un rispetto che forse infondo non mi sono meritata.

Improvvisamente partì per la Turchia 10 giorni prima del mio rientro in Italia. Ci invitò una sera tutti per una festa a casa sua e lì fu l’ultima volta che lo vidi.

Privo di una contatto telefonico stabile
Contro msn e facebook
Annoiato da blog e simili
Non rimane che la posta elettronica di cui periodicamente cambia l’indirizzo privato

Mi arrivano a tratti e-mail dove mi parla di tutto e non mi specifica mai dove è. Quando allega le foto posso cercare di indovinare il luogo dalle scritte e dai costumi delle presone, dall’architettura e dai colori delle strade.
Parla come se stesse scrivendo per se, in un inglese troppo ricercato che mi costringe a usare il dizionario come una pazza.
Non risponde quasi mai alle mie domande ma mi fa parte di tutte le sue teorie senza mai pensare che potrei essere in disaccordo.

Mi arrivò un giorno una cartolina da Hong Kong, indirizzata a Barbara Rossochina. Si era dimenticato il mio cognome (o più semplicemente non lo ha mai veramente saputo) e così aveva ripiegato sul nickname.
La cartolina è comunque arrivata, forse perché ormai la mia postina sa che le cose/persone strane arrivano solo da me…ma quell’uomo ha come sempre una fortuna sfacciata…


Un giorni mi piacerebbe che altrettanto per caso si imbattesse in “qualcosa di mio” , che lo sapesse riconoscere e che ne fosse fiero. Per tutto l’impegno che mi ha tirato fuori.

Chissà ora dove sta

NICK…WHERE ARE YOU…?

PS: dovrei studiare per l’esame di inglese…ma grazie alle e-mail assurde che sono costretta a decifrare da parte di Nick...sento che lo superò comunque, quindi mi godo il fresco della sera e se ho fortuna scivolo sul lungotevere senza troppi pensieri.

giovedì, luglio 03, 2008

Wake up


Lui sa suonare l’armonica.
Nella banalità della cosa è infondo la prima volta che conosco qualcuno che la sappia suonare seriamente.
Affacciato sui navigli fa scioglie una musica infantile e filza il ricordo dell’Argentina.
E’ per quel quarto di sangue italiano, che la famiglia ha saputo riscattare all’ambasciata, che è arrivato in Europa.
La Germania in principio, in cui si è confuso perfettamente biondo tra i biondi. Chiaro e sottile ma con un accento troppo dolce ed una laurea che equivaleva ad uno scherzo cattivo.
Ha alzato le braccia e si è infilato una tuta da meccanico, mentre un anno passava e il suo accento si induriva.
Mentre il tempo passava e si ripeteva che la fortuna era tutta in quella fuga, che gli aveva dato una vita “dignitosa” e un amore con i capelli lisci e neri.
Lei viene dal Brasile e ha origine tedesche talmente sfocate che non sono bastate per un passaporto. La sua tenacia le ha fatto vincere una borsa di studio e un visto.
Per nove mesi, finché i genitori le hanno detto dall’altro capo di un telefono, dall’altra parte del mare: “Se puoi non tornare”. Con tutta la nostalgia che non li avrebbe più abbandonati.
Lei mi racconta che i genitori di Lui avevano un negozio di caccia e pesca, una bella casa e andavano in vacanza in campagna. Poi l’economia è impazzita. Da un giorno all’altro per un dollaro ci volevano tre pesos. Di colpo si sono trovati il negozio pieno di oggetti costosissimi e fuori persone che non riuscivano più nemmeno a comprare il pane. Ben presto nemmeno loro avrebbero avuto più carne sulla loro tavola.
Gli si è parato davanti lo spettro delle favelas e la paura che fa quello strano sistema per cui non c’è mezza misura. O ricco o povero, niente chiaroscuri di dignità. Così si sono aggrappati a quei lontani legami con l’Italia.
Ma lui parlava tedesco e di studiare l’italiano non aveva tempo, così è finito a Berlino. Ora l’italiano glielo insegna Lei, che dopo il matrimonio lavora a Bolzano e aspetta che lui riprenda i sui studi a Milano.

Lui dice: Se lasci un posto senza avere il coraggio di prendere di petto i problemi, non puoi sperare di trovare di meglio. Se ci sono posti migliori è solo perché qualcuno non è scappato ma ha affrontato tutto.

Entrambi ridono, un poco amaro, indifesi, colpiti.
E’ tutto giusto, è tutto perfetto nelle parole . Ma il prezzo?

Ora sono felici.

Lei mi racconta della prima volta che ha visto al mercato i frutti di bosco. Lei si perde nel descrivermi l’odore dei mercati di San Paolo.


Non è per restare in casa che costruiamo una casa
Non è per restare nell’amore che amiamo
E non moriamo per morire
Abbiamo sete
E pazienze di animali

Juan Gelman


Ho iniziato a guardarmi intorno tenendo a mente la conversazione che avuto con Lui e con Lei. Mi sono messa ad ascoltare il paese che mi si sta sbattendo intorno.
Ho avuto un brivido.

Sono pensierosa.



PS: mentre l'aria condizionata mi uccideva dolcemente mi è arrivata la notizia della liberazione di Ingrid Betancourt. Sono contenta, aspetto di sentire parlare questa donna mentre mi auguro che molti altri abbiano il buon gusto di stare zitti

lunedì, giugno 30, 2008

Quando il caldo non ti fa dormire (sospensione dell'attività di pensiero logico)

Ho caldo.


Boccheggio come un pesce lasciato nel retino mentre si sta cambiano l’acqua della boccia.
Appiccico.
Mi appiccico alle lenzuola.
Dopo la doccia con un bagno schiuma improbabile mi sento come un “fior di fragola” che si sta squagliando piano.
Sto impiastricciando i miei pensieri di sciroppo alla fragola.

Quando ero piccola, tra gli anni ‘80 e ‘90, la mia estate iniziava e finiva senza scampo con i “fior di fragola” e le granite all’amarena. C’erano poi nel mezzo di agosto le coppette fragola e limone che erano il marchio di fabbrica della merenda a casa di nonna. Lasciamo andare gli infiniti ghiaccioli dai colori radioattivi che ci siamo “ciucciati” prima che arrivasse finalmente il Liuk con la sua schifosissima stecca di liquirizia per concentrarci sul numero abnorme di cornetti algida che ci hanno fatti diventare in parte gli adulti che siamo.


Ho caldo.

E ora mi ricordo di aver sempre trovato patetiche le battute scritte sul biscotto del cuccioline.

Ammetto di aver capito che qualcosa stava cambiando nel mondo dei gelati confezionati quando è arrivata la “viennetta” e chiudere il pranzo della domenica.
Ho iniziato a sentirmi persa…

Adesso mangio solo coni artigianali.


Per questo nonostante tutto ora andrò in cucina e mi farò un bicchiere di chinotto ignorando i magnum nel freezer.Fossero stati almeno cremini…

venerdì, giugno 20, 2008

Quando devi, puoi (solo se vuoi)



Sei uno spessore di inquietudini
dell’anima cucita di sedimenti
e inganni delle universali abitudini
infradiciato dall’isteria dei sentimenti



E’ fine Giugno e le persone si squagliano in infantili “disastri”. Tenere e lente.
Quando il caso ti regala due volte la stessa possibilità, se nello scontro precedente ci si è ritirati con rimpianto e dubbio si ha il dovere, verso se stessi, di fare ora il meglio di cui si è capaci.

Per tutti gli amici che in questo periodo sono alle prese con la “coerenza” e con le tentazioni.

NEVER GIVE UP!!!

Si ringrazia Valerio Mastrandea nei panni di Lupin e la crostata alla ricotta. Si ricorda a chi di dovere che “sta gente basta che gli metti un pass al collo e diventa un gremlins”.
Si perseguono piani “loschi” anzi meglio “loschissimi” (chi deve capire ha capito) per arrivare prima al “Gruista” poi….si vedrà…sempre grazie a Jannaci.
Si ringrazia chi in ufficio mi prende così come sono…con tanto di “post-it porta arcobaleno sulle finestre”
Ci si scusa per aver dato buca alla sfilata di ieri ma il dovere mi ha legato alla vicenda meridionale riassunta in un simpaticissimo libro di 340 pagine da masticare decentemente per mercoledì…avrei preferito sfilare con tanto di cotonatura ve lo giuro...
Si ricorda a tutti di tenere duro e si rammenta che a breve inizieranno le serate sulla spiaggia, che arrivano già e-mail incoraggianti e da gente ovviamente improbabile. Lo trovo bellissimo
Per qualunque cosa fatevi vivi voi che non ho un centesimo sul telefonino.
Finalmente è arrivato il caldo e c’è più gusto a mangiare il melone.
Il caldo mi ha smosso e sto iniziando a mettere in carta le mie allucinazioni per la scuola di illustrazione.
Aspetto Agosto per vedere le lucciole…

giovedì, giugno 12, 2008

Con dolcezza...

Per troppa stanchezza e motivazioni sparse, esiti di una conversazione in chat:


C : io manderei un vaffanculo a chi si accontenta di passare le giornate a mettersi lo smalto (o a guardare gente che si mette lo smalto) e pretende che tutto il resto del mondo si accontenti di questo
B: fanculo a Bush, che fa deviare gli autobus, che rompe le palle, che tanto lui che ne sa del traffico di Roma
C: fanculo a chi è riuscito a convincere la maggior parte della gente che avere un talento al giorno d'oggi sia un ostacolo anzichè un vantaggio
B: fanculo a chi pensa che quelli fighi sono quelli con i soldi e non quelli con le idee
C: fanculo al bus 3 che la mattina è pieno di gente e di gente che si carica i passeggini anche se lo sa che il bus 3 la mattina è pieno di gente
B: fanculo a chi ha un garage...e non me lo presta
C: fanculo a chi ha un garage e lo presta ai topi
B: fanculo a chi si accontenta di ingoiare aria senza sentirne il sapore
C:vaffanculo a coloro che amano farsi rincorrere...che se non avessero nessuno dietro starebbero sempre fermi
B: fanculo a chi crede che sarai sempre pronta a corrergli dietro. Si accorgessero almeno che sono stati doppiati
C: fanculo a Jannacci, che ti illude facendoti sperare che un giorno potresti incontrare una persona come lui
B: fanculo alla persona perfetta che non riesci mai ad incontrare
C:fanculo alle persone che incontri e che invece mai avresti voluto incontrare
B: fanculo a chi per competizione ha paura degli altri e non sa apprezzare la curiosità
C: fanculo a chi crede che è la medaglia ciò che conta del primo posto anziché tutta la fatica che hai fatto per arrivarci...fanculo al primo posto
B: fanculo a quelli che si sentono in diritto di assegnare un primo posto
C: fanculo alle gare e alle competizioni, che anzichè ampliare i tuoi orizzonti ti mettono due muri laterali per farti guardare soltanto davanti e alle spalle
B: fanculo a chi non sa che è solo un gioco
C: fanculo alla mediocrità
B: fanculo a chi nella mediocrità ci si consola
C: fanculo a chi ci vuole far credere che l'unica strada sia consolarsi nella mediocrità
B: fanculo alla televisione che ti vende la mediocrità come fosse la soluzione
C: fanculo a rete quattro
B: fanculo al cinema a 7 euro
C: fanculo ai 7 euro, che una volta erano 14000 lire e ci mangiavo 5 pizze margherite
B: fanculo agli euro e alle lire, fanculo ai soldi e all’affitto che non mi posso permettere
C: fanculo alle distanze incolmabili
B: fanculo alle vicinanze difficili
C: fanculo a chi pensa che i rapporti si possano tenere in piedi con l'aria e che "tanto prima o poi ci rivediamo"
B: fanculo ai rapporti a cui non sai che nome dare
C: fanculo ai rapporti di cui ti stufi anche di volergli trovare un nome
B: fanculo a quei nomi che ritornano ossessivi
C: fanculo a quei nomi che prima ti costringono ad essere falsa e che se lo fai ti dicono che sei una stronza e se non lo fai ti additano come strana
B: fanculo a chi ti vuole, ma non sa tenerti
C: fanculo a chi ti vuole ma in realtà vorrebbe sè stesso e non sa come arrivarci
B: fanculo a chi non ha il coraggio di guardarsi
C: fanculo a chi ha paura di conoscersi
B: fanculo a chi vive di riflessi
C: fanculo agli specchi...non è attraverso una superficie che ci si guarda
B: fanculo….è tardi….

C: fanculo a chi pensa che la notte sia fatta per svanire. Di giorno dormiamo e la notte sogniamo
B: fanculo...perchè a volte di giorno non si fa che sbiadire il sogno dall’incanto

domenica, giugno 01, 2008

Good




Jhon De Leo fa suonare la voce per consiglio di un’amica in lotta contro l’estate che avanza.
Stacco l’attenzione, chiudo il libro e cedo alle tentazioni.
So quello che devo fare, ma so benissimo anche quello che potrei fare.
La voglia e il dovere.

Invece di studiare mi sono trovata a pensare. Che non è la stessa cosa. Non memorizzare ma tessere. Ogni riga ci si vede dentro un mondo, un collegamento ideale con congetture vive. La cosa è di per se bellissima ma porta inevitabilmente lontano dal tracciato.

Ho trovato tra le righe di un serio filosofo tedesco un punto di appoggio per un’inutile pensiero sulle corrispondenze sentimentali.
Il rapporto tra il mittente e l’oggetto del desiderio in un unico strano monologo, risultato di un amore che si costruisce intorno al solo pensiero dell’altro.
La vita striscia nelle corrispondenze tra amanti con la forma di una giustificazione per avvicinarsi all’altro. Tutto ciò che si fa e si sperimenta ha la necessità di essere diviso e soppesato nell’importanza che si da al proprio desiderio.

Tu mi completi.
Il mondo è di altra sostanza.
Tu sei il mio singolo.
Fuori mi affascinano i plurali.

Ed era sui plurali che mi dovevo concentrare, invece di teorizzare su inutili corrispondenze. Ho perso di vista l’importanza dell’opinione pubblica e ho deciso che oggi non è più aria di studiare.

Forse è proprio colpa di tutta l’aria che ho preso questi giorni.
Più si “respira” più ci si rimette in gioco.
Crescere non significa diventare migliori, semplicemente cambiare. Ci si avvicina di più a quello che si è , sempre più ci si appropria di se stessi ma non è per forza una cosa che ci rende migliori.
Il migliorare è strettamente legato alle tecnica.
Non conosco nessuno che abbia mai trovato una tecnica per vivere, cioè per stare al mondo nel modo più giusto.
L’esperienza ti fa crescere, nel senso di cambiare. Se le cose procedono come devono si arriva ad essere felici. Ma essere felici non significa essere migliori.

Posso essere felice mentre fuori il mondo soffoca, le persone si perdono sotto le macerie delle proprie case, il fango sconquassa interi paesi, gli innamorati si uccidono, gli intellettuali se ne fregano, i politici ci fregano, il mare soffoca e le foreste si polverizzano

Posso essere infelice solo per un buco sentimentale e un attimo di vertigine, mentre tutto il resto mi sorride.

Questo mi spaventa.

Mi chiedo cosa ci faccia essere delle “belle persone”. Non lo so .
Anche se credo che di sicuro dovrebbero essere limpide.

PS: Nonostante le apparenze in questo periodo tutto viaggia bene. Forse è proprio per questo che mi sento strana. C’è un solo colore spuntato nel mio astuccio.

venerdì, maggio 23, 2008

This Time Tomorrow

Scena iniziale del film "Il treno per Darjeeling"

Mi è capitato, tra la pioggia e le nuvole vere e presunte di questi giorni, di guardare fuori con assoluto disincanto.
Per l’incanto di quello che è e per la felicità di rimanerci appiccicata con lo sguardo.
Sul viadotto della Majiana, tra la pioggia che rigava l’immagine del solito bigio sfasciacarrozze azzeccato su una riva cespugliosa e unta del Tevere, su un cavalcavia con un ingorgo che strisciava a singhiozzi è partita “Ma il cielo è sempre più blu” e mi si è sciolta una risata nella gola mentre alzavo il volume dell’i-pod.
Ho fatto 26 anni.
Non so se sia corretto dire che io ho fatto 26 anni. Credo sia più giusto pensare che 26 anni hanno fatto me.
Ho imparato a mediare con il tempo e con la fame di sapere cosa ci sarà dopo. So bene che il dopo non è né un premio né un punizione. E’ una condizione futura che puoi influenzare ma non prevedere. Sperare. Provare.

Provare è una delle cose che ho ormai imparato ad amare.

Provare

Provare con coscienza e convinzione però. Andare allo sbando prevede di credere nella sola possibilità del presente, non lascia l’immaginazione per nessun dopo.
Per quanto coscientemente si provi, e per quanto si studi la strada, il dopo rimane sempre e comunque un’incognita. Può andare oppure no, ma la colpa non sta nell’aver creduto nella possibilità di provare.
Nelle possibilità fallite bisogna riconoscere un poco se stessi, trovarsi anche lì e amarsi. Amarsi nel senso di riconoscere i propri sbagli e accettarli. Tutte le prove hanno un senso, anche quando non lo sappiamo vedere.

Con questo “senso” sto affrontando le cose e ho lasciato scivolare l’ultima coda dei 25. Con questo “senso” penso che mi avvierò per i 26. Spero di dover combattere solo e soltanto con me stessa, mai con i SE

PS: Sto in un calmo periodo esistenzialista...tipico dei post-compleanno

lunedì, maggio 12, 2008

Niente è esatto eppure è

Domai domani domani.
So che non riuscirò a “dormire”prima di domani.
Che ormai è dopodomani.

Oggi sono affascinata
Come le cose evolvono , cambiano, si increspano in un niente.
Stupefacente
Le decisioni di una vita ti arrivano addosso così. Le persone si perdono per mesi oppure anni nel dubbio delle “decisioni” e ci si consumano dentro. Ma forse è solo perché non è il momento giusto.
Ogni cosa ha il suo tempo, e quando ci si arriva nulla è più naturale. Se non ci fosse a forzarci il confronto con gli altri e la paura di essere sempre in ritardo o in anticipo forse le nostre evoluzioni sarebbero meno taglienti e più avvolgenti.

Una mattina ci si sveglia e si sa perfettamente cosa si deve fare. Non te ne frega nulla di come ci sei arrivata e perché, sai che è così e per ora basta. Per ora e poi chissà. Nemmeno sei certa che sarà “facile” ma è troppo naturale per non andare avanti. Si tratta della felicità, e non gli si possono voltare le spalle.

Lottare fino a che ce n’è

Approfittare sempre dei momenti giusti. E’ qui che dobbiamo impegnarci.
Niente torna uguale. Noi non saremo mai uguali.

Ero contenta di andare in bicicletta controvento, sul lungomare di Ostia, con il sole che andava giù e una leggera pelle d’oca sulle braccia. Ero affascinata.

Le idee delle persone mi rapiscono.
Io vengo rapita dai miei giri mentali
Mi distraggo a guardare il volo dei gabbiani
Mi distraggo a pensare al profumo meraviglioso del mare d’inverno.
Rido mentre guardo le mie Converse rosse
Voglio avere la mia “libreria da bagno”
Voglio tinteggiare le pareti di una casa nuova
Penso che il turchese e il rosso sono un abbinamento interessante

Ho deciso poi d’un tratto di cambiare rotta. Tentare

Voglio un buco, una stanza, una cantina dove appoggiare la mia fantasia senza doverle dare una data di scadenza. Ci voglio tirare dentro un paio di persone affamate dello stesso vizio.
Voglio poter disegnare, impastare, incollare e semplicemente fissare una pagina bianca senza nessuna fretta.


Mi serve.



Qualcuno ha un garage da prestarmi?

lunedì, maggio 05, 2008

after all

(si ringrazia Robert per la foto)

Mi sono ubriaca di un Amsterdam in festa.
Amsterdam il 30 di aprile è una specie di formicaio arancione impazzito per l’alcool e sfatto dal disordine.
Dopo le 12:00 lo scopo del gioco è annegare in fiumi di birra e “pisciare” un poco ovunque.
Fatti disfatti e strafatti.

Rifatta io di una tranquillità rigenerante in questa settimana tra canali e biciclette.
I primi due giorni ho girato da sola, beata, svampita, senza meta.
Una macchina fotografica al collo e osservare, guardare, respirare a fondo.
Girare da sola mi piace da matti, mi lascia il tempo di incantarmi sulle cose, di sbirciare le abitudini, di scovare i peggio odori e i più inaspettati profumi. Da sola non ti distrai e lecchi tutti gli impulsi.
E’ così che un ragazzino mi ha convinto a mangiare l’aringa cruda con l’aglio. Così che mi sono trovata ad assaggiare una birra dolcissima che una ragazza tanto bionda e tanto trasparente da sembrare biodegradabile mi ha rifilato in un pub dopo essersi legata le dita nei mie capelli assolutamente ubriaca.
Amsterdam mi è scivolata piacevolmente sotto le dita.

Piacevolmente ho ritrovate degli amici che so il tempo in parte mi strapperà. Inevitabile.
Sul pavimento della casa di Donald si sono spalmati a dormire per tre giorni 12 “esseri intermedi”. Ci si era lasciati in una Polonia che si scaldava per l’estate, ci si è ritrovati in una periferia olandese con la fame dolcissima di sapere che cosa aveva trascinato il tempo nella vita degli altri.
Tra i canali di Amsterdam ci siamo raccontati quello che non si sa dire per e-mail, che non passa sui messaggi al cellulare, che è una risata larga e un abbraccio.
E’ l’ironia
E’ la sintonia
E’ la paura
E’ la sospensione.

La notte, quando era così tardi da essere prestissimo, quando il buoi del cielo sfiorava il mattino, stavamo ancora sdraiati sui sacchi a pelo a ricordare nostalgici i momenti lasciati indietro. A ridere perchè sembravamo dei vecchi reduci noiosi. A ridere prima di diventare troppo vecchi per fare certe cose senza sentirci ridicoli
Reduci da un segmento da condividere. Un filo di vita che per un attimo solo è stato della stessa tinta. Uno strato “geologico” in comune nella nostra esperienza.
E diventeremo tutti diversi.
Meraviglioso.

Diventeremo e siamo tutti diversi. Tra fumo e sakè mi sono trovata in un Olanda tollerante. Ma tollerare non è la soluzione a niente. E se un paese come l’Olanda, anni luce da noi, che ha per certi versi da raccontarcene fin troppe, si trova ancora a “tolleare” mi viene un poco di paura.

Sono sempre più convinta che la chiave di quello che varrà passerà dalle nostre piccole collaborazioni quotidiane. A salvarci non saranno grandi piani e politiche astruse, ma il mettersi in gioco e non stringersi nella paura. Imparare a vedere cha la paura non è roba personale ma un rivolo che ingrossa un fiume comune. Così come l’amore.
Bisogna mettersi in gioco.

Mettersi in gioco.

Dubitare

Pesare i dubbi

Averne di dubbi

Essere


PS: Mentre io mangiavo aringhe crude Sara girava per l’India, e da lì mi ha portato un bellissimo sari di seta viola in cui dopo ore di tentativi mediocri mi sono finalmente avvolta trionfante.

Dio….mi piace troppo….

giovedì, aprile 24, 2008

Resoconto di una resocontazione (Slovenia 18-21 aprile 2008)

L’aeroporto di Trieste.
Una specie di strana caserma in grigio con una quiete gelida, una pioggia sottile.
Noi tre zombi che hanno già portato da Roma la loro dose di casini, ritardi, incomprensioni e sfiga organizzativa.
Sono appena le 9:30.

Passiamo attraverso la vecchia dogana. La nostra macchina ci sfreccia nel mezzo e mi sembra di aver macinato in quella frazione un quintale di storia.
La frontiera tra la Slovenia e l’Italia.
A raccontarlo a mio nonno, di come è e di come ce l’hanno raccontata, non ci crederebbe.

Da non credere che la nuova frontiera, con tanto di metal detector e tesserino identificativo, è quella che circonda il centro convegni di Brdo dal resto del paese.
Passiamo qui i nostri 3 giorni a Ljubljana.
Sto in una stanza di vetro che si rovescia su un prato verdissimo, con le montagne chi si aggrappano al cielo sfumando/fumando grigio su grigio. Tutto perfetto, fin troppo. Eccessivo ma necessario per il pacchetto.
E’ una questione di immagine come molti degli eventi organizzati dalle autorità europee.
Il contenuto è in funzione del pacchetto. Il pacchetto è marketing. Ma qui si apre una altro discorso. Troppo stanca per sputtanarlo ora.

Tra alti e bassi, troppe pause caffè e pranzi esagerati, tra polemiche e qualche scaramuccia tutto fila. Si arriva ad una documento finale, lo si rimette in ordine e lo si espone ufficialmente a chi di dovere. Speriamo non rimanga solo un bel esercizio. Più per loro che per noi.
Da ricordare che un gruppo di 150 persone tra i 20 ed i 30anni non ce la fa ad essere eccessivamente serio. Il che non significa mancare di intelligenza.


L’evento ufficiale finisce qui. Quello che viene una volta riconsegnati ogni sera alla libera città di Ljubljana è la sana e non formale esplorazione delle cultura locale. O almeno di quel grammo di cultura locale che siamo in grado di mandare giù (letteralmente) dopo le 22:00.
Quindi tra birra e liquori tipici, o presunti tali, ci incastriamo anche un poco di jazz sperimentale in un centro sociale multifunzionale e una serata a teatro con tanto di nudo integrale degli attori e incomprensione altrettanto totale del testo messo in scena.
Mettiamoci anche la rinnovata consapevolezza che le lingue slave hanno una base comune che ha reso questa parte d’Europa un’isola comunicativa ancora prima che noi piombassimo con un istituzionale inglese.
Aggiungiamo l’evidenza che noi membri dei vecchi stati abbiamo un buco storico che troppo spesso non abbiamo voglia di colmare verso molti dei paesi appena entrati.

Impariamo a vedere che se vogliamo davvero spingere avanti le cose dobbiamo farle passare per le nostre piccole collaborazioni quotidiane senza troppo caricare di aspettative una politica che non saprebbe che farsene.


Ne è comunque valsa la pena.
E’ servito dormire così poco ma esserci sempre e comunque.


Ancora non ho riassorbito la stanchezza.
Voglio solo riposarmi coccolata dalle coperte, con l’odore dell’olio di mandorle che mi culla dopo la doccia.
Un libro da abbandonare sul cuscino appena la lettura si impasta irrimediabilmente con i sogni.

In Lettura: Tuttallpiù muoio , Albinati & Timi


PS: L’evento più miracoloso degli ultimi mesi ha avuto luogo all’aeroporto di Fiumicino il giorno 21 Aprile 2008 alle ore 19:30.
All’uscita dei nostri bagagli ben 25 minuti prima dell’orario previsto sui tabelloni siamo implosi per lo stupore e quasi ci siamo messi a piangere. Sono cose che vanno tramandate…

lunedì, aprile 14, 2008

Sfragnata + MEME


Improvvisamente mi hanno tagliato l’orizzonte.
Chiuse tutte le direzioni.
Guardati la punta delle scarpe e stai zitta.
Con che diritto?
Con che voce?
Perché in questo paese in troppi non sanno guardare più in là della patta dei pantaloni?
Farla adesso e subito, pisciare su tutto quello che passa.
Per una solo attimo di liberazione bruciare con l’ammoniaca il proprio orto.
E’ come se avessero svuotato la vescica nell’otre di acqua buona, salvando il tappeto ma condannandosi a morire di dissenteria.
Peccato che non sia un otre ma un pozzo.
L’unico pozzo.

E poi non mi si accusi se andrò a cercare un’altra fonte per bere senza avere il vomito, dell’acqua fresca con cui annaffiare i miei sogni.


Oggi mi hanno sputato in faccia l’ovvietà: questo paese non ha nulla a che spartire con te. Non ti deve nulla e non ti chiede nulla.

Dovrei forse iniziare a ripagarlo con la stessa moneta.

Fa rabbia, e fa schiantare fuori sibili irragionevoli. Fa rabbia e ti fa dire cose velenose.

Per fortuna capita un MEME che mi sembra perfetto, per un esercizio da far sbollire la bile. Forse Daniela non lo sapeva quando me lo ha passato,ma è arrivato in tempo per farmi pensare a tutto quello che nonostante tutto niente e nessuno mi potrà inquinare. Le cose piccole e meravigliose che nella loro ovvietà sempre e comunque ti allargheranno un sorrise, e ti faranno stare in pace.




LE 6 COSE CHE MI PIACCIONO


-Mi piace camminare attraverso i posti che non conosco e sfogliarli con lo sguardo più aguzzo che mi è concesso.

-Mi piace il solletico che fa l’erba appena tagliata quando ci balli sopra con i piedi nudi.

-Mi piace andare in treno e trovare un sorriso alla stazione. Mi piace pensare che quello sia il modo più naturale di sciogliere la tensione-noia-eccitazione-preoccupazione dell’attesa di un arrivo.

-Mi piace sentire il respiro delle persone quando ci si perde in un abbraccio. Il “rumore” regolare dell’aria che ci tiene in piedi, della vita che ci mulina dentro.

-Mi piace schiantarmi sul letto distrutta e allungarmi come una corda di violino fino a uscire dalle sponde del letto, come un gatto (benché abbia un’indole da cane). Lasciare all’improvviso la tensione e sentire sciogliere i muscoli insieme al sonno un attimo prima dei sogni.

-Mi piace l’odore dei colori ad olio che impasto di notte. Quando non c’è nessun rumore se non il chiasso che le immagini scaricano nel corpo. Una frenesia che deve uscire e che ha il sapore di una monologo e dell’olio di lino.


Qui lascio le prime sei che mi sono uscite fuori, le altre le cercherò stasera per far sbollire la bile. L’esercizio va continuato.

Prendo un foglio e un carboncino… e so che tutto andrà meglio.

Lascio questo MEME con la voglia che gli tiri fuori pensieri sereni:
Scrivete 6 cose che vi piacciono, magari di più...magari pensatici solo e non scrivetele.

lunedì, aprile 07, 2008

Togli la ragione lasciami sognare, lasciami sognare in pace! (S. Bersani)


-Sogni
-Sono desideri.
-Desideri di cosa?
-Di realtà

Quando i sogni svaniscono, svanisce anche un poco la realtà.
I sogni ci reggono in piedi.
Senza il sognatore muoiono i sogni, muore un poco il “vero” che sta nel mondo.
Muore la possibilità della realtà che vorremmo.
Muore il mondo che potrebbe essere
Muore il desiderio, l’incoscienza di un’ultima assoluta diretta sincerità.

Almeno per noi stessi, su noi stessi, attraverso di noi.





Gli incubi sono sogni andati per traverso.


PS:
Da vedere: “L’arte del sogno” di Michel Gondry
Per quel qualcosa che ti lascia addosso..e negli occhi...

giovedì, aprile 03, 2008

No standing any time


Ti alzi la mattina con i sogni della notte che ancora, incoscienti, ti si attaccano ai movimenti.
Ci pensa lo schiaffo della folla del treno a farti perdere quella molle rilassatezza ed a rimetterti in pila i pensieri. Non ti libera dal sonno, ma ti stacca dai sogni.
Più del caffè, più del freddo, fa lo shock da mezzo pubblico nell’ora di punta. I miracoli delle società moderne, fatte di gangli ad orologeria che implodono con cadenza perfetta.
Dal lunedì al venerdì la vedi; la massa pendolare, il trito di noia e distrazione che accompagna “la città”. La vedi, o meglio la osservi
E finché ti trovi curioso ad osservarla ti scopri in fin dei conti salvo.
Se hai il coraggio di accorgertene sei salvo.

Alla fermata del bus piano impari anche a riconoscere nelle attese la meta del viaggio.
Le persone senza accorgersene finiscono per scriversi addosso la destinazione. Nei vestiti , nei movimenti, nei libri e nei giornali, nello sguardo che fugge il contatto con gli altri.
E lo sguardo fugge sempre. Sarà perché è l’unica cosa che si può realmente tenere sotto controllo nella metro affollata dell’ora di punta? Quando lo spazio difensivo si annulla l’unica cosa è non guardare, fissare qualcosa che non c’è, distaccarsi dalla pressione fisica a cui si è sottoposti.

Chissà…

Il mio a dire il vero è un viaggio comodo, mi lascio dietro il treno imbottito di sonno e aspetto un autobus semivuoto.
Mi riappacifico con la realtà gradualmente e mi convinco tra una curva e l’altra a non dare retta a tutte le stronzate che mi verranno in mente durante la giornata. Gongolata delle stesse curve al ritorno mi ritrovo già fallita a perdermi nelle idee malsane che puntualmente mi hanno assediata.
Dovrei mettere ordine, dovrei scrivere forse su pagine a quadretti…ma ho paura. Diciamocelo, è tutta paura, è paura di dover rinunciare a troppi arabeschi a cui ormai mi sono stretta.
Questa voglia sorda di non fermarsi non credo sia insoddisfazione, ma curiosità. Non lo so mettere in parole, ma quello che in questo periodo mi piace di più è sapere che non so quasi nulla, che è ancora tutto da raccontare. Il problema semmai è avere la voglia e il gusto, nonché la capacità di vedere. Mi permetto di aggiungere anche la pazienza, perché le cose non si vedono in un sol colpo: le cose vanno osservate.
Osservare richiede un tempo, o meglio uno scontro con ciò che si osserva e una certa umiltà.
Osservare è difficile.
Bella sfida.

Chissà…chissà quale destinazione mi porto scritta addosso…

PS: Sto rileggendo in treno “Imperium” di Ryszard Kapuscinski e mi sono per la prima volta fermata su una delle citazioni che aprono il libro:

“Il presente è qualcosa che ci lega, il futuro ce lo creiamo nella nostra immaginazione. Solo il passato è pura realtà”
Simone Weil

Queste due frasi mi girano in mente da 2 giorni, oltre alla voglia esotica di andare a Samarcanda…oltre al desiderio sordo di non farmi più ferire...
La Samarcanda di cui mi ha tanto parlato Alla, con gli occhi lucidi come le notti calde del cielo per cui prova ancora dopo anni tanta nostalgia.
Come dice anche Kapunscinki per molti russi, caduta l’unione sovietica, lasciare Sammarcanda, Baku o Tiblisi, per finire in un grigio caseggiato sommerso nella neve della “madre patria”, è stato un dolore.
Quel dolore io l’ho visto in Alla. Solo allora l’ho capito.
La cosa è più bella è che lei ha avuto la pazienza di raccontarmelo.

lunedì, marzo 31, 2008

E' andata

Foto by chiarartica



Come si usa tra teatranti

Come si usa
Si usa



"Chi non ha sofferto non è un essere, tuttalpiù un individio"

E. Cioran



domenica, marzo 23, 2008

On Stage





Vi invito a sbirciare attraverso i sogni di Francois la vita di Sophie, Robert e Lea.

Scoprite dov'è la linea sottile che distingue la fantasia dalla realtà dal 25 al 30 marzo, al tetaro Agorà (via della Penitenza 33, Roma)




Spero di vedervi lì.


Già so che ci sarà Viola! A cui mando un grazie leggero e un abbraccio primaverile a dispetto del tempo.



PS: Per essere precisi il mio contributo all'impresa si è limitato ai costumi...

lunedì, febbraio 25, 2008

Wait


Ricevere
Dare

Ricevere e dare silenzio.

Detto così appare brutto, ruvido e assolutamente non corretto. Qualcosa di cattivo, nocivo.

Appunto perchè detto.

Dire di non dire non può che giocare male.

Ma il mio silenzio, quello che voglio per silenzio, è di tutto altro senso.


Il silenzio velenoso, quello che lascia solo amaro, dubbi, e che genera un’infinità di parole senza un contesto:questo mi spaventa.
Di questo silenzio non so che farmene, con questo silenzio non posso che combattere.

Ma c’è quel silenzio che è tale perchè non c’è bisogno d’altro, quello che si riceve e si da
a pochi, pochissimi al mondo.

E’ il silenzio della totale accettazione delle cose che ti stanno intorno, dei sentimenti, delle emozioni. Non serve dire niente, perchè tutto è.

Basta.

Ricevere e dare quel silenzio.

Per quelle poche volte che lo ho trovato, so che non è impossibile, e so che è una delle cose più “assolute” che mi hanno regalato.

Ce ne sono stati di bellissimi, ma non erano QUEL silenzio

Quello giusto so deve ancora venire, in mezzo a tutto questo chiasso. E’ solo nascosto da tanti inutili rumori.

domenica, febbraio 24, 2008

di domenica mattina

Nel giardino-cortile, che ritaglia con le siepi i confini delle varie palazzine, si rovescia il pranzo della domenica. Si rovescia lì e si mescola, si amalgama, si perde.

Il gioco è correre forte fino al portone, dal cancello fino al portone della palazzina D. A polmoni spalancati a ingoiare il profumo dei pranzi della domenica. Indovinarli uno per uno.
Primo piano palazzina A: arrosto con patate.
Poi a seguire: parmigiana, ancora arrosto e lasagne.

Con il mento alto e il cappotto al vento.
Cose tra fratelli di una stupidità assoluta, che ti stracciano la tensione e ti liberano il corpo, i pensieri, lo stomaco.
Il tuo cane appena più alto di un poggiapiedi che sgomma senza capirci niente.

“siete due deficienti”

Che bel lusso. Che bel lusso poter ridere a 25 anni di essere una tale “deficiente”

Mentre ridiamo io e mio fratello siamo uguali, per la prima volta ci assomigliamo.
Per la prima volta ci credo che a legarci è lo stesso sangue.

Sul suo letto sono sparsi appunti di matematica e fisica, dietro la porta una tavolo da surf e sulla mensola un disordine di scartoffie mai buttate. La logica lo tiene in piedi in tutti i suoi gesti. Non si perde: studia sempre la strada.
Vive di entusiasmi concreti, a cui si dedica con attenzione, devozione, a volte quasi ossessione.
Ha una voce profonda e una tendenza al capriccio.
Le spalle larghe, un’espressione sempre imbronciata e le mani grandi.
Non sa stare dentro casa, ma non potrebbe mai lasciarla.

Io semino in camera schizzi e tele a metà, sulla scrivania saggi di sociologia e storia. In giro pile di fumetti e libri di illustrazioni e sul comodino ho piantato “the great Gatsby”. Per arrivare a destinazione non memorizzo la strada, me le cose che le sono costruite introno…così a volte mi perdo.
Ho una voce nasale, alta, e le spalle strette. Non so gestire i complimenti e agito le mani.
Potrei stare ore dentro casa a cullare le mie fantasie, ma per me sono solo lunghi ritorni dopo beati allontanamenti.

Mio fratello è come se studiasse il futuro per trovare la risposta a problemi passati, che stanno qui da prima che potessero essere anche solo immaginati
Io annuso il passato per cercare una via nuova che mi sveli il futuro che ancora non si può immaginare.

Eppure siamo due deficenti

Tali e quali

mercoledì, febbraio 13, 2008

Ingiustificabile è il talento

Questi sono i più recenti dubbi di una persona dai non facili entusiasmi e da una spietata critica nei confronti dell’idea del bello.

Pensieri che si posano sul dubbio del talento. Il talento come argomento con cui giustificarsi, il talento come dote da scialacquare e perdere.
Quello che gli altri chiamano talento, quello che si prova a camuffare da talento.

E’ il talento ad abitarci, o siamo noi ad abitare lui?

C’è chi ha uno studio di registrazione in casa, chi ha per casa uno studio di registrazione. Chi ha paura del concetto di casa e allora butta all’aria tutto e finisce in affitto girando troppi appartamenti senza pace.

C’è chi se ne frega. Non dovendo dimostrare nulla perché il talento gli è inevitabile.

Peccato sia spesso una dote indiscreta che attira rogne: nessuno sa resistere alla tentazione di dar consigli per amore e bene del talento altrui.

E’ tuo fin quando lo tieni nascosto, poi diventa cosa pubblica e criticabile. Come se mai te lo fossi cercato diventa una responsabilità da tenere con cura anche a nome di chi non lo ha.

Quante accuse spietate di talenti ingiustificati, mortalmente sprecati. Quante poche possibilità di un libero talento.


E’ il talento ad abitarci, nel momento in cui cerchiamo di abitarlo stiamo sforzando solo l’imitazione

Un giorno, a qualcuno, toccherà riscuotere l’affitto.


PS: pensiero fatto di fronte all’evidenza nell’incontro con persone di talento.

domenica, febbraio 10, 2008

toc toc

Sono scomparsa tra le pieghe delle cose da fare. Non mi sono neanche accorta del tempo che passava. Mi sono alzata una mattina e BUM. Siamo gia qui?!?!

Prendo un attimo fiato e mi riappacifico con la domenica, che finalmente mi scorre languida come deve, e noiosa come sa essere solo la domenica.

Nel frattempo, per trovare una scusa al mio silenzio, mi giustifico dicendo che in questo lasso di niente sul mio blog ho però scarabocchaito su un altro blog.
Se guardate bene troverete qualcosa di mio sul blog del film PERSEPOLIS (il link è qui accanto)

Film tra l'altro che vi consiglio di vedere, perchè è una delicata sorpresa...

venerdì, gennaio 25, 2008

Che bestia è l'uomo politico?

Quando il nostro paese uscirà da questa distruttiva pubertà e si prenderà la responsabilità di divenatre adulto?

Sarebbe già abbastanza capire il futuro che si sta ipotecando. Per alcuni più crudelmente negando.

Niente è inevitabile.

Sopratutto l'ignoranza.

Ignoranza che va altre al "non sapere". Ignoranza che accoglie il non voler vedere.

Lignoranza di credersi gli unici a meritare la ragione.

La ragione non sta schierata che con sé stessa, e non guarda i colori. C'è quando deve. Abbiamo il dovere di cercarla con pazienza e umiltà. Sapendo che non è mai limpida, sapeno che la ragione è la via migliore, non l'assoluta ma quella migliore...

La ragione è un plurale, non ci si arriva mai da soli, e non è mai solo per sé. Non ha senso una ragione che valga per un singolo, perchè è una costruzione al plurale. Cercare la ragione, chiedere una ragione, volere una ragione, implica già di per se un incontro, un dubbio su quello che sta fuori, la necessità di toccare qualcosa che ci sta fuori.

Non si esce mai dalla possibilità della ragione finchè si pensa con coscienza. Bisogna essere dei grandi "singoli" per poter davvero sperare di agguantare questa ragione corale

Io non ho visto finora che ragazzini sbranati dalla paura tirare giù le peggio balle per giustificare le proprie pigre mancanze

Ieri non ho visto nessuno prendere in mano il problema e sentirne il dolore, soppesarne l'ampiezza, comprenderene gli sbagli....comprendere gli sbagli per porgli rimedio. Non si è cercata la cura ma solo l'untore.

giovedì, gennaio 24, 2008

in prova


Gennaio ha visto le mie ore di sonno perdersi senza una cura. Testardaggine e incastri azzardati. Ho pagato tutte le mie distrazioni, ma non ho mai abbandonato la mia ragnatela.
Ho tessuto un piano perfetto per evitare di cedere alla voglia di schizzare di nuovo chissà dove...per incontrare chissà chi.
Sono in preda a tutti, in prova per tutti. Sono in prova anche con me stessa. E quest’ultima prova è forse la sola che mi impegnerà finchè campo.
Stavolta però faccio finalmente i conti con la vera me stessa, ed è tutto più facile.

Ora so che il viaggio “fisico” non conta un bel niente se non si sa viaggiare in idee.

Quelle non costano niente, se non la voglia di provarci.

Ho un’aria ebete e felice, balzello con uno strano senso di pace tra tutte le cose che mi sono cadute addosso.

Si incassano anche di questi momenti.

giovedì, gennaio 17, 2008

Thinking


Succedono le cose.

Succedono.

Succede.

Succede che qualcuno ha avuto la voglia di tirare fuori dei pensieri dal pistaticcio elettronico del mio blog.

Lo ammetto...ne sono goffamente orgogliosa. Permettetemelo.

Daniela non mi ha visto sorridere e abbasare un poco gli occhi, scivolare dello schermo alla tasiera con lo sguardo nel sentirmi tirare in ballo.

Comunque grazie a Daniela espongo anche io bella fiera la mia targa.

Di conseguenza, ora tocca a me "tirare in ballo" voi!

Prima di tutto, le rogole:

partecipare solo se si è nominati
Lasciare un link al post originario (in inglese)
inserire nel post il logo thinking blog award
indicare 5 blog che hanno la capacità di farti pensare


e adesso a me:

-Michele con: Viaggio sentimentale di un foletto.
Girare le cose sotto gli occhi dell'esperienza. Raccontare quello che si vede, crede, vive. Senza trovarci nulla più di quello che è.

-Baol con: Vorrei essere un baol
La fantasia è leggera, perchè starla a complicare? Lasciarla in giro non è un male, se così anche altri la possono trovare. Sono gocce sparse sulle giornate.

-Daniala con: Odolance
Basta che fate scendere lo sguardo appena sotto il titolo "Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa (Italo Calvino)". Ma infondo perdersi può essere rivelatorio...bisogna provare.

-Krepa con: Krepa's Korner
E' che certe volte, leggendolo, penso che se fossi nata uomo gli sarei assomigliata...ma la vita non si fa con i se..

-Ilaria con: Stagioni diverse
C'è quell'onestà che non ha bisogno di giustificazioni. La pulizia delle parole è la semplicità della vita. Le cose accadono, le cose ti "fanno", mentre un poco ti ritrovi a "farle"

domenica, gennaio 06, 2008

positività accelerata per fortune alternate

Il duemilaotto mi ha fatto voltare un attimo indietro, a vedere un poco l’ultimo tratto di strada buttatomi alle spalle.
Dopotutto, scrutandolo, mi sono sentita soddisfatta. Con tutte le curve, spesso anche a gomito e le deviazioni strane, i pezzi stretti e polverosi e quelli lunghissimi e asettici, è stata una camminata quasi isterica
Come ha fatto ad entrare tutto questo in un solo anno? Uno solo? Lo scorso gennaio non ero così pacificamente compiaciuta, anzi. Se penso alla persona spaventata che si è affacciata al 2007 non riesco proprio a vederci la me stessa che ne ha festeggiato la fine con tanta spensieratezza.
E ne sta “spizzando” l’inizio stringendo in mano, per una volta, le carte giuste.

Mentre penso a quali carte scartare e a quante pescarne, ho ben in mente gli errori della partita precedente. Si cresce in esperienze, e non le si fanno più scappare.

Mi godo al momento la mano fortunata, cercando di “vincere” il più possibile, per non rimanere al verde nei giri meno sorridenti.

Mi godo tutta l’attenzione che mi si sta riversando addosso senza che ne capisca bene la ragione
Mi godo la tranquillità di un anno in cui ho deciso di fermare le frenesie per concentrarmi meglio sulla “scenografia”
Mi godo le persone che mi stanno intorno
Mi godo gli equilibri ritrovati e le intuizioni inaspettate
Mi godo tutto quello che ci sarà di cui godere, sempre pronta ad affrontare consapevolmente anche tutto il resto.

Mi godo la bellezza delle cose e delle persone, delle parole, del mondo. La bellezza di cui non riesco a fare a meno e di cui troppo spesso non mi so spiegare.

Auguro al mondo tutta la bellezza di cui è capace.

La bellezza vera, non quella che ti abbaglia un attimo e scompare, ma quella che ti avvolge in tutti i tuoi sensi senza lasciarti più scappare.

Questa bellezza può essere ovunque.

Questa bellezza è in un futuro “in potenza” che aspetta solo un suggerimento per accadere.



Vi auguro tutto
 
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