mercoledì, settembre 03, 2008

E poi?


L. mi ha scritto di Beirut. Da Damasco mi ha scritto del Libano che le è scivolato appena accennato sotto gli occhi in un viaggio di tre giorni. Un tuffo segreto, per non preoccupare chi è rimasto di qua. Mi aveva detto che prima di lasciare la Siria voleva vedere il Libano, senza pretese, senza domande. Vedere per vedere.
Di questa voglia mi ha chiesto di tenermi il segreto, almeno finché tornerà a casa e lei stessa mostrerà le foto a sua madre.
Oggi per chat mi ha esploso addosso un susseguirsi di entusiasmo e energia, di voglia di raccontare, di condividere e confrontare.
Ha trovato i carri armati a stringere come una una fede la città. Non c’è dubbio che lì il quotidiano sta in bilico su una manciata di buoni propositi…nemmeno troppo sinceri…
Ma in questo bilico la città ha imparato a trovare il suo baricentro. Le ragazze scivolano tra le vie dei negozi più costosi con i capelli in piega e le magliette scollate. La musica impregna le strade e il Ramadan è un contorno di festa le cui regole sono più morbide e lasciate alla coscienza del singolo.
Ha descritto gli edifici nuovi diroccati dal sali e scendi degli eventi negli ultimi 20 anni e i vecchi monumenti ricostruiti in un falso un poco triste. Ha raccontato dei profumi e delle sete. Del traffico terrificante. Dei ragazzi che si accompagnano in gruppo nei club.
Mi ha lasciato trasparire un paese che non è contro. Non è contro la Siria, semplicemente molto diverso. Un altro paese appunto. Perché la storia che ha unito 200 anni fa si è infilata poi troppo differentemente nelle pieghe tra Damasco e Beirut perché possano ora essere la stessa cosa. Chissà se “chi di competenza” ci si è mai soffermato sopra…

Nemmeno le terre vuote rimangono uguali. Ogni vuoto lo è a suo modo. Immaginiamoci quelle che hanno cullato tanti pensieri.

Non vedo l’ora che L. torni e mi regali una valigia di racconti.

Intanto stamattina mentre mettevo in borsa il vocabolario di polacco da prestare ad una amica in partenza mi è scivolato un foglio con il testo di una canzone e mi è preso uno strappo ai ricordi.

A suo tempo mi ero promessa di tradurla ma è rimasta dimenticata nel vocabolario.
Anche se ormai sono assolutamente in fase “dimentico” e credo che in italiano non renda come deve spero che la prima strofa scivoli bene in questa serata.

Dni których nie znamy
Tyle było dni do utraty sił,
Do utraty tchu tyle było chwil,
Gdy żałujesz tych, z których nie masz nic,
Jedno warto znać, jedno tylko wiedz:
Że, ważne są tylko te dni, których jeszcze nie znamy,
Ważnych jest kilka tych chwil, tych, na które czekamy...

Giorni che non consociamo
Ci sono stati così tanti giorni fino a perdere la forza
Ci sono stati così tanti momenti fino a perdere il respiro
Quando ti trovi a rimpiangere che non vi è più nulla in loro
C’è una solo una cosa che sai, sai solo una cosa:

L’unica cosa importante sono i giorni che ancora non conosciamo
L’unica cosa importante sono quei momenti per cui ancora siamo in attesa…


Marek Grechuta
E poi, e poi , e poi...
Basta la voglia di darsi una possibilità

3 commenti:

digito ergo sum ha detto...

"chi di competenza" è un concetto assolutamente etereo e anche un po' stralunato. se ci fosse competenza, non avremmo bisogno di "chi di competenza". che, a dirlo così, credo di essermi pure un po' incartato, ma tant'é...

ma c'è ancora speranza, perché i ragazzi, anche lì, vogliono una vita tranquilla. alla faccia di "chi di competenza".

Baol ha detto...

Ciaoooooooooo.....

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

A volte ci vuole la forza per darsi la possibilità.... la voglia non è sufficiente.

E queste persone che vogliono vivere si scontrano con chi vede la vita solo come un videogame con morti e distruzione.

Ed anche per questo, per accettare tutto questo ci vuole forza....

 
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