mercoledì, ottobre 07, 2009

quesiti più che risolvibili (marginali e inutii)



Ho deciso di rispondere con egoistica anarchia a un paio di domande che mi stanno dietro

_quando inizia l’autunno?
Quando senti l’odore di naftalina sprigionarsi dagli abbracci o nelle file scomposte delle persone, spargersi grazie al calore dei corpi dalle giacche tirate fuori per una sera di brividi appena accennati. Le maglie a maniche lunghe che prendono per la prima volta aria impiastricciando il profumo della pelle ancora sporca di una tenue abbronzatura.

-quando si è vecchi?
quando si ci rassegna a non crescere più.


-quando finisce tutto?
Quando arrivi a non ricordarti più il motivo dell’ultima litigata.



PS:Mi permetto di sperare per le ultime vicende del lodo Alfano. Ma amaramente non troppo

lunedì, settembre 14, 2009

fighting for life


- Mi racconti le tue storie?
- Le mie storie?
- Le cose che vedi
- Ma sono le stesse che vedi anche tu
- Si ma come le vedi tu è più bello
-…è che sono una persona distratta…quante volte ve lo devo ripetere?
-Tutte le volte che ti distrai. Grazie.

In testa: Oren Lavie - Her Morning Elegance

sabato, settembre 05, 2009

...mba...

Era da un poco che non vedevo R e quando mi ha chiamato per dirmi che era in zona e che voleva fare quattro chiacchiere ho creduto che fosse destino. Avevo bisogno di una conversazione intelligente che mi distraesse dal caldo e in definitiva mi mancava, anche se come mio solito non riesco mai ad alzare il telefono e organizzare un caffé o una birra. E non è di certo mancanza di affetto la mia, anzi., a dire il vero nemmeno io so spiegarlo


Smarrimento.

Non mi aspettavo


Sono uscita dall’incontro con un opprimente senso di impotenza e smarrimento.

Non era R la persone che mi stava davanti.

Ho cercato di ripetere per un paio di ore dopo che ci siamo salutati:Non era R

Poi ho ripercorso mentalmente i suoi gesti, i suoi occhi, il suo rancore celato dietro un tono di voce calmo ma carico di risentimento verso il mondo e mi sono svegliata dal torpore, mi sono seriamente iniziata a preoccupare per R .


Così in capo ad un paio d’ore ero diventata un dubbio ambulante di impotenza e preoccupazione.


La persona tenace, grintosa e propositiva a con cui avevo condiviso discorsi e paure era diventata un fortino di delusioni pronto ad attaccare briga con l’intero deserto circostanze.

Tutto quello che aveva sognato di diventare e per cui aveva fatto salti mortali ora lo disconosceva come una prigione fatta solo di costrizioni ed orari.

“Una passione se diventa un mestiere è semplicemente odiosa” . Cosa che ha di per se una logica assoluta, ma per cui sono portata a credere che l’unica cosa per cui ci si riesce a sacrificare senza morire troppo dentro con orari e paletti è qualcosa per cui abbiamo un amore più o meno profondo.

Per ora è innegabile che tra le mie future prospettive questa sembra la meno odiosa.


Il tono si arricciava a tratti prendendo la piega di “risposta assoluta” e dell’accusa assolutamente diretta al mio infantilismo (del resto assolutamente vero e mai negato) e al mio non voler rischiare.

Rischiare

Rischiare per cosa?

La cosa che mi ha lasciato impotente e verbalmente sterile è stata questa.

Nella sua voce sentivo solo rabbia, nessun positivismo, nessuno slancio. Non c’era la voglia né la pazienza di credere a una soluzione. C’era la pretesa che questo stato di insoddisfazione finisse il più presto possibile non importa come.

E questo mi ha fatto paura e mi ha lasciato confusa, perché è questo che sta succedendo i giro. A troppi, ho paura prima o poi a tutti.


O sei baciato dalla fortuna o il rischio di crearti un fortino di insoddisfazione diventa sempre più alto. E se ti stufi di cercare risposte, se non hai più nemmeno le forse per riuscire ad arrivare alla tua soluzione ma ti basta un’uscita qualunque rischi di perdere anche quel poco di lucidità che ti potrebbe impedire di portarti addosso tutta la vita una tale rabbia.

Si finisce per accontentarsi di quello che in realtà non vogliamo e sviluppare un odio profondo per quello che non abbiamo potuto .


Stimo R e per questo la cosa mio ha scosso più del necessario . Per tre giorni sono stata a rimuginarci sopra, a scrutare me stessa e glia ltri cercando di scorger anche in noi i sintomi. Ma ho notato che in realtà i più reagiscono alla rabbia cercando la PROPIA via e non prendendo senza guardare la prima uscita disponibile.


Ieri mattina quando mi sono svegliata e mi i sono ritrovata con una mezza valigia sotto la pioggia vedendo le persone rimettersi in moto ho riperso a respirare regolarmente.

E’ stato quasi liberatorio svegliarsi con la pioggia.

Liberatorio nei pensieri e nelle intenzioni.

Mi ha sciacquato via uno smarrimento che da un paio di gironi mi si era aggrappata alle spalle, stringendo la gola.

Ho avuto una paura sfottuta di riempirmi di rabbia anche io.

mercoledì, agosto 26, 2009

Le voci in Agosto


L’umidità ci sta cocendo!

Da un paio di giorni la sera mi rigiro nelle lenzuola pensando di essere ai tropici, dove la pelle è sempre appiccicosa e ti sembra di avere una garza di cotone bagnato sul viso che ti impasta il respiro. Almeno credo sia così
Almeno questa è l’idea che dei tropici mi sono fatta dai libri di Kapunsciski. Quindi magari non sono i tropici ma è comunque l’immagine che meglio mi sembra adattarsi all ’afa romana.

Riesco a dormire solo un paio di ore, dalle cinque di mattina alle sette.
Un’amica Maltese mi ha consigliato di prendermi una leggera sbronza, che aiuta a dormire comunque. E secondo lei è anche per questo che più si ci avvicina all’equatore più i bar sono un’istituzione sociale
Una bella bevuta in compagnia, perché con il caldo l’insonnia diventa un problema diffuso. Ma con questa umidità il pensiero di bere mi è quasi insopportabile. Del resto le sbronze vere non le so prendere e il caldo non fa che accentuato un problema ciclico che di solito si accompagna alle scadenze.

Quindi riparo sul terrazzo, mi siedo tra i fiori e un tavolino da pic-nic che profuma di mare e mi accollo un paio di libri, un blocco da schizzo e l’i-pod. Se mi va bene anche una bottiglia di chinotto. (se capita qualcuno magari un naghilè)
Una donna in culotte con uno scialle che passa le notti su un terrazzo semplicemente a ipotizzare e aspettare, aspettare e ipotizzare.

Nel silenzio delle notti estive
Nel silenzio
Col Cazzo


E non mi riferisco alle macchine che passano nella via o ai televisori che vomitano i jingle pubblicitari dalle finestre spalancate e illuminate da un blu ballerino. Questi sono brusii di sottofondo che non dicono niente, e che sanno a modo loro di silenzio
Mi riferisco a tutti i passanti che sparano a voce piena i mozzichi dei lori discorsi verso l’alto , verso i lampioni. Che se li gridano da un marciapiede all’altro, che li macinano senza prendere fiato attraverso un telefonino, che li lasciano a metà da uno sportello della macchina prima di salire le scale e salutarsi.
Sono ormai due settimane che raccolgo tranci di queste parole nelle ore più disparate della notte.
Teorie sull’infedeltà maschile
Minacce di abbandoni per corna
Problemi d’affitto
Chi si vuole faresi chi e perché
Il lavoro che non c’è
L’Italia che non c’è
La gioai per esserci stati
L’amore di essersi ritrovati


Arriva tutto fino al quarto piano nitido, senza peccato, senza che possa giudicare o dire nulla di più. Naturale.
E sarà perché tra le mie ultime letture c’è Jodorowsky che trovo questo teatrino rapido e inconsapevole affascinate e complesso, perché assolutamente semplice.
Niente dopp isensi, messaggi profondi, verità rivelate,. Solo verità reali e universali perché semplicemente vere. Per questo magari assolutamente inutili. E ancora per questo indispensabili per vivere.

Potrei prendere tutto e farci un libro di racconti. Sarebbero assolutamente PURO: Ma non avrebbe nessuno mercato, le persone non cercano il vero ma la sua sublimazioni. Devi dire la verità, ma la devi dire mentendo.



Credo di essermi invaghita di Jodorowsky perché è un egocentrico curioso armato di una sincererà sconvolgente e quindi, quella sì, magica.
Credo che questo mi dia anche la misura di alcuni miei vizi sentimentali e rovesciamenti connessi

“La bugia più grande è l’ego…”

martedì, agosto 11, 2009

c’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti

Pensavo.

Mentre stelle confuse e desideri minuscoli graffiavano il cielo sopra il mare.

Pensavo che è una fregatura non poter tornare al primo fotogramma.


Riprendiamo da capo.

Piacere, chi sei ora?

Arrivederci, chissà quale persona diventerai


Quanti sogni hai realizzato? Quanti ne hai inventati? Quanti ti hanno consumato?

E il tuo cuore? Cosa ne è rimasto e come ha digerito gli intrugli che per forza di cose il tempo gli ha mandato giù?


Voglio vedere solo la persona che sei, avrai modo per raccontarmi come è successo.


Stamattina mi sono compostamente seduta nel mezzo del mio letto sfatto a guardare la porporina argentata sparsa sul cuscino.

La notte di san Lorenzo alla fine è una mezza fregatura perché ci ricordiamo sempre dei desideri disattesi dell’anno prima.

Però ieri nel gioco dei desideri tra le bolle di sapone e la porporina ho pensato che fosse bello “desiderare” . Solo anche “desiderare”



I desideri portano ai sogni

I sogni necessitano fermezza

Il cuore sta sempre lì

Il mondo anche


PS: Mi sospendo dichiarandomi ufficialmente in vacanza.

IN CUFFIA Giudizi Universali, S, Bersani



venerdì, luglio 24, 2009

l'educazione prevede

Fa parte dell’educazione far credere agli altri di esser sempre piuttosto felici perchè è un male far preoccupare il prossimo tuo.



Fa parte dell’educazione non far credere al prossimo tuo di essere troppo felice per non costringerlo a mettere sotto pressione le sue piccole infelicità.



Fa parte del desiderio umano trovare qualcuno con cui mandare a farsi fottere l’educazione e semplicemente essere


In cuffia: Liar., The Niro

giovedì, giugno 18, 2009

Svaghevole




Se il gusto della parola si impasta con la voce e si fa suonare come un unico gioco alto e altro?

Strumenti voce fiato pausa stelle parole movimenti macchine da scrivere nuvole.

Ieri a Villa Ada dopo che i podisti, i camminatori persi e i padroni trascinati dai cani si sono ritirati e la musica ha cacciato per un’oretta le zanzare me lo sono chiesta.
Esiste più un’arte “sola”? Ha più senso dividere in generi? O meglio ha senso indicizzare l’arte? Si può parlare di competenze da mescolare?
Sulle note di voce di John De Leo.

lunedì, giugno 15, 2009

A mezzo respiro

Sono confusa. Confusa a mezzo respiro


Ormai penso che lle donne si mettano sui tacchi alti per inebriarsi nell’alta quota e perdere di vista un paio di pensieri.


Credo chi i tubini neri ti lascino sospesa fuori dal tempo anche se ti danno la curva di una clessidra.

Credo che quando ti chiedono di scriver qualcosa di più lungo di un raconto è davvero la volta buona che non lo fai

Come quando si chiede troppo ferocementee una spiegazione si ha spesso in ritorno una bugia.


Quando si ci attacca troppo al desiderio di una persona solo in nome del proprio ego allora si diventa sentimentalmente sterili.


Se si cerca di trovare una normalità alla propria frenesia decidendo che è ora di fermarsi anche se non è quello che ci si aspetta allora si ci sta pugnalando alle spalle.

Però anche la rigidità in posizioni troppo acuminate è un tradimento contro se stessi.


Pranzi romani, treni, incontri da film, scenate da telenovela, il caldo e i cocomeri, i passepartout

la pelle di carta di riso, il fumo del narghilé, i concerti a venire.


Niente da fare ogni inizio estate sono sempre persa nella confusione più totale.


IN CUFFIA: the veils - the letter

domenica, maggio 17, 2009

Distesi al sole


Se c’è il sole c’è da piazza Venezia fino al Quadraro. Percorro Roma a zig zag. Avete visto piazza Venezia alle 6,30 di mattina, il cielo sbiadito dalla freschezza dell’aria appena colorata dal sole? Nemmeno un turista. Solo qualche impiegato di corsa. Siete mai arrivati di fronte ai Fori Imperiali prima ancora dei camioncini delle bibite? Li avete mai visti tanto vuoti e persi in un tempo che non sapete contare? E non capire più se si è in anticipo o in ritardo. Dubitare di essere gli ultimi e non i primi?
Chiudersi per ore in una sala come in un paese straniero senza sapere nemmeno se fuori il sole ha iniziato a consumare gli odori nei colori del mezzogiorno. Siete mai usciti di corsa e avete sbattuto contro lo stordimento di una periferia alle due del pomeriggio? Con la sovrapposizione di ogni riferimento e rapiti dal ciarlare delle ragazzine uscite da scuola? E avete pensato che era bello? Il silenzio e le girandole sui terazzi delle case basse di un quartiere dormitorio che si prepara il caffé mentre tu ti perdi a trovare una improvvisata sala prove? Tranquillizzata dall’inaspettata vitalità rosicchiata in tante botteghe e laboratori nei sottoscala e nei cortili.

Il cuore ci sta scivolando verso i piedi. Il cuore è troppo pieni di pensieri, il pensiero di non appartenersi e la necessità di rimanere in piedi. Roma dalle sei di una mattina alla prima alba di quella successiva.


Dedico questo pensiero al Campidoglio, al tram 3 (che non è più tram), alla vineria di San Lorenzo e alla nuova colonizzazione di Trastevere, alla fermata della metro di Porta Furba e all’ignoto di Cinecittà. Al mare di Ostia e alle biciclette. Al 780 e al viadotto del Maiana. A Porta Portese, a Centocelle e al Pigneto.
Ricordando che mi persi non so come per la Garbatella.


In una vecchia gelateria appena dietro Piazza Navona la commessa mi scambia per l’ennesima straniera e sorride quasi soddisfatta quando capisce che sono italiana.


IN CUFFIA: UNA GIORNATA PERFETTA, VINICO CAPOSSELA

giovedì, aprile 23, 2009

Esempio a mezzatinta



L’ultima che ho sentito è davvero eccezionale. Superba.
Un’amica di fronte all’assoluta certezza di avere sprecato per l’ennesima volta tempo con un coglione chiude in bellezza con la certezza che niente, nemmeno come amante ha un senso. E se alla fin fin non regge nemmeno in quello, che diavolo sta succedendo?

Perché lei povera aveva fiutato la fregatura e aveva lasciato ogni speranza per qualcosa di serio. Alla fine non che nella vita tutto debba essere sempre perfetto.

Ma questo certo non strappa una risata. La cosa meravigliosa è come il fallito amante abbia con un menefreghismo assoluto dato la colpa alla troppa birra. Che l’alcol si sa gioca brutti scherzi, ma di certo rincoglionisce e ti fa tirare il freno a mano, non il contrario. Insomma quando mai con una birra in più qualcuno ha fatto una performance alla “già fatto”?
Che poi passa tutto, succede tutto e tutto è umano. E’ il come ti ci poni che fa la differenza.
Lei dubbiosa si interrogava sul fatto che vabè può starci per una volta, ma la seconda diventa noioso soprattutto se all’altra metà sembra andare bene così e il tutto si verifica a ruota. Poi a quel punto che puoi fare se non riderci? Sapesse riderci anche lui magari sarebbe la cosa migliore.

Ma quello che la sconvolge è: ma davvero la birra fa di questi effetti? Da che mondo e mondo si tramanda con le chiacchiere tra donne nelle serate a gallineggiare che la birra da il problema opposto, e credo anche l’emisfero maschile se interrogato potrebbe confermare. Quindi? PERCHE’?

Ma tanto ormai non credo valga più la pensa saperlo.

Poi c’è chi ha a che fare con vigliacchi cronici che pensano che negare sia sempre l’unica via di uscita, anche quando non ha senso perché in effetti non hanno fatto nulla. Ed il punto è questo.
Che puoi dire ad un’amica che sta di fronte ad una persona che fa il perseguitato senza che ce ne sia ragione? Ma chi mai ha nascosto un’amante senza avere una moglie?
Contento lui tu stai serena lasciagli fare tutto da solo. Prima o poi si stuferà no?

E di fronte all’incontro con l’uomo comodino (inteso come il mobile) ti cadono le braccia e la voglia di riderci. Non si può portare dietro chi ha come scopo della vita farti da cuscino e plasmarsi su di te senza nessuna verve. L’uomo comodino in effetti non ha mai avuto un grande mercato adifferenza della donna comodino. Si sa l’universo femminile sentimentalmente parlando non è né pratico né incline ad accontentarsi.

Poi dobbiamo alla signorina C. la grande teoria del 90%. Basti sapere che tale teoria incrina sensibilmente la mia fiducia nella coppia e mi fa capire come di sicuro anche io sono tra quelle che se mai troverò davvero l’uomo giusto scapperò a gambe levate. Salvo poi pentirmene amaramente quando starà con un'altra (ma trovando il suo fidanzamento un alibi consolante al mio egoismo)

Del resto come dicevo ieri ad un amico per telefono: gli uomini funzionano con Nero o Bianco, le donne ragionano solo nelle Sfumature di grigio.

Per le amiche, per quelle con cui ti ritrovi a parlare fino a tardi,per quelle a cui piace la birra e la voglia di ridere, per quelle che sorseggiano vino rosso, per quelle che comunque vada sanno riderci sopra.
Per quelle con cui sai riderci.
Perché tra le une e le altre ne collezioniamo davvero troppe.


PS : e alla fine ieri sono giunta alla conclusione che Kant era uno di quelli che si è fatto prendere la mano ed è andato per la tangente.

martedì, aprile 07, 2009

Bisogna imparare a non credersi troppo sto cazzo


Usare le giuste parole e dare il giusto peso ad ogni pezzo.

“Devi essere capace.
Se sei capace e hai qualcosa da dire le persone ti capiranno. Potranno non essere d’accordo ma saranno in grado di capire ed argomentare. Fornire argomenti su cui discutere è tanto valido quanto trovare soluzioni. Forse più importante. La soluzione ha bisogno di un argomento.
Ricordate che non si è padroni di tutto ma bisogna essere abbastanza intelligenti da trattare con sicurezza quello che si sa e imparare quello che non si conosce. Accertatevi sempre che le fonti siano rispettose della verità, ma anche dell’intelligenza del lettore”

(parole sante per ricercatori in fase di evoluzione da un professore che ci crede nel non credersi troppo sto cazzo!)


Quando si scrive per un pubblico si scrive PER GLI ALTRI. Per passare qualcosa. Non per dimostrare la propria presunta intelligenza. Dico presunta perché a volte nei merletti di pensieri arditi e di un vocabolario ricercato non si trova che una vuota autocelebrazione. E’ un bel modo per impachettare la propria superficialità e sentirsi “fighi”.
Nello scrivere una relazione di ricerca, un saggio, un’analisi comparativa ho il dovere di usare termini tecnici e secchi. E’ una scrittura per addetti ai lavori che con quel vocabolario impastano ogni giorno il loro pane quotidiano. E non c’è modo di impressionare il lettore con frasi ad effetto e tantomeno con parole altisonanti perché chi legge ha abbastanza dimestichezza con l’argomento per guardare al contenuto e non alla forma. O meglio pretende una forma corretta che veicoli un contenuto concreto.
Un contenuto concreto dovrebbero pretenderlo, senza vergogna e con tutte le ragioni di questo mondo, anche i generici lettori dei quotidiani, dei magazine, delle varie riviste più o meno ufficiali che ci stanno invadendo.
Chi scrive, se ha davvero intenzione di scrivere per un lettore, deve essere abbastanza INTELIGENTE da far passare qualcosa nelle sue parole.

Che pena invece trovare persone, e sono tante, che si schermano dietro ad un vocabolario altisonante e presuntuosamente colto per dire nulla. Che rabbia vedere come certe persone sfruttino un certo linguaggio sicuri dell’ignoranza del pubblico, solo ed esclusivamente per regalarsi un’iniezione di volgare autostima basata su una presunta superiorità intellettuale. Che sconcerto capire che molti di loro in realtà credono sinceramente di dire qualcosa di intelligente. Paura nel vedere come tutti si sentano in diritto di parlare di tutto, anche di ciò di cui ignorano completamente le basi, solo in nome della loro tanto sventola “cultura” che a volte non è che la diligenza con cui hanno studiato mnemonicamente i manuali universitari e nulla più.

Sembra questo il periodo in cui sulla carta stampata e nel web tutti possano dire tutto con una superficialità disarmante. E se è giusto che avvenga in una scrittura privata e senza pretese mi chiedo se non sia “criminale” farlo per mestiere.

La cosa che mi fa più pensare è come questo vizio si stia tanto diffondendo tra i più giovani. Mi aspettavo forse di più dalla mia generazione?

Mi viene da dire a mio nonno che non è lui che è scemo, ma il giornalista che ha perso il contatto con il mondo.
Che non deve chiedere a me “che vol di?” ma a chi scrive se sa minimamente di cosa sta parlando, e se non si vergogni lui di giocare a fare il superiore senza diritto nella tranquillità di non essere beccato in fragrante.

Scrivere è ormai considerato un gioco e chiunque ha in mano una qualsiasi laurea si sente in diritto di mettere due parole in croce e pubblicarle senza una ragione specifica.
Stranamente poi sono proprio le persone che hanno meno da fare e da dire che si impegnano di più in questo gioco.
Perché nessuno ha il coraggio di prenderli tra le braccia e dirgli con affetto: che cazzo stai a fa?

E non vale la scusa che se non ti capiscono è solo e sempre il pubblico ad essere ignorante e tu l’eterno incompreso.
Lo stile poi è un portatore sano di qualità ben precise, e se qualità non ce ne sono è assurdo e infantile pretenderlo.
Per tutte le forme di comunicazione contemporanee. Lo vedo anche nelle foto, nel disegno, nella musica, nel cinema.

Quando si ha un contenuto valido, se davvero si ha qualcosa da dire, lo si sa comunicare in qualunque forma. Altrimenti significa che c’è davvero qualcosa che non va.



PS: ringrazio G. e M. che stanno lavorando tantissimo per essere degni e capaci di scrivere su una testata nazionale. Li ringrazio per essere tanto intelligenti da sapere quanto è dura e quanto bisogna lavorarci senza sentirsi “sto cazzo” ma facendosi l mazzo
Ringrazio il professore che vuole farci crescere e non solo farci gongolare nel nostro ego perché “una laura se la può prendere chiunque basta saper leggere e scrivere e avere abbastanza tempo a disposizione” la vita è altra cosa.
Ringrazio A. e G. che con me leggono, rileggono e mi/si/ci correggono.
Ringrazio il blog, perché qui sì che ho diritto di cazzeggiare a piacimento con le parole senza pretendere nulla. Piccolo graffio di libertà.

mercoledì, marzo 18, 2009

confini storici

Si scusò per la sua assenza in una stanza vuota . Si consolò nel perdono dell’eco della sua voce che rimbalzava sulle costolette dei libri della biblioteca.
Fotografò a colori vecchie foto in bianco e nero e ne trasse il dubbio sul “vero”


Si dimenticò che la strada era storica per gentile speculazione di una ricostruzione post bellica.
Non si dimenticò del buco nello stomaco. Si ricordò di quel calore e della fame di resistere.
Poi mi chiese se mai anche io non avessi nulla da dire.

Sapendo tutto delle mie bugie continuò ad ignorarle senza mentire.


Era di pioggia che non si vede, ma si sente solo il bagnato addosso. Era di questa stagione.


Al bordo della primavera decisi di vivere allungo di crepacuore.

venerdì, marzo 13, 2009

a zonzo


Ci veniva da ridere
Sarebbe venuto da ridere anche a voi

Anzi sono sicura che il nostro impatto comico sia stato di un’efficacia salvifica.
Tre figure che camminano guardinghe nella parte bassa della città di Danzica, quella dove le strade hanno l’andamento delle montagne russe e i marciapiedi sono isole che spuntano a fatica tra una crosta di fango e l’altro.

L’ultima mattina per noi prima di imbarcarci per Roma, una pioggerellina sottile e l’audace idea di visitare una galleria di arte contemporanea con un workshop “sghicio” che fa tanto fico . Fa tanto vacanza alternativa.
A nostra discolpa va detto che questo piano “losco” non era certo farina del nostro sacco. Fosse stato per noi probabilmente avremmo passato la mattina uggiosa nel rassicurante e caldo ventre del museo di arte contemporanea.
Però voci di pub ci avevano assicurato che la galleria meritava di essere vista e Blu mi aveva confermato il tutto mettendomi solo in guardia sullo stato di semi cantiere del quartiere dove si trovava la galleria. Il problema delle voci da pub è che sono sempre truccate dall’alone pacifico dell’alcol e il giorno dopo ti ricordi tutto a metà. Dovevo sospettarlo dalla gioia con cui C. si stava dedicando alla sua nuova vodka che ci saremmo perse qualche pezzo importante, che alla fine ci saremmo perse.

Poi ad essere sincere non ci siamo perse noi ma la gente di quel quartiere si è persa la galleria. Il che non deve essere poi molto semplice se si pensa che la pubblicità del workshop era un camion incastrato sotto un ponte a fingere un fantomatico incidente, con tanto di logo sulla fiancata.
Del resto non ci si può accusare di aver ceduto alla voglia di fare le eroine e di non chiedere a nessunom “gdzie jest?” . Ci siamo piegate e ci siamo accostate agli ignari passanti che divertiti dal fatto che “ pani rozumiem, ale nie mówi!” (lei capisce, ma non parla) ci hanno alla fine aiutati come potevano, fin oltre le nostre aspettative ma con il semplice risultato di farci capire che lì di gallerie nessuno sapeva nulla.

Niente di niente.
C. e G. sotto il mio ombrello giallo, con me che gli trotterello dietro incappucciata e stando ben attenta a finire in tutte le pozzanghere torniamo indietro. Ma mi veniva da ridere mente chiedevo a G. : “Ci odi?” e mentre C. saltellava ogni tanto indietro a fotografare improbabili catapecchie.
Tanto ridicole da essere paradossalmente geniali.

Un ombrello giallo su una quinta grigia e appiccicosa.
Progetti di viaggi in treno lunghi un mese.
Progetti e chiacchiere che vengono su leggeri nella pesantezza dell’odore della plastica bruciata.
Pettegolezzi interrotti dalla pioggia di fango che a tratti regolari le macchine ci riversavano sulle scarpe.

Penso sia andata bene così.

E poi e finito tutto a salsicce e vodka in un mercato della città vecchia.

Bene così.


RIMPIANTI: Non averci provato con il barman. Aver fatto poche foto. Non aver ucciso Martino. Non aver preso un treno per Berlino. Non essermi imbarcata per la Svezia per farmi una settimana a scrocco coccolata e viziata. Non essere riuscita a scendere a Gliwice per fare una sacrosanta serata di pettegolezzi con Karola e Dagi.

venerdì, febbraio 20, 2009

Sotto esame

“Vi sono tempi che non sono ordinari , e in tempi simili non è sufficiente seguire la solita via. E’ necessario sapere dove essa conduce, e se non porta in nessun posto, seguirne un’altra”

R. H. Tawney



E la domanda su cosa sia ordinario rimane sospesa nel dubbio, ma forse la risposta è nel senso di insofferenza accompagnato da una granellosa impotenza che sembra far impastare il sangue nelle vene.
Sono emicranie soggettive. Soggettive perché se davvero esistesse anche solo una speranza di un' oggettività umana allora forse ci sarebbero delle vie e non delle correnti. Soluzioni e non tentativi. Del resto forse a essere oggettivi, potendo, ci si annullerebbe nel progresso e si cadrebbe in un ciclo infinito. Anche se in uno stato di lineare benessere non si potrebbe mai essere ma esistere semplicemente senza una crescita.

Ma se nulla ha il dono dell’oggettività (qualcuno ho suggerito in estremo nemmeno la matematica) le soluzioni sono tutte tentativi da valutare secondo la personale percezione del male minore?

Il nostro sistema paese sta andando al collasso. A essere logici un sistema in tale stato di avanzata “decomposizione” andrebbe lasciato andare verso il suo suicidio perché i salvataggi appaiono solo come tentativi per rimandarne lo schianto e posticipare la possibilità di riprogettare il nuovo. In un mondo fatto di “pezzi” nessuno avrebbe da ridire e la cannibalizzazione di una società sarebbe lasciata indisturbata fino ad avere un piano ripulito su cui srotolare un altro progetto.
Ma essendo fatto il mondo di esseri pensanti con il diritto alla redenzione delle proprie capacità di benessere fisico e psichico l’intervento della coscienza collettiva impedisce che tutto vada a puttane e cerca di salvare il salvabile e di ribaltare la reazione a catena partendo dal nucleo.
Il nucleo dovrebbe essere il gruppo ristretto più percettivo e illuminato da cui far partire il nuovo e invertire il processo per rimettere in moto un sistema. Ma quando il nucleo è un sistema a sé stante troppo distante e asfissiato dai sui stessi fallimenti? E se la coscienza collettiva ha perso l’empatia che la rende consapevole di sé stessa come forza comune in grado, e in dovere, di chiedere al sistema e agire sullo stesso? Quando si diventa dei cannibali di sé stessi senza saperlo?

Si sospetta che per cambiare dobbiamo iniziare a non prendere soluzioni preconfezionate ma metterci in testa che bisogna rischiare il nuovo.
Nuovo.
Tutti dobbiamo approcciarci criticamente a una soluzione nuova per un problema nuovo

Nulla è oggettivo ma questa società individuale che ci si sta vaporizzando intorno è un affare comune. Dobbiamo essere individualmente coscienti della nostra partecipazione ad un sistema collettivo a cui non possiamo rifiutarci di prendere parte, pena la nostra fine insieme al sistema stesso. Ci viene richiesto un individualismo positivo pronto a dare e ricevere criticamente per un benessere allargato a cui non possiamo non partecipare.
Se non per quell’empatia umana e ideale che sembra stia sparendo almeno per la coscienza di essere immersi nella stesso liquido ammiotico tutti dovrebbero lavorare al NUOVO.


Non si dovrebbe cedere ai fantasmi e delegare troppo. A volte poi è solo pigrizia.
A volte bisognerebbe poi che alcuni si facessero da parte campendo, individualmente, i propri pericolosi limiti. Ma qui è un problema di percezioni soggettive.

PS: L’università italiana genera dubbi e regala poche certezze. Del resto non sempre è un male

venerdì, gennaio 30, 2009

galeggiando

Dimentico
Dimentico ombrelli a righe in case in riva al mare senza i doppi vetri
Dimentico i cellulari sui tavolini sgombri
Dimentico di chiudermi dietro le porte dell’ascensore
Dimentico l’ora e la fretta
Faccio gli scalini due a due e mi dimentico di respirarci nel mezzo
Dimentico le penne nelle tasche delle giacche e i fogli sui treni

Dimentico che le promesse disattese sono anch’esse per sempre?
Se mi dimenticassi volutamente della promessa e iniziassi e vedere te?

Dimentico forse l’altra faccia della medaglia?

lunedì, gennaio 12, 2009

ancora



“….offre uno stage fulltime NON RETRIBUITO, avrà una durata di 3 mesi, rinnovabile per altri 3 mesi…”

Quindi si ricomincia, e questa gente continua a non avere vergogna.
Se vuoi un lavoro un minimo qualificato devi presentare almeno 2-3 anni di esperienza nel settore, altrimenti non ricevi un euro di stipendio. Anche con due o tre anni poi il tuo meraviglioso contratto a progetto ti fa arrivare ad una mensilità di 900 euro netti per un fulltime molto molto full.
Quindi sei costretta ad impilare stage di 42 ore senza avere nemmeno i buoni pasto, quindi in sostanza tra trasporti e vari sei tu che devi investire i soldi per lavorare. Se poi si calcola che negli stage offerti dopo massimo un mese lo stagista è in grado di svolgere la quasi totalità delle mansioni affibiategli il tutto diventa assolutamente grottesco. Certo poi che chi sta già al terzo stage nello stesso settore di solito da imparare ha più poco se non il nome dei suoi nuovi colleghi d'uffcio.


Che un qualche dio imprecisato li fulmini tutti!!


Perché io di certo non gliela darò vinta.

domenica, gennaio 04, 2009

No Excuse


Di fronte all’egoismo piccolo e sciatto di un singolo sconosciuto ieri mi è montata una sensazione di schifo. Ho pensato che quel singolo piccolo personaggio insignificante fosse il prototipo di tanti Italiani e mi è presa una rabbia immotivata.
Forse sono un’illusa. Che da queste parti una coscienza collettiva non si fosse mai realmente formata lo sospettavo, ma mi duole vedere come arrivi a raggiungere picchi di insostenibile ottusità in persone da cui ti aspetti se non altro un’educazione tale da renderle almeno un minimo empatiche.
Se tanti piccoli atteggiamenti di infantile e ottuso egoismo possono far sorridere, nel complesso ho paura che si sommino in un intollerabile menefreghismo che rischia di mandare a tutto a farsi fottere. E per rimanere fedeli all’argomento, la colpa sarà sempre dell’altro.
Se la Carfagna , con i suoi occhietti allucinati da tenero criceto che arranca sulla sua ruotina, mentre diceva di credere “ in dio, patria, e famiglia” si fosse resa conto che oggi e nell’attuale situazione questi sono diventati tra i peggiori mali del nostro tempo, tirati in campo solo quando tornano comodi al singolo, forse la sua intervista dalla Bignardi sarebbe stata meno pietosa. E di sicuro io avrei avuto meno vergogna per una dei ministri del mio paese.
Stiamo vivendo per molte cose di rendita, dello stereotipo per cui l’Italia è il paese del sole del mare e del buon cibo, del genio sregolato e del buon gusto. Le rendite però finiscono in fretta se non sono ben investite. Investire in questo caso è faticoso e richiede umiltà e sacrificio. Richiede principalmente che molti riportino i piedi per terra e si mettano in gioco insieme agli altri senza guardarli dal basso verso l’alto.
Questo paese secondo me non è pronto.
Ma non è pronto proprio nel suo piccolo, nelle sue persone, nella gente comune. Chiediamo una rivoluzione ma vogliamo che la facciano gli altri. Che qualcuno scenda in campo per noi e poi di approfittarne.
Anche se un miracolo ci regalasse all’improvviso una classe politica intelligente ed efficiente, di fronte agli attuali italiani forse non potrebbe nulla.
Vorrei che invece di lamentarsi ogni illustre sconosciuto si decidesse anche a migliorare se stesso e non aspettare alibi su alibi per rimandare la sua “educazione sociale”

Propositi per il 2009: ANNULARE LE SCUSE



Consiglio di lettura da L.: Cecità, J. Serramago
 
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