giovedì, aprile 24, 2008

Resoconto di una resocontazione (Slovenia 18-21 aprile 2008)

L’aeroporto di Trieste.
Una specie di strana caserma in grigio con una quiete gelida, una pioggia sottile.
Noi tre zombi che hanno già portato da Roma la loro dose di casini, ritardi, incomprensioni e sfiga organizzativa.
Sono appena le 9:30.

Passiamo attraverso la vecchia dogana. La nostra macchina ci sfreccia nel mezzo e mi sembra di aver macinato in quella frazione un quintale di storia.
La frontiera tra la Slovenia e l’Italia.
A raccontarlo a mio nonno, di come è e di come ce l’hanno raccontata, non ci crederebbe.

Da non credere che la nuova frontiera, con tanto di metal detector e tesserino identificativo, è quella che circonda il centro convegni di Brdo dal resto del paese.
Passiamo qui i nostri 3 giorni a Ljubljana.
Sto in una stanza di vetro che si rovescia su un prato verdissimo, con le montagne chi si aggrappano al cielo sfumando/fumando grigio su grigio. Tutto perfetto, fin troppo. Eccessivo ma necessario per il pacchetto.
E’ una questione di immagine come molti degli eventi organizzati dalle autorità europee.
Il contenuto è in funzione del pacchetto. Il pacchetto è marketing. Ma qui si apre una altro discorso. Troppo stanca per sputtanarlo ora.

Tra alti e bassi, troppe pause caffè e pranzi esagerati, tra polemiche e qualche scaramuccia tutto fila. Si arriva ad una documento finale, lo si rimette in ordine e lo si espone ufficialmente a chi di dovere. Speriamo non rimanga solo un bel esercizio. Più per loro che per noi.
Da ricordare che un gruppo di 150 persone tra i 20 ed i 30anni non ce la fa ad essere eccessivamente serio. Il che non significa mancare di intelligenza.


L’evento ufficiale finisce qui. Quello che viene una volta riconsegnati ogni sera alla libera città di Ljubljana è la sana e non formale esplorazione delle cultura locale. O almeno di quel grammo di cultura locale che siamo in grado di mandare giù (letteralmente) dopo le 22:00.
Quindi tra birra e liquori tipici, o presunti tali, ci incastriamo anche un poco di jazz sperimentale in un centro sociale multifunzionale e una serata a teatro con tanto di nudo integrale degli attori e incomprensione altrettanto totale del testo messo in scena.
Mettiamoci anche la rinnovata consapevolezza che le lingue slave hanno una base comune che ha reso questa parte d’Europa un’isola comunicativa ancora prima che noi piombassimo con un istituzionale inglese.
Aggiungiamo l’evidenza che noi membri dei vecchi stati abbiamo un buco storico che troppo spesso non abbiamo voglia di colmare verso molti dei paesi appena entrati.

Impariamo a vedere che se vogliamo davvero spingere avanti le cose dobbiamo farle passare per le nostre piccole collaborazioni quotidiane senza troppo caricare di aspettative una politica che non saprebbe che farsene.


Ne è comunque valsa la pena.
E’ servito dormire così poco ma esserci sempre e comunque.


Ancora non ho riassorbito la stanchezza.
Voglio solo riposarmi coccolata dalle coperte, con l’odore dell’olio di mandorle che mi culla dopo la doccia.
Un libro da abbandonare sul cuscino appena la lettura si impasta irrimediabilmente con i sogni.

In Lettura: Tuttallpiù muoio , Albinati & Timi


PS: L’evento più miracoloso degli ultimi mesi ha avuto luogo all’aeroporto di Fiumicino il giorno 21 Aprile 2008 alle ore 19:30.
All’uscita dei nostri bagagli ben 25 minuti prima dell’orario previsto sui tabelloni siamo implosi per lo stupore e quasi ci siamo messi a piangere. Sono cose che vanno tramandate…

lunedì, aprile 14, 2008

Sfragnata + MEME


Improvvisamente mi hanno tagliato l’orizzonte.
Chiuse tutte le direzioni.
Guardati la punta delle scarpe e stai zitta.
Con che diritto?
Con che voce?
Perché in questo paese in troppi non sanno guardare più in là della patta dei pantaloni?
Farla adesso e subito, pisciare su tutto quello che passa.
Per una solo attimo di liberazione bruciare con l’ammoniaca il proprio orto.
E’ come se avessero svuotato la vescica nell’otre di acqua buona, salvando il tappeto ma condannandosi a morire di dissenteria.
Peccato che non sia un otre ma un pozzo.
L’unico pozzo.

E poi non mi si accusi se andrò a cercare un’altra fonte per bere senza avere il vomito, dell’acqua fresca con cui annaffiare i miei sogni.


Oggi mi hanno sputato in faccia l’ovvietà: questo paese non ha nulla a che spartire con te. Non ti deve nulla e non ti chiede nulla.

Dovrei forse iniziare a ripagarlo con la stessa moneta.

Fa rabbia, e fa schiantare fuori sibili irragionevoli. Fa rabbia e ti fa dire cose velenose.

Per fortuna capita un MEME che mi sembra perfetto, per un esercizio da far sbollire la bile. Forse Daniela non lo sapeva quando me lo ha passato,ma è arrivato in tempo per farmi pensare a tutto quello che nonostante tutto niente e nessuno mi potrà inquinare. Le cose piccole e meravigliose che nella loro ovvietà sempre e comunque ti allargheranno un sorrise, e ti faranno stare in pace.




LE 6 COSE CHE MI PIACCIONO


-Mi piace camminare attraverso i posti che non conosco e sfogliarli con lo sguardo più aguzzo che mi è concesso.

-Mi piace il solletico che fa l’erba appena tagliata quando ci balli sopra con i piedi nudi.

-Mi piace andare in treno e trovare un sorriso alla stazione. Mi piace pensare che quello sia il modo più naturale di sciogliere la tensione-noia-eccitazione-preoccupazione dell’attesa di un arrivo.

-Mi piace sentire il respiro delle persone quando ci si perde in un abbraccio. Il “rumore” regolare dell’aria che ci tiene in piedi, della vita che ci mulina dentro.

-Mi piace schiantarmi sul letto distrutta e allungarmi come una corda di violino fino a uscire dalle sponde del letto, come un gatto (benché abbia un’indole da cane). Lasciare all’improvviso la tensione e sentire sciogliere i muscoli insieme al sonno un attimo prima dei sogni.

-Mi piace l’odore dei colori ad olio che impasto di notte. Quando non c’è nessun rumore se non il chiasso che le immagini scaricano nel corpo. Una frenesia che deve uscire e che ha il sapore di una monologo e dell’olio di lino.


Qui lascio le prime sei che mi sono uscite fuori, le altre le cercherò stasera per far sbollire la bile. L’esercizio va continuato.

Prendo un foglio e un carboncino… e so che tutto andrà meglio.

Lascio questo MEME con la voglia che gli tiri fuori pensieri sereni:
Scrivete 6 cose che vi piacciono, magari di più...magari pensatici solo e non scrivetele.

lunedì, aprile 07, 2008

Togli la ragione lasciami sognare, lasciami sognare in pace! (S. Bersani)


-Sogni
-Sono desideri.
-Desideri di cosa?
-Di realtà

Quando i sogni svaniscono, svanisce anche un poco la realtà.
I sogni ci reggono in piedi.
Senza il sognatore muoiono i sogni, muore un poco il “vero” che sta nel mondo.
Muore la possibilità della realtà che vorremmo.
Muore il mondo che potrebbe essere
Muore il desiderio, l’incoscienza di un’ultima assoluta diretta sincerità.

Almeno per noi stessi, su noi stessi, attraverso di noi.





Gli incubi sono sogni andati per traverso.


PS:
Da vedere: “L’arte del sogno” di Michel Gondry
Per quel qualcosa che ti lascia addosso..e negli occhi...

giovedì, aprile 03, 2008

No standing any time


Ti alzi la mattina con i sogni della notte che ancora, incoscienti, ti si attaccano ai movimenti.
Ci pensa lo schiaffo della folla del treno a farti perdere quella molle rilassatezza ed a rimetterti in pila i pensieri. Non ti libera dal sonno, ma ti stacca dai sogni.
Più del caffè, più del freddo, fa lo shock da mezzo pubblico nell’ora di punta. I miracoli delle società moderne, fatte di gangli ad orologeria che implodono con cadenza perfetta.
Dal lunedì al venerdì la vedi; la massa pendolare, il trito di noia e distrazione che accompagna “la città”. La vedi, o meglio la osservi
E finché ti trovi curioso ad osservarla ti scopri in fin dei conti salvo.
Se hai il coraggio di accorgertene sei salvo.

Alla fermata del bus piano impari anche a riconoscere nelle attese la meta del viaggio.
Le persone senza accorgersene finiscono per scriversi addosso la destinazione. Nei vestiti , nei movimenti, nei libri e nei giornali, nello sguardo che fugge il contatto con gli altri.
E lo sguardo fugge sempre. Sarà perché è l’unica cosa che si può realmente tenere sotto controllo nella metro affollata dell’ora di punta? Quando lo spazio difensivo si annulla l’unica cosa è non guardare, fissare qualcosa che non c’è, distaccarsi dalla pressione fisica a cui si è sottoposti.

Chissà…

Il mio a dire il vero è un viaggio comodo, mi lascio dietro il treno imbottito di sonno e aspetto un autobus semivuoto.
Mi riappacifico con la realtà gradualmente e mi convinco tra una curva e l’altra a non dare retta a tutte le stronzate che mi verranno in mente durante la giornata. Gongolata delle stesse curve al ritorno mi ritrovo già fallita a perdermi nelle idee malsane che puntualmente mi hanno assediata.
Dovrei mettere ordine, dovrei scrivere forse su pagine a quadretti…ma ho paura. Diciamocelo, è tutta paura, è paura di dover rinunciare a troppi arabeschi a cui ormai mi sono stretta.
Questa voglia sorda di non fermarsi non credo sia insoddisfazione, ma curiosità. Non lo so mettere in parole, ma quello che in questo periodo mi piace di più è sapere che non so quasi nulla, che è ancora tutto da raccontare. Il problema semmai è avere la voglia e il gusto, nonché la capacità di vedere. Mi permetto di aggiungere anche la pazienza, perché le cose non si vedono in un sol colpo: le cose vanno osservate.
Osservare richiede un tempo, o meglio uno scontro con ciò che si osserva e una certa umiltà.
Osservare è difficile.
Bella sfida.

Chissà…chissà quale destinazione mi porto scritta addosso…

PS: Sto rileggendo in treno “Imperium” di Ryszard Kapuscinski e mi sono per la prima volta fermata su una delle citazioni che aprono il libro:

“Il presente è qualcosa che ci lega, il futuro ce lo creiamo nella nostra immaginazione. Solo il passato è pura realtà”
Simone Weil

Queste due frasi mi girano in mente da 2 giorni, oltre alla voglia esotica di andare a Samarcanda…oltre al desiderio sordo di non farmi più ferire...
La Samarcanda di cui mi ha tanto parlato Alla, con gli occhi lucidi come le notti calde del cielo per cui prova ancora dopo anni tanta nostalgia.
Come dice anche Kapunscinki per molti russi, caduta l’unione sovietica, lasciare Sammarcanda, Baku o Tiblisi, per finire in un grigio caseggiato sommerso nella neve della “madre patria”, è stato un dolore.
Quel dolore io l’ho visto in Alla. Solo allora l’ho capito.
La cosa è più bella è che lei ha avuto la pazienza di raccontarmelo.
 
eXTReMe Tracker